Sulla consapevolezza – Jon Kabat-Zinn

La consapevolezza può dare l’impressione di espandersi in tutte le direzioni a partire da un centro localizzato al nostro interno; per questo mi sembra la  mia» consapevolezza. Ma è solo un tiro mancino dei nostri sensi, proprio come la sensazione che ogni cosa nell’universo sia in relazione con il punto esatto in cui ci troviamo perché ci capita di trovarci lì a guardarci intorno. In un senso, forse, la consapevolezza è in effetti centrata su di noi: nel senso che noi siamo un nodo localizzato di ricettività. In senso più fondamentale, non lo è: la consapevolezza non ha né centro né periferia, come lo spazio stesso

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La consapevolezza, inoltre, è non-concettuale, almeno finché l’attività di pensiero non divide l’esperienza in soggetto e oggetto. È vuota e dunque può contenere ogni cosa, compreso il pensiero. È illimitata. E soprattutto, cosa sorprendente, conosce. I tibetani chiamano questa caratteristica fondamentale della conoscenza «essenza della mente»; i neuroscienziati cognitivisti la chiamano «facoltà cognitiva». Nessuno la capisce. Da una parte sappiamo più o meno che dipende dai neuroni, dall’architettura del cervello e dall’infinito numero di possibili connessioni neuronali, perché la si può perdere con certi tipi di danni cerebrali e perché gli animali sembrano averla anch’essi, a svariati livelli differenti. Dall’altra parte, forse stiamo soltanto descrivendo le caratteristiche necessarie di un ricevitore che ci consente di attingere a un campo di potenzialità che era presente fin dall’inizio; è la realtà stessa della consapevolezza a mostrare che si trattava di una possibilità presente fin dall’inizio, anche se non avevamo i mezzi per realizzarla.

In altre parole: la conoscenza è sempre stata possibile, altrimenti non saremmo qui a conoscere. Questo e il cosiddetto principio antropico invocato dai cosmologi nei loro dibattiti sulle origini dell’universo e i possibili universi multipli. Parlando con modestia, potremmo dire che siamo per lo meno una delle corsie che questo universo ha sviluppato per conoscere se stesso, a qualunque livello sia possibile, anche se l’evoluzione o la coscienza non implica da parte del cosmo alcun atto di volizione né alcuna «necessità».

Con un’eredità del genere potrebbe esserci utile esplorare i confini apparenti della conoscenza di noi stessi, non in quanto esseri separati dalla natura ma in quanto sue espressioni, totalmente immerse in essa. Quale avventura è più grande di quella nel campo della consapevolezza, delle facoltà senzienti stesse? Steven Pinker nel suo “Come funziona la mente”, definisce la consapevolezza «la cosa più innegabile che c’è» (anche se non è una cosa); la scienza asserisce che potrebbe trovarsi in eterno al di là della possibilità di afferrarla concettualmente, ma questo non dovrebbe distoglierci neanche un po’ dalla ricerca.

Ci sono modi di conoscere, infatti, che vanno al di là dell’attività concettuale e altri che vengono prima dell’attività concettuale; quando la consapevolezza fa esperienza di se stessa si aprono nuove dimensioni di possibilità.

Possiamo aumentare enormemente la probabilità di fare esperienza della consapevolezza coltivando intenzionalmente la presenza mentale, imparando a prestare attenzione in modo non concettuale e non giudicante, e farlo come se si trattasse di una cosa importante: perché lo è davvero!

Da: Jon Kabat-Zinn – Riprendere i sensi. Guarire se stessi e il mondo attraverso la consapevolezza
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Fonte

Guarire se stessi e il mondo attraverso la consapevolezza

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