Spesso ci ritroviamo prigionieri di tempeste interiori dove il sentire e il pensare si alimentano in un vortice incessante, rendendo arduo il semplice atto di restare testimoni di sé stessi. Quando la mente tenta vanamente di lenire un disagio primordiale, la pratica della meditazione diviene la via privilegiata per disinnescare questi automatismi. Distaccarsi dalle identificazioni superficiali permette finalmente di scorgere la propria essenza più autentica, liberandola dalle ombre di un’inquietudine persistente.
«Un’emozione di solito rappresenta uno schema di pensiero amplificato e carico di energia, e a causa della sua carica energetica spesso insostenibile non è facile inizialmente restare presenti abbastanza da poterla osservare. Vuole avere il sopravvento su di voi, e di solito ci riesce, a meno che non vi sia in noi una presenza sufficiente. Se vi lasciate trascinare in un identificazione inconsapevole con l’emozione per mancanza di presenza, il che è normale, l’emozione temporaneamente diventa «voi».
Spesso si crea un circolo vizioso fra il pensiero e l’emozione: si alimentano reciprocamente. Lo schema di pensiero crea un riflesso amplificato di sé sotto forma di un’emozione, e la frequenza di vibrazione dell’emozione continua ad alimentare lo schema di pensiero originario. Soffermandosi mentalmente sulla situazione, sull’evento o sulla persona percepiti come cause dell’emozione, il pensiero fornisce energia all’emozione, che a sua volta dà energia allo schema di pensiero, e così via.
Sostanzialmente, tutte le emozioni sono variazioni di un’unica emozione primordiale indifferenziata che ha origine nella perdita di consapevolezza di ciò che siete al di là del nome e della forma. Per via della sua natura indifferenziata, è difficile trovare un termine che descriva con esattezza questa emozione. «Paura» ci va vicino, ma a parte una sensazione continua di minaccia include anche un profondo senso di abbandono e incompletezza. Forse è meglio utilizzare un termine che è altrettanto indifferenziato quanto tale emozione primaria e chiamarla semplicemente «dolore». Uno dei compiti principali della mente è combattere o eliminare quel dolore emozionale, il che è una delle ragioni della sua attività incessante, ma tutto ciò che può ottenere è il tenerlo nascosto temporaneamente. In effetti, più la mente si sforza di sbarazzarsi del dolore, più grande è il dolore stesso. La mente non può mai trovare la soluzione, né può permettere a noi di trovarla, perché è essa stessa una parte intrinseca del «problema». Immaginiamo un capo della polizia che cerchi di scoprire un piromane quando questi è lo stesso capo della polizia. Voi non sarete liberi da tale dolore finché non smetterete di trarre il vostro senso del sé dall’identificazione con la mente, vale a dire dall’ego. La mente verrà allora detronizzata e l’Essere si rivelerà come vostra vera natura.»
[ Da: Eckhart Tolle, Il potere di Adesso: Una guida all’illuminazione spirituale ]
– Eckhart Tolle (amazon)
– Eckhart Tolle (macrolibrarsi)
– https://it.wikipedia.org/wiki/Eckhart_Tolle
Conclusione
Riconoscere che la nostra identità non coincide con il flusso turbolento dei pensieri è il primo passo verso una serenità duratura. Lasciare che il silenzio prenda il posto dell’agitazione mentale non è una fuga, ma un ritorno a casa, dove ogni frammento d’anima trova la propria integrità. In questo spazio di quiete, la sofferenza smette di essere un fardello per farsi portale verso una libertà che non conosce confini né maschere.
