Quando si pratica la meditazione con dedizione e profondità, capita di imbattersi in zone interne poco illuminate, luoghi dell’anima che preferiremmo non visitare. Tra queste, l’ombra emerge come uno degli aspetti più sfuggenti eppure fondamentali del percorso interiore. Non si tratta di qualcosa da rifiutare o temere, bensì di un nucleo esistenziale che custodisce emozioni represse, reazioni istintive e tratti del carattere che tendiamo a nascondere anche a noi stessi. Riconoscerla non significa indulgere nella debolezza, ma scegliere di osservarla con occhi nuovi, con la lucidità che solo l’esperienza contemplativa sa offrire. È proprio nel silenzio della mente, quando i rumori esterni si attenuano, che possiamo cominciare a dialogare con questa parte nascosta, accogliendola senza giudizio né fuga.
L’ombra
«La nostra ombra contiene tutti quegli aspetti che non sembrano adatti a mettersi in mostra: paure, rabbie, aggressività, etc …
L’ombra vive sempre in noi ed è parte essenziale, insieme con le nostre luci, della nostra personalità. Essa contiene il nostro “lato oscuro” che, quanto più rimosso ed ignorato, risulta essere causa di conflitti e sofferenze.
Ciascuno di noi ha la propria ombra, che richiede di essere ascoltata ed integrata nella nostra consapevolezza.
Anche i maestri di meditazione hanno la loro ombra. Una volta i discepoli bersagliavano il loro maestro tempestandolo di domande sulla sua esperienza illuminativa: “cosa si sente nell’illuminazione?”, “come potresti descriverla?”, “come e quando è avvenuto questo fatto nella tua vita?”. Fino a quel giorno il guru era stato invariabilmente poco o pochissimo esplicito su questo argomento, ma in quel momento si decise a parlare, tuttavia i discepoli rimasero stupiti ascoltando la sua risposta: “dovete sapere figlioli che io, prima dell’illuminazione, ero quasi sempre depresso ed esaurito, ma ora, dopo l’illuminazione ho quasi sempre delle depressioni e degli esaurimenti”.
La risposta del guru è certamente splendida: l’illuminazione non sopprime la natura, il temperamento, il proprio Dna… ma tutti questi elementi dell’essere subiscono una trasformazione: vengono oggettivati dal meditante che si disidentifica dagli stessi, divenendo testimone della realtà spirituale trascendente e vivente in ogni uomo.
Per il meditante riscoprire gradatamente la propria ombra è una vera grazia per la crescita nella conoscenza e nel vero amore e accettazione di sé. Questo non vuol dire adagiarsi nella pigra sclerosi dei propri difetti, bensì abituarsi a non spaventarsi di sé stessi, a non odiarsi, né autopunirsi per i propri sbagli, a riconoscere, con tenacia e pazienza, con sincerità e maturità, il proprio lato meno luminoso.»
[ Da: Mariano Ballester, L’ultimo silenzio della meditazione ]
Conclusione
Percorrere il cammino della meditazione significa talvolta affrontare ciò che preferiremmo ignorare di noi stessi. L’ombra, lungi dall’essere un ostacolo, si rivela invece un alleato prezioso nel viaggio verso l’integrità interiore. Essa ci invita a guardare senza illusioni, ad abbandonare le maschere e a familiarizzare con quelle zone dell’anima che pulsano al di sotto della superficie. Accoglierla non è un atto di resa, ma di coraggiosa onestà: una scelta che arricchisce il rapporto con se stessi e rende più autentica ogni fase del proprio percorso contemplativo.
