Meditazione e preghiera

Un antico maestro disse: «Le montagne, i fiumi, la terra intera, tutta la moltitudine dei fenomeni non sono altro che te stesso». Se potessi assorbire l’essenza di questo messaggio, non ci sarebbero attività al di fuori della meditazione: ti vestiresti in meditazione e mangeresti in meditazione; cammineresti, ti alzeresti in piedi, ti siederesti e ti sdraieresti in meditazione; percepiresti ed avresti cognizione in meditazione; avvertiresti la gioia, la rabbia, la tristezza e la felicità in meditazione. Muso (1275-1351).
 

Benefici

La compassione unisce, la religione, per lo meno nel suo modo attuale di proporsi, divide. Così come un bisturi può essere adoperato per guarire o ferire, così l’energia può causare sia benefici che danni. Sembra che in tanti abbiano dimenticato come l’energia sia sempre la stessa. E’ l’uso che se ne fa a determinarne le qualità. Consideriamo la preghiera. Essa tenta d’orientare la propria energia in una direzione ben precisa. Invece la meditazione si limita a predisporre i soggetti ad un’attesa paziente per rimuovere, in modo del tutto spontaneo, quegli ostacoli che limitano il flusso della vitalità. In effetti non si tratta di approcci spirituali opposti, bensì complementari. L’uno non esclude l’altro. Quando prevale la gratitudine diventa quasi spontaneo formulare sentite e riconoscenti preghiere di ringraziamento.

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A chi rivolgere le preghiere?

Nome del mittente: Spok …
Oggetto: a chi devo rivolgere le preghiere?

Quesito

Nelle f.a.q. parlate di preghiere benevole, ma nella concezione cristiana si è abituati a pregare Dio. Non capisco a chi bisognerebbe rivolgere le preghiere in una meditazione che non comprende un Dio.
 

Risposta

Ottima domanda, sono lieto che tu l’abbia posta. Considera che i quesiti riguardo le F.A.Q. sono stati inseriti così come pervenuti e le risposte sono suscettibili tanto a modifiche che approfondimenti.

Pertanto, a chi dovremmo rivolgere le nostre fervide preghiere quando la meditazione sembra implicare l’inesistenza di un Dio?
La contraddizione è solo apparente. La meditazione non è un rapporto con se stessi, come qualcuno insinua o vorrebbe far credere. Taluni, tra cui in particolare i praticanti dello Zen, definiscono talvolta la meditazione come la ricerca del proprio volto originale. Ma cos’è, in che consiste e a chi appartiene questo volto? Durante il processo meditativo ci si rende ben presto conto che il suddetto volto, riferimento simbolico ad una qual certa realtà interiore, non è il proprio e che l’enfasi andrebbe posta soprattutto sull’aggettivo “originale”. Una sorgente di gioia e amore che non essendo “nostra” o “personale” potrebbe coincidere con il Brahman, il Dio, l’assoluto. Tuttavia i cultori di meditazione evitano di spiegarlo perché il proprio essere effettivo andrebbe sentito e non pensato.

E’ un po’ come la tesi dei mistici di tutti i tempi secondo cui la vera realtà spirituale è un’esperienza e non un concetto. Ed anche se il nostro linguaggio ci consente di trasmettere soprattutto idee, rappresentazioni o interpretazioni di ogni vicenda e non le situazioni stesse, rimane pur sempre la possibilità d’intuirne la pregnanza, la profondità, l’intimità esistenziale. Non confondere il dito – la preghiera – che indica la luna – l’essenza divina – con la luna medesima. Né, tanto meno, evita di confonderla con il suo riflesso nello stagno dei desideri. La preghiera dovrebbe essere un aiuto per sentire o accogliere la presenza divina implicita, affatto diversa da ciò che è … la vita cosiddetta ordinaria.

Tuttavia questa risposta suscita un’altra domanda. Riusciremo a percepire tutta la realtà della vita, oppure esistono dimensioni, circostanze, che ahimè ci sfuggono? Non si può dire. Conoscere se stessi significa pure riconoscere e comprendere che siamo solo un’onda emersa sulla superficie di un oceano chiamato vita. L’increspatura è momentanea, svetteremo per qualche frazione di tempo cosmico sino a ricongiungerci con la sua stessa natura.

Meditazione è il riconoscimento repentino della propria vera, indissolubile, mai nata e non diveniente natura, prim’ancora che il gioco degli eventi o la ruota della vicenda cosmica non ci riconduca comunque all’origine. Quel vuoto assoluto da cui scaturiscono sia gli esseri che le cose. Ciascun microcosmo ripercorre, in scala infinitesimale, il pulsare ciclico della realtà. Miriade d’esistenze e di mondi che appaiono e scompaiono, si alternano, ritornano …

In definitiva, non v’è nessuna contraddizione tra meditazione e preghiera. Infatti la meditazione può essere intesa come una preghiera silente, senza parole, la ricerca di un’intesa diretta e più soddisfacente della mera immaginazione, con un Dio che si percepisce, innanzitutto, in quanto gioia, compassione, amore, …
 

Ambiti

Attenzione, gli ambiti di preghiera e meditazione sono piuttosto flessibili, quasi inafferrabili, un tantino sfumati. Ma dapprincipio non rimescoliamoli assieme. Può capitare che dopo aver meditato ti senti di ringraziare con una preghiera. Oppure potrebbe anche accadere che pregando ti ritrovi in meditazione. Gli approcci sono tanti e nessuno è migliore degli altri. Ciascuno dovrebbe trovare il proprio. Ciò che gli si addice, lo fa star meglio e sentire più “elevato”. Tuttavia il riscontro definitivo sarà sempre, come d’altra parte hanno testimoniato i contemplativi di qualunque religione, un’esperienza espansiva, quieta, silente, senza parole, affatto mediata dalla mente discorsiva o concettuale.
 

Epilogo

Mi auguro che il nostro semplice riflettere ci aiuti a cogliere sia i risvolti più naturali che quelli meno ovvi o apparentemente enigmatici di questa nostra pur sobria, ma costante, quotidianità esistenziale. E ci rinnovi in modo tale da non creare più tanti ostacoli tra le diverse o discrepanti concezioni dell’esistenza. Affinché le nostre osservazioni colgano la qualità meditativa necessaria perché ogni azione che ne segue si trasformi, essa medesima, in una splendida, incommensurabile preghiera.



Franco Megali

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