Nel silenzio che accompagna la meditazione, può emergere un’intuizione tanto semplice quanto destabilizzante: ciò che sembra privo di consistenza possiede, in realtà, una forza inaspettata. Il concetto di vuoto, spesso frainteso o ridotto a mera assenza, racchiude una dimensione di potenzialità, di apertura, di disponibilità all’inatteso. Non si tratta di un annullamento, ma di una condizione sottile in cui i riferimenti abituali si attenuano, lasciando spazio a ciò che non può essere afferrato con il pensiero consueto. In questo orizzonte, anche lo zero assume una valenza non meramente numerica, bensì simbolica: non indica la fine, bensì una soglia. Ed è proprio sostando consapevolmente su questa soglia che la meditazione rivela la sua natura più autentica: non tanto come esercizio, quanto come orientamento, come modo di stare al mondo senza sovrastrutture, senza dover riempire a tutti i costi ogni attimo o ogni pensiero. Ci si rende conto che ciò che appare vuoto è, talvolta, quanto di più ricco possiamo incontrare.
IL VUOTO E LO ZERO (GUIDO TONELLI)
«La familiarità col vuoto del pensiero orientale assume aspetti tanto sofisticati da spingere Martin Heidegger a parlare dell’Oriente come “casa del nulla”.
Non deve quindi stupire che lo stesso concetto di zero, talmente osteggiato nel mondo greco da essere considerato, al pari dell’infinito, elemento sovversivo dell’ordine costituito, sia stato sviluppato da brillanti matematici nell’India del VII secolo d.C.
Adottato dagli arabi, che lo chiamarono ṣifr, cioè “vuoto”, giungerà in Occidente molti secoli dopo; verrà introdotto da Leonardo Fibonacci che, per assonanza, tradurrà il latino “zephirum” nel veneziano ”zevero”, che diventerà il nostro “zero”.
Senza il “non numero”, che è anche il più potente fra i numeri, l’unico capace di annichilire, per moltiplicazione, qualunque altro numero incredibilmente grande, o di far espandere all’infinito, per divisione, ogni altro numero, per quanto piccolo, non saremmo andati molto lontano.»
[ Da: Guido Tonelli – L’eleganza del vuoto. Di cosa è fatto l’universo ]
Conclusione
Quando si posa lo sguardo su ciò che non si lascia afferrare, si scopre una calma che non ha bisogno di essere spiegata. L’apparente mancanza diventa allora soglia silenziosa, invito discreto a una diversa modalità dell’essere. Non è necessario cercare qualcosa: basta dimorare nel non detto, nell’intervallo fra un pensiero e l’altro, in quell’attimo sospeso che, a ben vedere, è già tutto. Il vuoto, più che uno sfondo neutro, è lo spazio dove ogni cosa può accadere. E la meditazione – non come tecnica, ma come ascolto profondo – ci accompagna proprio lì: dove nulla è fissato, eppure tutto è presente.
