Nel silenzio che precede ogni parola, là dove il pensiero si dissolve e l’eco dell’essere si fa più nitida, si apre uno spiraglio inatteso: una soglia che non conduce altrove, ma sprofonda nell’intimità più remota del presente. È qui che la meditazione si rivela, non come pratica, ma come stato naturale, come sospensione del rumore interiore, come tregua dalla corsa incessante. In questo spazio rarefatto, la solitudine non è assenza, bensì pienezza; non è vuoto, ma grembo di quiete. Il linguaggio poetico, con le sue pieghe e le sue ambiguità, non descrive: evoca. E nel suo evocare, disarma la mente, la invita a non cercare, ma a sostare. Il post che segue non è un’analisi, né un commento: è un invito a lasciarsi permeare da un sentire che non si spiega, ma si contempla. Un sentire che si avvicina alla meditazione come il respiro alla vita: senza sforzo, senza clamore.
Meditare in solitudine
Solo, nessuno straccio d’anima
che ti circondi, che t’importuni.
Solo, senza pensieri,
senza nemmeno il ricordo
di ciò che fu! Chi sei, che diverrai?
Ora son qui
e il futuro mi sembra già avvenuto.
Solo, senza nessuno che in fondo poi mi piaccia.
Solo, senza l’amore
che ad ogni modo scaturisce un po’ dovunque.
Solo, nello spazio
– di dentro, di fuori, dappertutto –
che è quiete.
Sorge la calma e senza che l’avessi mai voluto
ti ritrovi solo. Non è meditazione? …
Solo, ma senza la benché minima traccia
di quell’assurda solitudine
che avverte chi … corre comunque
e non si ferma mai.
Epilogo
Quando le parole si dissolvono e il pensiero si acquieta, resta solo il respiro dell’istante. Non c’è più nulla da cercare, né da comprendere. La meditazione non è un traguardo, ma un modo di stare: semplice, nudo, presente. E in questa nudità, la solitudine si rivela per ciò che è: un grembo di pace, un rifugio senza mura, un luogo dove l’essere si riconosce senza bisogno di specchi. Chi si ferma, chi ascolta, chi accetta di non sapere, dimora già in quel silenzio che non chiede nulla, ma dona tutto.
