C’è un silenzio che non è assenza, ma pienezza. Non si tratta del semplice tacere, né di un vuoto da riempire con parole più sottili. È un silenzio che emerge spontaneo, inatteso, spesso privo d’intenzione. Un silenzio che non interrompe, ma prosegue un dialogo su un altro piano. Accade talvolta che, in contesti non consueti, lontani dalle nostre abitudini linguistiche, si venga sorpresi da un’assenza di parole che non isola, bensì accoglie. Nell’esperienza meditativa, tale silenzio può assumere una qualità tangibile: non immobile, bensì viva, intima, composta. È come se le presenze si disponessero in ascolto, non di un suono, ma di un sentire condiviso. La meditazione, allora, non diventa un esercizio, ma un varco verso un’intesa che si svela senza rumore. Un’intesa che non chiede spiegazioni, ma solo disponibilità ad esserci davvero, nel momento che si fa presenza muta e luminosa.
LE CATEGORIE DEL SILENZIO (PIERO CRIDA)
«Vi sono altre categorie di silenzio.
Il silenzio degli innamorati alla presenza della persona amata, quando l’intensità reciproca dell’amore rende inutili le parole.
Il silenzio dei sufi, quando la loro comunicazione abbandona lo scambio verbale e prosegue ad un diverso livello d’intesa, nella reciproca, condivisa percezione.
Il silenzio che nasce spontaneo quando l’intensità della situazione rende le parole superflue, quando il dialogo fatto di parole scompare ed entriamo in uno stato interiore più intenso, lucido e profondo, nella pienezza della comunicazione silenziosa.
Conobbi questo particolare silenzio in uno dei miei primi incontri con un gruppo di sufi iraniani.
Ero stato invitato, un pomeriggio, nella casa di uno di loro.
Comprai al mercato datteri e lokum alla rosa da portare in dono.
Accolto cordialmente, mi accomodai, seduto in loro compagnia, sui tappeti che ricoprivano il pavimento.
Fu servito il te caldo, e datteri e lokum furono educatamente apprezzati.
Un sufi del gruppo, l’unico che sapeva l’inglese, faceva da traduttore per le loro domande e le mie risposte.
Col passare del tempo, in modo quasi impercettibile, il dialogo incominciò a farsi più rarefatto, le frasi più sporadiche, finché un silenzio completo si distese nella stanza.
Incominciai, ovviamente, a sentirmi progressivamente a disagio.
Mi osservavo attorno, ma i volti non tradivano alcun disturbo, anzi sembravano mostrare una benevola espressione.
Pensai fosse un loro educato atteggiamento formale, per segnalarmi che fosse giunto il momento di lasciarli.
Più il silenzio continuava e più mi sentivo un estraneo la cui presenza non era più ben accetta.
Presi dentro di me la decisione di congedarmi.
Avevo appena pensato a questo quando uno di loro, fissandomi, mi fece un breve segno con la mano, invitandomi a restare seduto. Non mi mossi.
Rimasi seduto.
Se fossi dovuto restare fra loro, compresi in quel preciso istante, l’unico mio modo possibile sarebbe stato col partecipare, anch’io, al loro silenzio.
Dovevo condividere e non fuggire.
Mi rilassai.
Mi unii al loro silenzio.
Fui accolto.
Mi sentii, in modo lento, fluido e progressivo, sciogliere dalla dimensione corporea.
Il mio corpo era normalmente seduto, lo percepivo come sempre, ma la mia coscienza non era più collocata al suo interno.
La mia coscienza si era spostata dal corpo, ed era entrata nel silenzio.
Nel suo vuoto, delicatamente, mi sentii percepito e lentamente percepii a mia volta la presenza degli altri attorno.
Nel silenzio eravamo ricollegati assieme, in un modo completamente diverso da quando si parlava, prima, nella stanza.
Un nuovo dialogo riprese, un dialogo che generò in me uno stato di profonda pace.
In questa pace intuii l’esistenza di un silenzio ancora più profondo, dove questo già silenzioso dialogo sarebbe a sua volta svanito, per mostrare una verità, totale e finale, senza più forma, senza più contenuto.
Non so per quanto tempo restammo assieme, uniti nel silenzio.
Ma quando, fluidamente e di comune accordo, tornammo ad uno stato di coscienza ordinaria e ci ritrovammo nella stanza, il sole era oramai tramontato ed il tè s’era raffreddato, nelle nostre tazze.»
[ Da: “Il diciottesimo cammello. 17 proverbi sufi” di Piero Crida ]
Conclusione
Quando ci si abbandona a un silenzio simile, qualcosa si chiarisce senza bisogno di spiegazioni. Non si tratta di capire con la mente, ma di lasciar posare ogni movimento interno fino a sentire che nulla va colmato. In quel tacere condiviso non si spegne il dialogo, ma ne nasce uno nuovo, più sottile, più quieto, più vero. È allora che la meditazione assume la sua forma più semplice: non come pratica da inseguire, ma come naturale espressione di un’intimità che si rivela appena si smette di cercarla. In fondo, non si tratta di isolarsi, ma di ritrovarsi, assieme, in quel punto dove le parole non servono più.
