Nel profondo laboratorio del nostro essere, il cervello orchestra una sinfonia chimica di inaudita complessità, un vero e proprio scrigno di sostanze biochimiche che modulano incessantemente il nostro sentire e il nostro agire. Al di là della mera funzione fisiologica, emerge con sempre maggiore chiarezza come queste preziose molecole endogene, che spaziano dalle endorfine capaci di lenire il dolore e armonizzare le funzioni vitali, agli endocannabinoidi che riecheggiano tali effetti, fino a includere noti protagonisti come la dopamina e la serotonina, siano intimamente influenzate dalla qualità delle nostre interazioni. Si delinea così l’esistenza di una sorta di “dispensa farmacologica” personale, un tesoro evolutivo pronto a rilasciare i suoi benefici elisir non appena si instaura un vincolo di fiducia e autenticità con un altro individuo. Questo meccanismo, lungi dall’essere una prerogativa esclusiva della nostra specie, affonda le sue radici nel mondo mammifero, sottolineando come il contatto e la relazione siano elementi ancestrali fondamentali per il benessere. Comprendere questa dinamica può arricchire anche il percorso di chi pratica la meditazione, poiché la consapevolezza di questi processi interni valorizza ulteriormente l’importanza dell’equilibrio emotivo e relazionale.
CHIMICA DEL CERVELLO E INTERAZIONI SOCIALI (FABRIZIO BENEDETTI)
«Il nostro cervello possiede un mosaico di sostanze chimiche che svolgono le più svariate funzioni.
Sono state identificate le endorfine, che controllano il dolore e regolano l’attività del cuore, il ritmo del respiro, il sistema immunitario.
Sono state identificate sostanze simili alla cannabis, i cosiddetti “endocannabinoidi”, che allo stesso modo controllano dolore, cuore, respirazione, sistema immunitario.
Ci sono poi una miriade di altre sostanze, dalla dopamina alla serotonina, dai trasmettitori lipidici alla colecistochinina.
Il quadro è molto complesso, e ogni sostanza prodotta dal nostro cervello svolge svariate funzioni.
Tuttavia, sta emergendo sempre più chiaramente che le interazioni sociali sono in grado di attivare queste sostanze che, per l’appunto, risultano decisive per gli effetti benefici della socialità.
Insomma, disponiamo di una complessa farmacia interna, pronta a entrare in azione in quelle circostanze in cui avviene una relazione di fiducia fra individuo e individuo.
La specie umana non è la sola a possedere questa farmacia interna.
Nei primati non umani, e in generale in tutti i mammiferi, la socialità mette in moto queste sostanze, con conseguenti effetti benefici, per esempio diminuzione del dolore con il contatto sociale.
…
La farmacia interna, ricca di tutte quelle sostanze allineate nei vari scomparti del nostro cervello, si è evoluta proprio per questo, per fare del contatto sociale uno dei più efficaci e potenti meccanismi di benessere e sopravvivenza.»
[ Da: La speranza è un farmaco. Come le parole possono vincere la malattia – Fabrizio Benedetti ]
Conclusione
Appare dunque evidente come la natura ci abbia dotati di un sofisticato apparato interiore, finemente calibrato per rispondere positivamente agli stimoli provenienti da un tessuto sociale sano e nutriente. La “farmacia interna” di cui disponiamo non è un semplice arsenale di molecole, ma il riflesso di un’esigenza primordiale di mutualità e appartenenza, un richiamo ancestrale a coltivare quei legami che si rivelano autentici catalizzatori di serenità e resilienza. Ogni gesto di cura, ogni parola di conforto, ogni istante di condivisione autentica, si traduce in un impulso benefico che percorre i sentieri neurali, rilasciando quel cocktail di sostanze che la saggezza evolutiva ha predisposto per il nostro sostentamento emotivo e fisico. Riconoscere e valorizzare questa intrinseca predisposizione alla socialità benefica diventa, allora, un passo fondamentale nel cammino verso un’esistenza più piena e armoniosa, un principio che risuona profondamente con la ricerca di equilibrio e presenza che anima, ad esempio, la pratica costante della meditazione.
