Chi si dedica alla meditazione da tempo sa quanto sia facile, anche dopo anni di pratica, cadere nella sottile trappola del fissarsi. Non si tratta solo dei pensieri comuni, ma di qualcosa di più raffinato: la tendenza a incasellare l’esperienza, a classificare gli stati mentali, a giudicare ciò che accade nel silenzio. Talvolta si crede, erroneamente, che ci sia una meta da raggiungere, uno stato preciso da trattenere, o un certo equilibrio da mantenere ad ogni costo. Ma la via del cuore quieto non è questione di approdi definitivi: è il sapersi mantenere mobili anche nel profondo, senza aggrapparsi né respingere.
Abituare la mente a non trattenere nulla, a non inchiodarsi alle dicotomie dell’esperienza – bene o male, pieno o vuoto, concentrazione o distrazione – significa accogliere una libertà più sottile, più radicale. La meditazione, in questo senso, non è tanto un esercizio di controllo quanto un lasciar essere, uno smettere di cercare appigli là dove la coscienza si offre già intera (integra), priva di confini. Una mente che non dimora in nulla non è smarrita, né confusa: è libera dal peso dell’abitudine, disponibile all’istante e capace di cimentarsi con – e testimoniare – la realtà senza volerla correggere.
Ciò non comporta disinteresse, ma pienezza. È un lasciar scorrere che non nega, bensì include tutto senza sottomettersi a nulla. Meditare in questo modo significa entrare in intimità con la realtà così com’è, senza pretendere di inchiodarla a una definizione. E forse è proprio lì che si rivela, silenziosa e viva, quella lucidità che da sempre accompagna chi si inoltra davvero nella via interiore.
«Su che cosa deve stabilirsi e dimorare la mente?
Deve stabilirsi sul non-dimorare e là dimorare.
Cos’è questo non-dimorare?
Significa non lasciare che la mente dimori su nessuna cosa di nessun genere.
E cosa significa questo?
Dimorare su nulla significa che la mente non si fissa sul bene o sul male,
sull’essere o sul non-essere, sul dentro o sul fuori o da qualche parte tra i due,
sul vuoto o sul non-vuoto, sulla concentrazione o sulla distrazione.
Questo dimorare su nulla è lo stato in cui essa deve dimorare;
di coloro che lo raggiungono si dice che hanno la mente che non dimora;
in altre parole, hanno la mente di Buddha.
(Hui Hai)»
Conclusione
Nel cammino della meditazione, apprendere a non fermarsi significa anche dimenticare molto. Tralasciare i giudizi rapidi, le categorie comode, le certezze rassicuranti. E in questo disarmo graduale – che non è rinuncia ma ascolto – si fa spazio una quiete che non è passiva, bensì vigile. La mente che non si aggrappa è come un cielo senza limiti: accoglie tutto senza restare imprigionata da nulla. Non cerca di fissare l’attimo, ma ne coglie il ritmo. In siffatta leggiadria essenziale, la pratica smette di essere uno sforzo e diviene gesto naturale, sobrio, intimo. E se anche nulla fosse stato ottenuto, forse proprio in quel nulla riposa la pienezza più chiara.
