Nel cuore delle antiche filosofie orientali, si cela un paradosso affascinante: la vacuità, lungi dall’essere un’assenza, si rivela un serbatoio di potenzialità infinite. Un concetto che sfida le nostre comuni percezioni, invitandoci a esplorare la natura intrinseca della realtà. Come un vaso plasmato dall’argilla, la cui utilità risiede nel suo spazio interno, la vita stessa si manifesta attraverso l’interazione tra pieno e vuoto. La “sunyata” buddista, lungi dall’essere un nulla ontologico, è un campo fertile di possibilità, un’eco che risuona nelle scoperte della fisica moderna, dove l’apparente vuoto atomico cela un universo di energia. Attraverso la meditazione e la contemplazione, possiamo sondare le profondità di questa verità, liberandoci dalle catene delle nostre convinzioni limitanti e abbracciando la pienezza dell’assenza.
La vacuità non è il nulla – Flavio Pelliconi
«Trenta raggi s’incontrano nel mozzo della ruota e in quel che è il suo vuoto sta l’uso del carro. Si tratta l’argilla e se ne foggia un vaso e in quel che è il suo vuoto sta l’uso del vaso. Si forano porte e finestre per fare una casa e in quel che è il suo vuoto sta l’uso della casa. Perciò dal pieno viene il possesso, dal vuoto viene l’utilità. (Dao-de-jing, cap. XI)
Che la vacuità non sia il nulla è un concetto che dovrebbe essere di per sé evidente, dal punto di vista linguistico ancor prima che da quello filosofico. In geometria, per esempio, una linea retta è composta di punti che, pur non avendo, per definizione, alcuna dimensione, nulla non sono.
Nella filosofia buddista sunyata è un vuoto ontologico, ma non è il nulla, anzi, è una vacuità gravida di potenzialità. I matematici indiani, che avevano inculturato questo concetto, trasponendolo in aritmetica inventarono lo zero e la scrittura posizionale dei numeri. In sanscrito, infatti, «zero» si dice sunya. Graficamente è rappresentato come un piccolo cerchio vuoto. Questo per sottolineare come la matematica non sia meno debitrice al Buddha di quanto non lo sia a Pitagora.
La dottrina buddista del vuoto ha dovuto attendere la fisica del XX secolo per avere una conferma esterna. Fino ad allora era solo un dogma autoreferente e di ardua comprensione per la maggioranza delle persone. Ma da quando si poté osservare che il rapporto tra pieno e vuoto all’interno di un atomo è paragonabile a quello che intercorre tra un nucleo pieno grande come una capocchia di spillo attorno alla quale gli elettroni descrivono orbite vuote grandi come la cupola di San Pietro, è molto più facile comprendere di quanto non fosse nei secoli passati in che senso «tutti i dharma sono vuoti». Oggi possiamo tranquillamente affermare che il Buddha aveva ragione, almeno per quel che riguarda la struttura della «materia».
L’idea dello zero sarebbe potuta venire a un matematico condizionato dal dogma monoteistico? Un contesto che si muove verso l’esperienza-limite della pienezza avrebbe potuto concepire l’esperienza-limite della vacuità? Sono domande che non hanno risposta. Rimane, storicamente provato, il fatto che furono i matematici indiani a scoprire lo zero perché pensavano la vacuità.»
Flavio Pelliconi Maitreya Milano Centro di pratica del Buddha Dharma
