Nel silenzio che precede ogni risveglio, prima che i sensi si attivino e il mondo si affacci alla coscienza, esiste uno spazio indefinibile dove l’esistenza stessa prende forma. Non è un luogo fisico né un concetto astratto, ma una presenza silente che accoglie ogni percezione, ogni pensiero, ogni frammento di realtà. La pratica della meditazione, in questo senso, diventa un viaggio verso l’origine di questa consapevolezza: un invito a osservare senza identificarsi, a lasciare che l’illusione delle etichette si dissolva per rivelare ciò che rimane quando ogni sovrastruttura mentale viene meno. Chi è colui che percepisce? Dove si colloca il confine tra l’esperienza e lo sperimentatore? Queste domande non cercano risposte logiche … Attraverso l’autoindagine, la mente impara a riconoscere la propria natura riflessa, come un fiume che improvvisamente comprende di essere parte dell’oceano. È qui che l’identità si trasforma da prigione a ponte, permettendo di attraversare il velo dell’apparenza per sfiorare l’immutabile.
IO SONO QUELLO
I.: Ogni giorno, al risveglio, il mondo si mostra a noi. Da dove ci viene quell’esperienza?
M.: Prima che qualcosa si mostri, dev’esserci qualcuno cui mostrarsi. Ogni apparizione e sparizione presuppongono un mutamento su uno sfondo immutabile.
I.: Prima di svegliarmi, non ero cosciente.
M.: In che senso? Perché non lo ricordi o perché non l’hai provato? Anche senza coscienza, non c’è forse esperienza? Puoi esistere se non lo sai? Un vuoto nella memoria è una prova di non – esistenza? Puoi parlare della tua non – esistenza come di un’esperienza vera e propria, o sostenere la non – esistenza della mente durante il sonno? Se ti chiamano, sei subito sveglio, e la tua prima percezione non è forse l'”i o sono”? Perciò un qualche seme di coscienza deve pur annidarsi nel sonno o nel deliquio. L’esperienza del risveglio scorre così: “Io sono… un corpo… nel mondo”. In realtà non sono tre percezioni distinte e susseguenti, ma una sola e complessiva, quella di avere un corpo nel mondo. Può esserci l'”io sono” senza qualcuno che lo riconosca?
I.: Si è sempre qualcuno, con i suoi ricordi e abitudini. Non conosco altri “io sono” al di fuori di me.
M.: Forse c’è qualcosa che t’impedisce di conoscere. Quando ignori una cosa nota ad altri, come procedi?
I.: Mi faccio guidare da loro, per risalire alla fonte di ciò che sanno.
M.: Non ci tieni a sapere se sei solo un corpo o qualcos’altro, o magari niente del tutto? Non vedi che i tuoi problemi sono tutti del corpo – cibo, vestiario, casa, famiglia, amicizie, posizione, fama, sicurezza, sopravvivenza – e che diventano subito irrilevanti appena ti rendi conto che non puoi essere solo il corpo?
I.: Che cosa ci guadagno a saperlo?
M.: Anche dire che non sei il corpo non è esatto. In un certo senso sei tutti i corpi, i cuori e le menti, e molto di più. Scava nell'”Io sono”, e troverai. Come fai a ritrovare una cosa smarrita o dimenticata? La tieni in mente finché non riaffiora. Il primo a emergere è il senso di essere, l’ “Io sono”. Domandati da dove viene o osservalo quieto. Quando la mente s’installa nell'”Io sono” senza muoversi, entri in uno stato di cui puoi solo dire che ci sei dentro. L’unica è allenarsi continuamente. Dopotutto l'”io sono” è sempre con te; non lo co gli perché gli hai sovrapposto una quantità di cose: corpo, sentimenti, pensieri, idee, proprietà interne ed esterne, e così via. Sono tutte auto – identificazioni infedeli. Per causa loro, ti prendi per quello che non sei.
I.: Ma allora, chi sono?
M.: Non t i serve sapere chi sei, ma che cosa non sei. Infatti, se per conoscenza s’intende una descrizione a partire da ciò che è già noto, sia in senso fisico che concettuale, non può esserci la cosiddetta autoconoscenza, visto che ciò che sei è descrivibile solo come totale negazione: “Non sono questo, non sono quello”. Affermare “Questo è ciò che sono” non ha senso, perché se lo indichi, non puoi essere tu. Niente di percepibile o immaginabile coincide con te e tuttavia, se non ci sei, non può esserci né percezione, né immagina zione. Il cuore sente, la mente pensa, il corpo agisce, e tu li osservi; l’atto stesso di osservare mostra che non sei le tue percezioni, benché non ci sia percezione o esperienza senza di te. Un’esperienza deve “appartenere”. Qualcuno dovrà venire a rivendicarla come sua. Senza lo sperimentatore, un’esperienza non è reale, è lui che le dà realtà. Un’esperienza preclusa, a che vale?
I.: La coscienza di essere l'”Io sono”, lo sperimentatore, non è a sua volta un’esperienza?
M.: Certo, ogni cos a sperimentata è un’esperienza, e in ogni esperienza è presente chi la fa. La memoria crea l’illusione della continuità. Di fatto, per ogni esperienza c’è uno sperimentatore, e il senso dell’identità è implicito in tutte le relazioni sperimentatore – sperimentato, come il fattore costante che le accomuna. Sia l’identità che la continuità variano. Come ogni fiore ha il suo colore, ma tutti i colori dipendono dall’unica luce, così molti sperimentatori trapelano nella consapevolezza, che è una e indivisa. La memoria li fa diversi; l’essenza, identici. Questa essenza è la radice e il fondamento di ogni esperienza, la sua perenne “possibilità” fuori dello spazio e del tempo.
I.: Come la ottengo?
M.: Non ti occorre ottenerla perché sei già essa. Si manifesterà non appena gliene darai l’occasione. Smetti di dipendere dall’irreale, e il reale rientrerà sofficemente in sé; smetti di immaginare che sei o che fai questo o quello, e scoprirai che la fonte e il fulcro di tutto è dentro di te. A quel punto amerai, e sarà un grande afflato, senza scelta, predilezione o attaccamento, la forza che rende tutte le cose care, e degne d’amore.
[ Da: Io sono quello. Conversazioni con il maestro – 1. 7 Maggio 1970 – Sri Nisargadatta Maharaj ]
Conclusione
Il cammino verso la verità non richiede strumenti complicati né rituali elaborati: basta una quiete sincera, uno sguardo rivolto all’interno che accetti di non sapere per poter finalmente vedere. La meditazione non è una tecnica per raggiungere uno stato, ma il semplice abbandono dell’illusione di dover diventare qualcosa di diverso da ciò che già si è. Quando la mente smette di inseguire risposte e si ferma ad abitare le domande, emerge una chiarezza priva di parole, una luce che non illumina oggetti ma rivela se stessa. In quel momento, ogni dualità si placa e l’esistenza si manifesta non come un problema da risolvere, ma come un mistero da vivere.
