La meditazione ci conduce in un viaggio profondo alla scoperta della nostra natura più autentica, oltre i confini dell’io ordinario. Ci invita a osservare con distacco il teatro delle emozioni e il continuo fluire dei pensieri, per riconoscere ciò che è eternamente presente. È un’esplorazione silenziosa che, smembrando letteralmente le più svariate costruzioni mentali, ci permette d’intuire la propria vera essenza, un fondamento di pura consapevolezza che trascende la storia personale e le sue vicende. Un cammino per esperire direttamente che l’identità cui ci aggrappiamo è forse più sfumata e luminosa di quanto non crediamo.
L’idea di rinascita non è affatto bislacca. Che qualcosa d’estremamente importante, di geneticamente essenziale, si tramandi, mi sembra ovvio. Con ogni probabilità quel codice veicola pure modelli di comportamento, e quindi culturali. Ma al nucleo della personalità, così com’è strutturato ora, sia riguardo la storia personale che le realizzazioni raggiunte, cosa accadrà? L’essenza, che è consapevolezza, non ha bisogno d’esser trasmessa, esiste. In fin dei conti siamo come degli esploratori che si avventurano nei meandri della coscienza. C’è chi si ferma al sottobosco e chi invece entra nella foresta. Salvo poi accorgersi che non v’è nessuna foresta. Tanto la radura che gli ostacoli sono sempre pensieri.
Rinascita
Così, quando il desiderio nasce
tu diventi un automa
che ammira le proprie emozioni.
Un fan di te stesso.
Qualche motivo in più
per rinascere
ancora una volta
tra la folla.
Eh, rinascere …
ma come umile anima
o effimero spettro?
Forma, mole, consistente figura
o come un concetto?
Forse un vaso ricolmo
di seducenti e incantevoli fiori
che adempiranno il loro destino
nello spazio esiguo di qualche luna d’argento.
Certo che lei, la vita, tornerà
che la pausa non rimarrà incompiuta
ma in dubbio se mai
la tua lunga mano
potrà seguirne il passo
lasciarci un segno.
Epilogo
Questo viaggio interiore non si conclude con una risposta definitiva, ma si dispone come un’apertura. Lasciare andare la necessità di un segno tangibile o di una forma duratura diventa l’ultimo, dolce insegnamento. Ci rimane la quiete di un mistero appena appena sfiorato, giammai risolto, e la libertà di danzare con l’enigma dell’esistenza, trovando si riposo, ma non nella certezza, bensì in una fiducia senza nome che sgorga dal profondo del proprio essere.
