Spesso ci sentiamo dire che per essere felici abbiamo bisogno di “cose”: soldi, successo, oggetti… Ma la verità è un’altra. Come ci ricorda Sharon Salzberg, ciò che desideriamo profondamente non sono le cose in sé, ma gli stati d’animo che associamo ad esse: sicurezza, amore, libertà. Il problema è che inseguire costantemente queste sensazioni ci porta a vivere in un perenne stato di “divenire”, sempre proiettati verso il futuro. E se invece provassimo a fermarci un attimo? A gustare pienamente il presente, senza aggrapparci a ciò che abbiamo o a ciò che vorremmo avere? La felicità autentica non si trova nelle cose esterne, ma dentro di noi. È un’esperienza del momento presente, un’apertura alla vita così com’è. Cosa ne pensi? Hai mai provato a coltivare la consapevolezza del momento presente? Condividi la tua esperienza nei commenti!
«Di cosa abbiamo bisogno per essere felici? Abbiamo davvero bisogno di ciò che il mondo ci suggerisce? Spesso quello di cui pensiamo di aver bisogno è un’interpretazione della realtà fornitaci da qualcun altro. “Samsara”, il nome di un profumo francese, ne è un buon esempio: nelle lingue del buddhismo classico, il pali e il sanscrito, la parola samsara indica il costante cambiamento, il ciclo delle nascite e delle morti e della sofferenza, ma la pubblicità di quel profumo definisce Samsara “una sottile, persistente, infinita soddisfazione”: ciò che tutti vogliamo. Ma, alla fine, è davvero una soddisfazione infinita?
Possiamo credere di aver bisogno di molti soldi per essere felici, ma non significa che vogliamo tanti pezzi di carta ammucchiati ovunque, su cui è raffigurato il volto dei presidenti, e nemmeno tutti gli oggetti che possono procurarci. In realtà, desideriamo ciò che è compreso nell’avere molto denaro: sicurezza, potere, possibilità di fare delle scelte, il tempo per divertirsi.
e guardiamo con molta attenzione, ci accorgiamo, che una volta assolti i bisogni primari, desideriamo soprattutto determinati stati mentali. Infatti quando parliamo del denaro, in realtà alludiamo a stati mentali come la sicurezza, il potere o la libertà. Ma pur avendo molti soldi, le persone possono essere molto distanti da tali stati mentali e non sentirsi né potenti né sicure.
Quando vediamo con precisione la realtà, ci accorgiamo che gli stati mentali invero dipendono dal nostro essere, non da quanto o cosa possediamo. È una delle cose buffe del desiderio. Ci sono tante cose che possiamo avere, e che abbiamo, senza dolore o attaccamento, senza sofferenza o perdita. Sono qualità interiori come amore, fede, saggezza, pace: tali stati non sono prodotti da un processo di crescente accumulazione caratterizzato da una ricerca febbrile.
Quando siamo tutti presi dal desiderio, veniamo inseriti saldamente nella struttura del tempo lineare. Ci concentriamo sull’ottenimento di quanto ancora non possediamo o sul mantenimento di quanto già abbiamo, ci proiettiamo verso il futuro. L’essere presi nel tempo lineare ci porta a ciò che negli insegnamenti buddhisti è detto bhava, o divenire, o continua caduta nel momento successivo. È come se, prima che finisca ciascun respiro, ci protendessimo ad afferrare il successivo.
Se girassimo sempre con i corpi protesi avanti, potete immaginare che dolore? Le spalle, il collo, le gambe ci farebbero un male terribile. Esattamente allo stesso modo, ci fa male il cuore, poiché siamo spinti avanti tutto il tempo, desiderando, cercando le cose, poggiandoci su di esse e facendo dipendere la nostra felicità da cose particolari, persone o anche credenze. Abbiamo un’esperienza impermanente e, incapaci di essere in pace, ci allunghiamo e cerchiamo di afferrarne un’altra.
La tradizione buddhista tibetana definisce la rinuncia come l’accettazione di ciò che giunge nella nostra vita e il lasciar andare ciò che se ne va. In questo senso rinuncia significa pervenire a uno stato di puro essere, in cui in un attimo vediamo, in un attimo sentiamo, assaporiamo, tocchiamo, odoriamo o pensiamo: solo in un attimo, che poi passa. A un esame attento la nostra esperienza si rivela come una cascata di impressioni; se facciamo assegnamento su una di queste cose transitorie in vista di una soddisfazione permanente, perdiamo la felicità del puro essere. Immaginate solo per un momento la tranquillità e la pace del non protendersi neppure verso il respiro successivo. Questo è essere piuttosto che divenire, ossia il potere e la pienezza della metta.»
(Da: Sharon Salzberg, L’arte rivoluzionaria della gioia)
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