E se la nostra più grande pretesa fosse quella di poter afferrare l’infinito con i fragili strumenti della mente? Spesso, fuorviati dai giochi di potere di un ego che ambisce a primeggiare, ci avventuriamo nel campo spirituale con l’intento di analizzare l’inconoscibile, di diventare tramiti o interpreti dell’assoluto. Questa ricerca, condotta con i soli mezzi del pensiero logico, ci porta a inseguire artefatti dell’immaginazione, lasciandoci delusi da una vita che, nella sua nuda realtà, ci appare avara. Ma una sana e onesta indagine introspettiva ci conduce a un bivio fondamentale. La pratica della meditazione, infatti, ci mostra i limiti dell’approccio analitico e ci invita a fare leva su una facoltà ben più sottile e misconosciuta: una percezione diretta, un sentire intuitivo che è l’unica chiave per dischiudere la porta di una più autentica soggettività spirituale.
Pensi d’aver preteso troppo? La vita non è affatto avara. Ma le circostanze sembrano smentirlo. Si, perché la vita ti offre solo se stessa, la natura. Mentre gli artefatti dell’immaginazione inducono a credere nell’impossibile. Fuorviati dai giochi di potere dell’ego ci lasciamo irretire dalle lucciole del desiderio di essere sempre i migliori. Ma se fossimo appena appena un po’ più saggi vedremmo che la realtà è mille volte meglio di qualunque finzione.
Pretese
Non ho la pretesa
d’interpretare l’incondizionato.
Né mi propongo
d’interagire come un tramite.
Desideri correlarti
senza la pena d’affrontar le complessità
d’una sana indagine introspettiva?
Già, gli equivoci che comporta.
Studio l’inafferrabile?
Ho investigato l’ignoto.
Ebbene ho intravisto
una soggettività spirituale
cui non si perviene per via analitica,
tanto meno analogica,
semmai facendo leva
sulla misconosciuta intuizione.
Epilogo
Al termine di ogni investigazione dell’ignoto, dopo aver sperimentato l’inadeguatezza del pensiero discorsivo, si può finalmente intravvedere un nuovo orizzonte del sentire. La soggettività spirituale cui si allude non è una teoria da comprendere, ma uno stato da abitare, e la porta d’accesso non è la logica, ma l’intuizione. Questa facoltà, a lungo trascurata in favore del raziocinio, non analizza né paragona: essa riconosce. È un modo di “vedere” che non ha bisogno di prove, un sapere che emerge dalla quiete e non dallo sforzo. Coltivare questo canale percettivo significa deporre le armi dell’intelletto e le pretese dell’ego per affidarsi a una saggezza più profonda. È lì, in quel silenzio intuitivo, che si scopre una realtà mille volte più appagante di qualunque finzione, e si comprende che la vita non è mai stata avara; eravamo solo noi a cercare nel posto sbagliato.
