Certe narrazioni, pur nascendo in un contesto letterario, custodiscono un sapere che vibra al di là delle parole. Il breve racconto di Borges che qui si propone, solo in apparenza favolistico, suggerisce un sottile paragone fra due modi opposti di concepire la ricerca del senso. Da una parte l’artificio, l’intelletto che complica e incanta, la presunzione di dominare la realtà come fosse una costruzione da progettare; dall’altra il deserto, luogo spoglio, apparentemente vuoto, ma che invita al silenzio radicale, all’abbandono delle strutture mentali, all’intima nudità dell’essere. In tale orizzonte, la meditazione non si presenta come esercizio tecnico, ma come intuizione essenziale, che non chiede mappe né vie tracciate. Il vero labirinto, allora, non è quello che si percorre con i passi, ma quello che si ri-vela solo quando si cessa di rincorrere un uscita. E in questo smarrimento, si affaccia una lucidità altra: quella che non separa, non definisce, non argomenta, ma ascolta ciò che è rimasto quando tutto il resto ha taciuto.
I DUE RE E I DUE LABIRINTI (JORGE LUIS BORGES)
«Narrano gli uomini degni di fede (ma Allah sa di più) che nei tempi antichi ci fu un re delle isole di Babilonia che riunì i suoi architetti e i suoi maghi e comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventurava-no a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva.
Quella costruzione era uno scandalo, perché la confusione e la meraviglia sono operazioni proprie di Dio e non degli uomini.
Passando il tempo, venne alla sua corte un re degli arabi, e il re di Babilonia (per burlarsi della semplicità del suo ospite) lo fece penetrare nel labirinto, dove vagò offeso e confuso fino al crepuscolo.
Allora implorò il soccorso divino e trovò la porta.
Le sue labbra non proferirono alcun lamento, ma disse al re di Babilonia ch’egli in Arabia aveva un labirinto migliore e che, a Dio piacendo, gliel’avrebbe fatto conoscere un giorno.
Poi fece ritorno in Arabia, riunì i suoi capitani e guerrieri e devastò il regno di Babilonia con si buona fortuna che rase al suolo i suoi castelli, sgominò i suoi uomini e fece prigioniero lo stesso re.
Lo legò su un veloce cammello e lo portò nel deserto.
Andarono tre giorni, e gli disse: “Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi volesti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l’Onnipotente ha voluto ch’io ti mostrassi il mio dove non ci sono scale da salire, né porte da forzare, né faticosi corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo.
Poi gli sciolse i legami e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove quegli morì di fame e di sete.
La gloria sia con Colui che non muore.»
[ Da: Jorge Luis Borges – L’Aleph ]
Conclusione
Nel silenzio del deserto non c’è alcuna via da scegliere, né traccia da seguire. Non ci sono pareti da oltrepassare, ma nemmeno sicurezze a cui aggrapparsi. Forse è proprio questo il senso ultimo del racconto: non esiste enigma più grande della semplicità. Chi medita, se attento, lo sa bene: è spesso nella sospensione delle consuete pretese che si affaccia un’intelligenza più vasta, non più interessata a comprendere, ma a essere. E in quel nulla senza nome che resta, svanisce anche l’idea stessa di labirinto.
