Se ti domandi quale sia la vera origine della parola, sappi che la meditazione suggerisce di attendere che la risposta sorga spontanea, come l’alba o un fiotto d’acqua fresca. Tra la penna che si arresta e il foglio in attesa, si svolge un intimo duello dove l’io ambisce al primato, dileggiando la coscienza; l’unica via è lasciare che l’espressione sgorghi dall’alto, pura e limpida, oltre ogni tentativo di prevaricazione mentale.
Che viene prima, la penna o la coscienza?
La risposta è scontata, ma non chiederla.
Lascia che piova dall’alto,
che sorga parimenti all’alba,
che sgorghi come un fiotto d’acqua fresca,
che ti lambisca come un soffio d’aria pura.
Ma qual è la poesia,
questa o i versi che seguono?
La penna, il foglio, la coscienza, l’io
Ora la penna è ferma
sul foglio semi-bianco.
Chiudo letteralmente gli occhi
e attendo che la coscienza
sia un po’ – di più – espressiva,
che si riversi, nonostante l’io,
sul foglio, benché amorfo,
pronto a ricevere la penna, la coscienza,
l’io, che li dileggia a tutto campo,
cerca il primato
senza trovarlo mai.
Epilogo
Non cercare di forzare la sorgente né interrogare la penna immobile; invero, la vera poesia è l’attesa stessa che il soffio della coscienza ti lambisca. Solo in quel silenzio, dove l’io si ritira, l’espressione autentica può finalmente inondare il foglio e manifestarsi, senza più cercare alcun primato.
