In chi percorre sentieri di meditazione e s’interroga sul senso ultimo delle azioni quotidiane, la questione della natura umana e della sua eventuale modificabilità non è affatto secondaria. Vi è chi, per quieto conformismo o pigrizia mentale, ritiene l’indole personale un dato immutabile, un sigillo divino su cui nulla possiamo. Eppure, a ben guardare, l’esperienza interiore insegna altro: se è vero che alcune componenti dell’essere sfuggono alla volontà, è altrettanto vero che molti aspetti della condotta, delle intenzioni e perfino dei moti dell’animo possono essere affinati con cura e costanza. Nulla di forzato, nulla di artificioso: si tratta piuttosto di una disciplina che assomiglia all’ascolto, al lavorìo sottile di chi non si accontenta del già dato. Così come si può educare la postura del corpo, si può anche educare la postura dell’anima, purché vi sia consapevolezza, dedizione e una forma di vigilanza che non ha nulla a che fare con il giudizio. Chi medita sa che anche i tratti più radicati possono ammorbidirsi, rivelare un altro volto, piegarsi alla luce senza snaturarsi. Ed è in questo processo, delicato ma tenace, che si manifesta la parte più nobile del nostro essere: la facoltà di rivolgerci al bene come a una possibilità reale, non imposta, ma scelta.
DUE SONO LE SPECIE DI CREAZIONE DI DIO (AL-GAZĀLI)
«Alcuni stolti ritengono che il carattere sia paragonabile alla costituzione fisica, per cui non subisca cambiamenti.
Essi si appellano al detto [del Profeta] — su di lui la pace! —: «Iddio ha esaurito la sua creazione».
Ritengono infatti che modificare il carattere vorrebbe dire pretendere di modificare la creazione di Dio Possente e Sublime.
Ma non hanno porto orecchio a quell’altro detto [del Profeta]: «Migliorate il vostro comportamento morale!».
Se ciò non fosse possibile, [il Profeta] non l’avrebbe ordinato; se ciò fosse impossibile, raccomandazioni e prediche, sollecitazioni e intimidazioni perderebbero di valore.
Invero, gli atti derivano dal comportamento morale, analogamente a come la caduta verso il basso è provocata dal naturale peso corporeo: ecco perché non si può condannare l’uno senza condannare gli altri.
Come negare che l’uomo è in grado di perfezionarsi grazie alla padronanza dell’intelletto, essendo ammissibile la modificazione del carattere degli animali?
Di fatto, è possibile addomesticare una bestia catturata allo stato selvaggio, addestrare un cane, piegare un cavallo indomito all’obbedienza.
E cosa sono queste, se non modificazioni del carattere?
Bisogna dunque ammettere senza tentennamenti che due sono le specie di creazione di Dio — sia lode a Lui! —: una sulla quale non abbiamo facoltà di intervenire, come il cielo o le stelle, la conformazione delle membra o le parti del corpo, che stanno al di là della nostra capacità d’azione; l’altra comprende tutte le cose create che possono venir perfezionate, ammesso che si diano le condizioni per un’educazione (tarbiyah).»
[ Da: La bilancia dell’azione e altri scritti – Al-Gazali (filosofo e mistico persiano – 1058 – 1111) ]
Conclusione
Non tutto ciò che siamo è scolpito nella pietra. Il sentiero del silenzio, della presenza, dell’auto-osservazione non conferma mai l’idea di un io fisso e definitivo, bensì ne svela, giorno dopo giorno, la duttilità. Educare se stessi, nell’accezione più alta e meno autoritaria del termine, significa offrire al proprio cammino la possibilità di fiorire anche in luoghi aridi. Non si tratta di reprimere né di forzare, ma di coltivare. E proprio come un giardino, anche il carattere — sebbene nato su un terreno aspro — può giungere a una forma di equilibrio. Questo è uno degli insegnamenti più silenziosi, ma anche più decisivi, della meditazione: la libertà non è sempre nel cambiare il mondo, ma spesso nel modo in cui si lascia agire il proprio cuore.
