La meditazione come presenza mentale non è uno stato di perfezione istantanea, ma un processo graduale che ci porta a sentirci a nostro agio con ogni sensazione, anche quelle scomode. Tra l’abbandono delle reazioni dannose e la libertà autentica esiste uno spazio di transizione dove si coltiva l’attenzione vigile: quella consapevolezza sveglia che abbraccia ogni dettaglio dell’esistenza quotidiana. Preparare il cibo, parlare, vestirsi, lavarsi diventano occasioni per essere presenti o addormentati, coscienti o distratti. Ogni gesto è una scelta tra veglia e automatismo.
«Con l’impegno a non arrecare danno, abbandoniamo l’abitudine a reagire in modi che ci procurano sofferenza, ma non siamo ancora arrivati in un luogo che percepiamo come perfettamente libero e rilassato. Prima dobbiamo svolgere un processo di crescita, di acquisizione dell’abitudine. Questo processo, questa transizione, consiste nel sentirci a nostro agio con le nostre sensazioni, così come le proviamo.
La pratica determinante per sostenerci in questo processo è la presenza mentale: un’attenzione sveglia e pienamente presente. La meditazione è una forma di presenza mentale, alla quale vengono dati molti nomi: attenzione, coscienza dell’adesso e presenza sono solo alcuni fra i tanti. Chögyam Trungpa la chiamava prestare attenzione a tutti i dettagli della nostra vita.
Ovviamente i dettagli specifici della nostra vita saranno diversi per ciascuno di noi, ma l’attenzione vigile riguarda ogni cosa: da come prepariamo la cena a come parliamo fra noi, a come ci occupiamo dei nostri vestiti, dei nostri pavimenti, delle nostre forchette e dei nostri cucchiai. Come per gli altri aspetti di questo impegno, possiamo essere presenti o non esserlo quando indossiamo una felpa, quando ci allacciamo le scarpe e quando ci laviamo i denti. O siamo svegli o siamo addormentati, o coscienti o distratti.»
(Pema Chödrön, Vivi nella bellezza. L’incertezza, il cambiamento, la felicità)
