E se il vero scopo di ogni disciplina spirituale fosse la serena comprensione della sua stessa inutilità? Intraprendiamo il sentiero della meditazione come un esercizio metodico, un insieme di precetti volti a quietare la mente, ma il cammino stesso, se percorso con sincerità, ci conduce a una soglia inattesa. Arriva un momento in cui ogni parola, ogni spiegazione, ogni dottrina si rivela per ciò che è: un semplice dito che indica la luna, e non la luna stessa. In quello spazio di silenziosa intuizione, si coglie la profonda differenza tra la vita e le credenze sulla vita, tra l’essenza e le fedi che tentano di circoscriverla, tra lo spirito e i dogmi che lo vorrebbero imbrigliare. È un ritorno a ciò che viene prima, a una comprensione recondita che illumina i dubbi non con nuove risposte, ma denudandoli della loro stessa sostanza.
Appunti sulla via del ritorno (a se stessi), del silenzio, della comprensione recondita, di una tenue, ma costante e tenace consapevolezza che illumina i dubbi, li denuda e restituisce fiducia. Talvolta mi chiedo dove finisca la poesia e cominci la meditazione. Forse nell’attimo in cui ti rilassi, socchiudi gli occhi e non pensi a nulla, se non all’astrazione suprema, e poi all’amore …
Postille
La meditazione
inizia spesso come disciplina
e si conclude con la comprensione
del suo non senso.
Parafrasando,
tutto ciò che può esser detto
non è affatto meditazione.
Semmai una presa per i fondelli del pensiero.
Quindi esiste la mente, poi il pensiero,
prima lo spirito, dopodiché la dottrina,
anzitutto l’essenza, dunque le fedi,
in primo luogo la vita, infine le credenze.
Suvvia che lo sai già:
se non diventi il tuo prossimo
la religione serve solo a nascondersi.
Epilogo
Quando il pensiero si acquieta e le elaborate architetture delle fedi e delle dottrine rivelano la loro natura effimera, emerge una verità pratica e ineludibile. Il fine ultimo del percorso interiore non è l’adesione a un credo più raffinato o il raggiungimento di uno stato mentale astratto, ma un radicale mutamento del sentire che si manifesta nell’azione. La vera comprensione si misura nella capacità di dissolvere i confini che ci separano dall’altro. Se la nostra pratica spirituale, per quanto profonda, non si traduce in una vissuta e spontanea empatia, se non ci porta a “diventare il nostro prossimo”, rischia di ridursi a un sofisticato meccanismo di difesa, un modo per nascondersi dietro un velo di certezze. La quiete autentica, dunque, non è un rifugio, ma un ponte verso l’altro, il punto in cui la meditazione sboccia in amore incondizionato.
