Esiste una riserva di energia sottile che si rigenera solo nel vuoto, tra le pieghe di una sospensione consapevole e priva di pretese. Immergersi nella meditazione non significa cercare un rifugio isolato dal mondo, bensì dimorare in quella mancanza, sostando nelle pause naturali del soffio vitale. In questo spazio di pura attesa, la realtà smette di essere un oggetto da afferrare e diviene un fluire che ci sfiora con la delicatezza di un tocco invisibile, rivelando la pienezza del semplice esserci.
«C’è in noi una batteria fondamentale, è fatta di silenzio, di esitazione, di delicatezza, di compassione saggia, ha bisogno di essere ricaricata, ha bisogno di silenzio, di vuoto, di sospensione. Imparando a conoscere intimamente il respiro, ci accorgiamo che ha due pause, una breve tra inspirazione ed espirazione e una più prolungata alla fine dell’espirazione, prima di inspirare di nuovo. Riuscire a sostare in questa pausa è come sostare nella terra della mancanza, senza cercare rimedi e cause, è entrare in contatto con il nostro fondamentale, radicale mancare e scoprire che dimorando nella sua precaria, sfuggente terra, ci ricarichiamo, siamo. Come dire che il sollievo che cercavamo correndo a riempire la mancanza, lo troviamo invece sentendola, abitandola.
La quiete che man mano si costruisce tornando con assidua e delicata cura al respiro non è però che il nido da cui partire e a cui tornare, non è la meta né la Via, solo un suo passo. Ci si affeziona facilmente a quella quiete, la si scambia per pace, si pretende di non lasciarla mai e si vive tutto quello che la disturba come nemico, si crede di poter prima o poi vivere in una bolla di serena separatezza da tutto il resto, dalla nostra stessa vita. La pratica della consapevolezza invece ci collega, ci connette, non più attraverso le opinioni, le preferenze, i concetti, ma attraverso il respiro e la visione profonda e intuitiva che il sostare nella serenità fa sorgere. Nella sua opera Totalità e Infinito , Lévinas dice che vorrebbe sostituire al termine “concetto”, qualcosa che viene afferrato, la parola “carezza”, qualcosa che sfiora senza prendere, qualcosa che scorre. La carezza è «marcia verso l’invisibile», perché la carezza «non sa cosa cerca». Questo è il giusto tocco a cui ci addestriamo nei confronti di noi stessi e degli altri, conoscere accarezzando, lasciandoci accarezzare dal respiro, lasciandoci toccare dalla vita. Certe volte saranno strattoni, sberle, scosse, ma se impariamo a lasciarci scuotere, ad andare con la corrente, la carezza sarà presente come metodo, modo di accogliere.»
[ Da: Chandra Livia Candiani, “Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione“ ]
– Chandra Livia Candiani (amazon)
– Chandra Livia Candiani (macrolibrarsi)
– https://it.wikipedia.org/wiki/Chandra_Livia_Candiani
Conclusione
Coltivare questa attenzione non equivale a edificare una fortezza contro il rumore esterno, ma significa affinare una sensibilità capace di accogliere ogni evento come un dono. Sia che la vita ci offra la dolcezza di un istante sereno o l’urto di una prova difficile, la pratica ci invita a restare fluidi, pronti a essere toccati da ogni esperienza senza restarne prigionieri. Abbandonare l’armatura dei concetti per abbracciare l’ignoto è l’unico modo per vivere davvero, lasciando che il cuore, come un nido accogliente, resti sempre aperto al mistero di ciò che scorre.
