La meditazione ci ricorda che la vera gioia non nasce da ciò che accade, ma da ciò che siamo. Quando l’attenzione si volge dentro, la coscienza si apre a una sorgente di beatitudine che non dipende dal caso, ma dall’ascolto profondo. Nel silenzio del cuore, ogni sorriso interiore diviene riflesso dell’infinito che da sempre ci abita.
«Ananda è il potere divino in forma di felicità. Quando ci entri in contatto, quando lo conosci, in quel momento capisci che hai toccato il livello più profondo della realtà.
Quando ascoltò l’insegnamento: “La gioia è dentro di te”, per Jon la vita cambiò. A quel tempo, era un giornalista, la sua forma preferita di umorismo era una cinica ironia ed aveva un’inveterata diffidenza per parole come gioia e beatitudine. Se gli aveste chiesto: “Sei mai stato felice?”, avrebbe pensato alle poche belle partite di basket della scuola superiore, ad un rave cui aveva partecipato, fatto di Ecstasy, nel 1993, e, con una scrollata di spalle avrebbe detto qualcosa di tagliente, tipo “Solo gli idioti sono felici”.
Un giorno, nella classe di yoga, cui partecipava perché il suo medico glielo aveva consigliato per combattere lo stress, l’insegnante descrisse una postura dicendo che d’ora in avanti avrebbe condotto alla gioia innata del cuore. “Gioia innata?” pensò Jon, “Non nel mio cuore”. L’insegnante poi cominciò a leggere lo scritto di un guru indiano: “In tutto noi cerchiamo la gioia, l’estasi. Ma l’estasi è in voi. Cercatela nei vostri cuori”.
Poiché era in quella posizione, con poco altro da fare, Jon decise di impiegare la sua capacità di reporter investigativo per approfondire la proposta espressa dall’insegnante. Rivolse la sua attenzione all’interno, per vedere se le cose dette avessero una base possibile nella realtà. Focalizzò, letteralmente, la sua attenzione nel posto dove pensava fosse il cuore e cercò, anche, di visualizzare il muscolo pompante nel suo petto.
Con sua sorpresa, focalizzandosi all’interno in questo modo, qualcosa cambiò. Sentì una piccola scossa, una goccia di benessere. Il sentimento si espanse in un calore radiante. Improvvisamente, fu in estasi. E, cosa ancor più interessante, sapendo perfettamente di che estasi si trattasse, anche se non l’aveva mai sperimentata prima. Risultò che la gioia è qualcosa che anche il più incallito pessimista sa riconoscere quando la vede.
La felicità di Jon durò tutto il giorno. E non cessò neppure quando andò a dormire. “La beatitudine dello yoga” gli disse qualcuno quando la descrisse.
“No, era qualcosa in me”, disse Jon. “Era mia”.
La verità originaria della gioia
Ci sono degli insegnamenti fondamentali che cambiano per sempre il modo di vedere il mondo. ‘La gioia è dentro di te’ è uno di questi. Anche ascoltandolo da un punto di vista puramente psicofisico, se lo si ascolta davvero, ci aiuterà a riconoscere una delle verità più potenti che ci siano: che è davvero possibile sentire la felicità, in qualunque modo il mondo ci stia trattando, anche se la nostra infanzia è stata orribile e i nostri amici sono più fortunati di noi. Questo insegnamento vuole significare che si può essere felici anche se si fallisce in qualcosa o se si è malati. Comprendere questo può avere implicazioni immediate e di vasta portata. Può aiutare a divenire meno reattivi, innanzitutto. Può indurre a cominciare a meditare, oppure, quantomeno, a pensare di cambiare dieta o di lavorare sui propri atteggiamenti.
Ma, come con tutte le grandi verità, comprendere cosa significhi che la gioia è in noi, è cruciale. Se non lo si capisce profondamente, si può scambiare erroneamente per gioia un senso superficiale di benessere. Oppure si può credere che la gioia dipenda da circostanze che la causino: i weekend che hai passato con un particolare maestro, i momenti romantici col tuo boyfriend, andare a correre o giocare a basket! In quel caso si diviene dipendenti di una pratica particolare, di una persona, di una situazione. Ad un altro livello, si può fare l’errore che io ho commesso per anni, e diventare una sorta di ‘fascista della beatitudine’, aspettandosi di essere sempre in ‘buono’ stato, biasimandosi sottilmente quando non lo si è.
Quattro generi di felicità
Dunque, di cosa parliamo quando ci riferiamo alla gioia interiore, e come possiamo contattarla? In sanscrito ci sono quattro diverse parole per felicità: sukha, santosha, mudita, e ananda. Ognuna indica un livello diverso. insieme, in verità, costituiscono un sentiero che ci conduce al genere di felicità che davvero non può essere scossa.
