Al centro di ogni percorso spirituale ci s’imbatte in un incontro fondamentale, non con entità esterne, ma con le diverse sfumature del nostro essere. La meditazione diventa il corridoio silenzioso che ci guida verso questo maniero psichico, dove gemme preziose – simboli delle nostre parti più luminose o oscure – attendono di essere osservate senza giudizio. Quel castello interiore, spesso dimenticato nel trambusto quotidiano, custodisce un tesoro paradossale: la verità che la nostra identità più autentica trascende ogni maschera sociale o ruolo interpretato. Attraverso la pratica contemplativa, impariamo a varcare le sue soglie non come conquistatori, ma come esploratori curiosi, pronti a riconoscere negli abitanti di questa fortezza interiore (le “persone” del testo) semplicemente proiezioni di un unico, indivisibile sé. Un viaggio che non promette certezze assolute, ma rivela come l’essenza sia già presente, nascosta tra i vicoli della mente.
Il tema contemplativo recondito di questo breve componimento in versi è l’incontro. Una meditazione sui generis sul risultato della propria ricerca interiore. Le conclusioni dell’indagine spirituale sono sempre soggettive. L’incontro con il volto originale, l’essenza peculiare, che non è nostra, ma riguarda tutti gli esseri senzienti, è la chiave di volta dell’insondabile … mistero della vita. La roccaforte psichica, il maniero spirituale, il castello recondito che custodisce un impensabile quanto sorprendente tesoro di saggezza è, per l’appunto, quello della propria interiorità. Gli abitanti sono ancora maschere, persone che tentano di diventare individui.
Persone
Sicché ci trovammo
in questo castello
le gemme
empie, le pie e le noiose
così soli come pretese
col suo desiderio
quei vincoli
quei vicoli
quel nulla
di libertà.
Certezza e dimenticato.
Un’anima laccio
o lacero lesa idea le raggiunse, si
perché furon fanciulle
o fanciulli?
E che importa?
Giacché ciò che resta
un pretaccio cretino
un lazzarone forse ingegnere, ma pure medico
e un men che men dico ignorante?
Il colmo
sicuro
è che li vidi bene
in volto, ma è l’originale, mi spiacque
l’oro, o essi?
Giocavano a palla ovale
per giunta e recitare
se stessi.
Oh, quel castello
l’avevan proprio dimenticato.
Epilogo
Alla fine di questa esplorazione, ciò che risuona non è la risposta a “chi siamo”, ma l’invito a smettere di recitare. Quell’oro cercato nei volti altrui si rivela uno specchio opaco; i giochi con la palla ovale, metafore di ruoli sterili che ci allontanano dal nucleo originario. La meditazione non dissolve le maschere, ma ci dona la lucidità per vederle come ciò che sono: costumi temporanei in una commedia esistenziale. Forse il vero tesoro è proprio nel ricordare quel castello interiore, non come rifugio ma come spazio vivo dove l’essenza, libera da etichette e pretese, può finalmente risplendere senza bisogno di dimostrare nulla. Un ritorno a casa reso possibile non dalla fuga, ma dal coraggio di abitare pienamente il mistero che ci costituisce.
