Nel silenzio profondo che precede ogni pensiero, si cela una domanda antica quanto l’uomo stesso: da dove proviene tutto ciò che è? Questa riflessione, che oltrepassa le strettoie dell’intelletto ordinario, ha da sempre stimolato coloro che si dedicano alla meditazione come via di conoscenza sottile. Nell’ambito dell’esoterismo islamico, s’incontra una rappresentazione sorprendente della realtà come espressione graduale di un’origine senza forma, un nucleo assoluto che non ha bisogno di essere spiegato, ma piuttosto intuito. Qui il mondo, lungi dall’essere generato da un nulla esterno, appare come la traccia consapevole di una presenza che si riconosce riflettendosi in ciò che chiamiamo esistenza. L’universo stesso, in questa luce, non è che il risvolto visibile di una sapienza interiore, che si dispiega senza clamore, come un eco che giunge da molto lontano. Tale prospettiva rovescia la visione ordinaria, stimolando una meditazione che non si accontenta di risposte immediate, ma si abbandona all’indagine quieta di ciò che precede ogni forma. È in questo orizzonte che la differenza tra l’idea comune di creazione e il senso profondo della manifestazione trova spazio per rivelarsi non come contrasto, ma come invito a cogliere livelli molteplici del reale, ognuno specchio di una stessa origine.
MANIFESTAZIONE E CREAZIONE (ALBERTO VENTURA)
«Una celebre «tradizione santa» (hadit qudst), citata di continuo negli insegnamenti dell’esoterismo islamico, riferisce le seguenti parole: «Io ero un tesoro nascosto, desiderai essere conosciuto e creai il creato».
Questa frase descrive il susseguirsi di tre momenti diversi, da intendersi evidentemente nel senso di una successione logica e non cronologica, e questi momenti rappresentano la progressiva esteriorizzazione dell’Essenza dal suo stato di pura indeterminatezza fino alla sua manifestazione più apparente, che è l’universo.
La prima parte della frase allude allo stato del Principio incondizionato, che in quanto inaccessibile ad altro da sé viene rappresentato dall’immagine del «tesoro nascosto» (kanz mahft); la seconda parte («desiderai essere conosciuto», ahbabtu an urafa) indica poi la volontà dell’Essenza suprema di determinarsi in se stessa e di affermarsi attraverso un atto di pura auto-conoscenza; la conclusione della frase, infine, con le parole «creai il creato» (Chalaqtu lhalq) esprime il punto di arrivo di questo processo di determinazione, che consiste nell’effettiva apparizione del mondo manifestato.
Ciò significa che l’universo è il frutto della Scienza divina, la quale attraverso questo atto conoscitivo coglie in se stessa le proprie possibilità infinite e quindi le manifesta nella loro esistenza distintiva.
L’espressione «creai il creato», usata per descrivere questo momento terminale del processo, può far pensare all’idea di creazione così come viene generalmente intesa, cioè come una creazione ex nihilo; ma in realtà l’atto creativo, interpretato esotericamente, è da vedersi come la manifestazione delle idee eternamente presenti nell’Intelletto divino: fra il concetto di creazione e quello di manifestazione vi è dunque una differenza di fondo, che è quella fra il punto di vista religioso ed exoterico e il punto di vista metafisico, una differenza che tuttavia non implica l’assoluta inconciliabilità dei due concetti, ma solo la necessità di comprenderne la diversa prospettiva.»
[ Da: L’esoterismo islamico – Alberto Ventura ]
Conclusione
Alla luce di queste considerazioni, la meditazione si rivela strumento prezioso per dimorare nei margini dell’indicibile, là dove l’apparenza non contraddice l’essenza, ma la svela sotto altri nomi. La prospettiva esoterica non pretende di risolvere il mistero, bensì di accostarsi ad esso con il rispetto che si riserva all’invisibile. L’universo, allora, non è soltanto un insieme di forme, ma un riflesso cosciente di un’intelligenza che si contempla senza inizio né fine. E chi si esercita nel raccoglimento interiore può forse intuire, senza cercare di afferrarla, la trama sottile che unisce ciò che appare a ciò che è.