La parola per la comune felicità – quel tipo di felicità che viene da esperienze piacevoli – è sukha. Sukha significa benessere, divertimento, agio – letteralmente ‘una buona esperienza’. Viene tradotta spesso, in inglese come in italiano, con ‘piacere’. Sukha è la felicità che si sente quando si è completamente nel proprio ambiente. Io vivo sulla costa californiana, e ci sono giorni che svegliandomi al mattino, guardo fuori dalla finestra e mi sento bene, spontaneamente felice. Questa forma particolare di gioia è meno probabile sia presente quando giro per l’aeroporto di San Jose, cercando di trovare un posto nel parcheggio a lungo termine, così da poter prendere il mio aereo. Il punto qui è, come sostiene ogni tradizione spirituale, che sukha, la gioia come piacere, è fondamentalmente inaffidabile. Ogni stato che dipende da come vanno le cose, può scomparire in un batter d’occhio non appena le condizioni cambiano.
C’è una famosa storia di Katherine Mansfield(1), che descrive perfettamente questa qualità della comune felicità. Una giovane donna dà un party. Osservando l’allestimento che ha creato, si complimenta con se stessa perché tutto sembra perfetto – la casa, il vino, l’insieme degli ospiti, il suo bel marito che sta offrendo da bere a tutti. “Questa è la gioia” dice a se stessa. “Questa è la felicità”. Poi, nota suo marito sussurrare nell’orecchio di una delle invitate e capisce che le sta dando un appuntamento. Improvvisamente, la sua felicità si trasforma nell’agonia della perdita.
La storia è, naturalmente, una profonda parabola yogica, e illustra perché i testi yogici ci mettano così in guardia sulla qualità effimera della felicità comune. Questa felicità, sukha, è legata indissolubilmente al suo opposto: dukha, la sofferenza. Infatti, la parola composta sanscrita, sukha-dukha, è un classico sinonimo di tutto ciò che nella vita è causa di problemi all’interno della gabbia dell’ego. La dicotomia dolore-piacere è una delle dvanda fondamentali, le coppie di opposti che tormentano la nostra vita fino a che non siamo consapevoli della dualità, il sentimento di separazione dagli altri e dal mondo. Come caldo-freddo, nascita
morte, lode-biasimo, sukha e dukha si susseguono inevitabilmente, semplicemente perché se il nostro benessere dipende dalle condizioni esterne, sarà sempre un andare e venire. Questo è il problema che il Buddha osservò, il problema che lo condusse a formulare la prima nobile verità (2).
Coltivare santosha
Il semplice antidoto yogico a questo problema – inseguire senza fine il miraggio deludente di un piacere permanente – è andare al livello successivo, e cominciare a coltivare santosha, che i testi dello yoga traducono con appagamento. Negli Yoga Sutra, santosha è considerata una pratica essenziale, perché è il modo più veloce per quietare l’agitazione che viene dalla frustrazione, dallo sconforto e dal desiderio insoddisfatto. Santosha comporta una connotazione di pienezza e soddisfazione. In santosha è implicita l’idea di essere a posto con ciò che si ha, accettando ciò che si è, senza sentire di aver bisogno di qualcos’altro per essere felice. Testi fondamentali dello yoga, come il commento di Vyasa agli Yoga Sutra, in realtà associano santosha allo spirito di rinuncia. Nella sua visione, noi possiamo sentire vero appagamento solo quando smettiamo di protenderci verso qualcosa che non possiamo raggiungere, di aspettarci dalla vita più di quanto possa darci, e quando abbandoniamo gli schemi mentali che distruggono la nostra soddisfazione – come paragonare le nostre abilità, il carattere, ciò che abbiamo, i nostri traguardi interiori, a quelli degli altri.
(1) Katherine Mansfield, scrittrice di lingua inglese, nata e cresciuta a Wellington in Nuova Zelanda, quand’era ancora una colonia inglese, il 14 ottobre 1888 – morta a Fontainebleau, 9 gennaio 1923
(2)
– La Prima Nobile Verità riguarda “il dolore” (dukha) che designa le sofferenze materiali come l’afflizione, la frustrazione e la pena, causate dalla nascita, dalla malattia, dalla vecchiaia, e dalla morte.
– La Seconda Nobile Verità si riferisce alla causa della frustrazione, detta trishna, cioè, la sete di piacere, basata su ignoranza e incoscienza, avidya.
– La Terza Nobile Verità riguarda la cessazione della sofferenza.
– La Quarta Nobile Verità della Via del Buddhismo, per mettere fine alla frustrazione materiale, propone la dottrina dell’“Ottuplice Sentiero del Dharma” che consiste nell’agire sotto l’influenza della virtù (“giusto mezzo”).
Epilogo
Ritrovare la gioia nel cuore significa riconoscere la sua presenza come una luce discreta, mai spenta. Non occorre cercarla lontano né conquistarla: basta restare immobili, presenti, pronti ad accogliere ciò che semplicemente è. Così la meditazione si fa dimora del divino, e la pace diventa la nostra unica realtà.
