La meditazione fiorisce nel silenzio di uno scambio che non cerca approdo, un rarefatto spazio di ascolto dove l’ego depone finalmente le armi. Esiste una forma di comunicazione sottile, simile a un soffio che accarezza senza mai graffiare, capace di risvegliare l’intuizione profonda senza ricorrere alla logica stringente. Immergersi in questa vacuità relazionale significa riscoprire la purezza di un incontro autentico, un fluire spontaneo che nutre l’anima.
«Dogen-zenji diceva: “Quando dite qualcosa a qualcuno, può darsi che egli non l’accetti, ma non tentate di fargliela comprendere intellettualmente. Non mettetevi a disputare con lui; semplicemente ascoltate le sue obiezioni finché non sia lui stesso a trovare in esse qualcosa di errato”.
Ciò è molto interessante. Non cercate di imporre la vostra idea a qualcuno, ma piuttosto riflettete su di essa con lui. Se sentite di aver vinto la discussione, anche questo è un atteggiamento sbagliato. Non cercate di vincere nell’argomentazione; ascoltatela e basta; ma è anche sbagliato comportarvi come se aveste perso. Di solito, quando diciamo qualcosa, siamo inclini a cercare di vendere il nostro insegnamento o a imporre la nostra idea. Ma fra gli studenti zen non c’è alcun proposito particolare quando si parla o si ascolta. Talvolta ascoltiamo, talvolta parliamo; ecco tutto. È come un saluto: “Buon giorno!”. Attraverso questo tipo di comunicazione possiamo sviluppare la nostra via.»
[ Da: Shunryu Suzuki-roshi, “Mente zen, mente di principiante“ ]
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Epilogo
Lasciar fluire le parole come rugiada al mattino permette alla verità di svelarsi spontaneamente, senza forzature. In questo approccio meditativo alla parola, l’armonia non nasce dal prevalere su un interlocutore, ma dal dimorare congiuntamente in una quiete vigile. È nel distacco da ogni risultato che la pratica si incarna nel quotidiano, rendendo ogni respiro e ogni frase un’offerta silenziosa al mistero dell’esistenza.
