C’è una soglia impercettibile tra l’impulso a tendere la mano e la consapevolezza che nulla possa davvero colmarla. In questa breve composizione, si affaccia un’immagine essenziale, immediata, che tocca corde profonde del sentire interiore. Non si tratta di offrire né di ricevere, quanto piuttosto di fermarsi a osservare quel gesto così umano, così istintivo, che cela in sé un bisogno inespresso. La meditazione autentica comincia proprio da qui: dalla resa silenziosa di ogni pretesa, dalla disponibilità a rimanere vuoti senza vergogna, senza maschere, lasciando che sia il silenzio a parlare. Non serve altro, se non uno spazio quieto in cui permettere all’inutile affanno di dissolversi. Nessuna tecnica, nessuna attesa di risultato: solo mani aperte che non afferrano, ma si arrendono alla realtà così com’è. In questo vuoto fertile, che la mente ordinaria spesso rifugge, può sorgere un’intuizione limpida, semplice come un respiro: la pace non si conquista, si riconosce. E la poesia, quando è scomoda, quando urta le abitudini del pensiero, può rivelarsi una soglia discreta verso uno sguardo più profondo.
A che serve la poesia se non smuove, commuove o sollecita? Si tratta, quindi, di una poesia che provoca. Potresti apprezzarla subito, potrebbe non piacerti mai, ma sono certo che non ti annoierà. E’ troppo breve persino per tediarti.
Mani
(Sottotitolo: mani tese)
Mani tese che si protendono dovunque,
mani tese che rimarranno vuote,
giacché non v’è nulla che si possa mai ricevere,
men che meno di nulla sia possibile donare.
Mani tese? Quasi sempre illuse,
in attesa, ma senza nessuna speranza,
giacché il vero punto è se sei disponibile,
pronto alla resa… per poter meditare.
EPILOGO
Talvolta basta accorgersi di non dover stringere nulla. Le mani, allora, smettono di cercare. Restano immobili, ma vive. È in quel fermo non-gesto che l’attenzione si risveglia e si apre un varco sottile verso l’ascolto. La meditazione non pretende, non reclama. È disponibilità quieta, presenza senza aspettative. E così, anche la poesia, nella sua brevità disarmante, può farsi maestra: non per ciò che dice, ma per ciò che lascia intuire nel silenzio tra le righe.
