La meditazione – Consigli ai principianti – Bokar Rimpoche

Preliminari

[ … ] Il presente testo riporta una serie di insegnamenti impartiti da Bokar Rimpoche (1940 – August 17, 2004) nel Settembre 1985, in Provenza, nel corso del suo secondo viaggio in Europa. [ … ] Il capitolo Introduzione generale alla meditazione é un insegnamento impartito nel Centro tibetano di Marsiglia. [ … ]

Esistono, in tibetano, numerosi manuali di meditazione, di cui uno, il Mahamudra che dissipa le tenebre dell’ignoranza, del IX Karmapa, é stato tradotto in francese. Il presente opuscolo, fondamentalmente non insegna niente altro che quanto viene esposto in modo dettagliato in suddetti manuali. Nel contempo, offre il vantaggio di una presentazione quasi scevra da tecnicismo e resa facilmente accessibile da innumerevoli esempi presi nella nostra vita quotidiana. Il lettore, tuttavia, non deve cadere in equivoci: sotto questa apparenza semplice, quelle che qui vengono esposte, sono delle istruzioni molto profonde. E’ probabile che una lettura rapida e superficiale non lasci alcuna traccia nella mente. Perché se ne possa trarre qualche beneficio, occorre assorbire i contenuti e mettere in pratica gli esercizi sotto la guida indispensabile di un istruttore, come viene sottolineato dallo stesso Bokar Rimpoche.

Questa pubblicazione é stata incoraggiata da Bokar Rimpoche e la traduzione é stata integralmente verificata in base al tibetano registrato nel corso dei sopraccitati insegnamenti.

Tcheuky Sèngué
buddha - budda

LA MEDITAZIONE

– Consigli ai principianti –

INTRODUZIONE GENERALE ALLA MEDITAZIONE

PERCHE’ MEDITARE?

Gli uomini sono afflitti dalle sofferenze, da angoscia e da innumerevoli paure che non sono in grado di evitare. La meditazione ha la funzione di eliminare queste sofferenze e questa angoscia. Noi pensiamo comunemente che felicità e sofferenze derivino da circostanze esterne. Continuamente indaffarati, in un modo o nell’altro, a riorganizzare il mondo, noi tentiamo di evitare un po’ di sofferenza di qua, di racimolare un po’ di felicità di là, senza mai raggiungere il risultato auspicato. Il punto di vista buddista, che é pure il punto di vista della meditazione, considera al contrario che felicità e sofferenza non dipendono fondamentalmente da circostanze esterne, bensì dalla mente stessa.

Un’attitudine di spirito positiva, genera la felicità, un’attitudine negativa, la sofferenza. Come comprendere questo equivoco che ci induce a cercare all’esterno ciò che noi non possiamo trovare che all’interno? Una persona dal viso pulito e limpido, guardandosi allo specchio, vede un viso pulito e limpido. Colui il cui viso é sporco e macchiato di fango, vede nello specchio un viso sporco e macchiato. Il riflesso, non ha, in verità, esistenza; solo il viso esiste. Dimenticando il viso, noi prendiamo come reale il suo riflesso. La natura positiva o negativa della nostra mente si riflette sulle apparenze esterne che ci rinviano la nostra propria immagine. La manifestazione esteriore, é una risposta allo stato del nostro mondo interiore.

La felicità che noi desideriamo, non ci deriverà dalla ristrutturazione del mondo che ci attornia, ma dalla riforma del nostro mondo interiore. L’indesiderabile sofferenza, non se ne andrà che nella misura in cui eviteremo di offuscare il nostro spirito con ogni tipo di negatività. Fin tanto che non saremo consapevoli che la felicità e la sofferenza hanno la loro origine nella nostra stessa mente, finché non sappiamo distinguere ciò che, per il nostro spirito é salutare o nocivo e che lo lasciamo nel suo ordinario stato di insalubrità, rimaniamo impotenti a stabilire uno stato di benessere autentico, impossibilitati a evitare i continui ritorni della sofferenza. Qualsiasi sia la nostra speranza, viene sempre delusa.

Se, scoprendo nello specchio la sporcizia del nostro viso noi ci accingiamo a lavare lo specchio, per quanto sfreghiamo per anni con energia, sapone e acqua in abbondanza, dal riflesso non spariranno minimamente né la sporcizia né le macchie. A meno che orientiamo i nostri sforzi verso l’oggetto giusto, essi rimangono perfettamente vani. E’ per questo motivo che il buddismo e la meditazione considerano come aspetto prioritario il fatto di comprendere che felicità e sofferenze non dipendono sostanzialmente dal mondo esterno quanto dalla nostra propria mente. In assenza di questa comprensione, non ci volgeremo mai verso l’interno e continueremo ad investire le nostre energie e le nostre speranze in una vana ricerca esteriore. Una volta acquisita questa comprensione, possiamo lavare il nostro viso: il riflesso stesso, apparirà limpido nello specchio. 
 

LE CONDIZIONI AUSILIARIE

La meditazione concerne la mente. Per meditare, occorre tuttavia riunire un certo numero di condizioni ausiliarie senza le quali la nostra impresa non potrebbe essere fruttuosa.

In primo luogo, dopo aver compreso che felicità e sofferenza dipendono essenzialmente dalla nostra mente, occorre essere pervasi da una viva aspirazione a meditare e a provare gioia di fronte a questa prospettiva.

In secondo luogo, é indispensabile essere guidati da un istruttore che ci insegna come meditare. Se noi ci proponiamo di recarci in un dato posto di un paese che non conosciamo senza l’aiuto di qualcuno che abbia familiarità con il luogo, ci sarà impossibile raggiungere la nostra destinazione. Lasciati alla ventura, non potremo che sviarci o perderci in percorsi tortuosi.

Senza un maestro che guidi la nostra meditazione, noi non possiamo, nello stesso modo, che perderci per vie traverse.

In terzo luogo, il luogo dove noi meditiamo riveste una certa importanza, in modo particolare per i principianti. Le circostanze in cui viviamo, esercitano attualmente su di noi un’influenza molto costrittiva e portano con sé un abbondante flusso di pensieri che paralizzano i nostri tentativi di meditazione. E’ dunque necessario ritirarsi in un luogo almeno un minimo appartato dalle attività mondane. Un animale selvatico che vive nei boschi d’alta montagna, non sopporta affatto l’agitazione della città. Il nostro spirito di meditazione non può svilupparsi nelle condizioni in cui predominano le distrazioni e le sollecitazioni esteriori permanenti. 
 

COME MEDITARE

Scelto un luogo isolato, dobbiamo svincolare il nostro corpo da ogni attività, liberare il nostro spirito da pensieri concernenti il passato e l’avvenire, liberare la nostra parola da ogni conversazione profana. Il nostro corpo, la nostra parola e la nostra mente, vengono lasciati in riposo nello stato di agio naturale.

La postura del corpo é importante. Il nostro corpo é percorso da una rete di canali sottili (nadi) in cui circolano i soffi sottili (prana). La produzione dei pensieri é legata alla circolazione di questi soffi. L’agitazione del corpo genera l’agitazione dei canali e dei soffi che, a loro volta, favoriscono le turbolenze mentali. Anche l’attività orale, la formazione dei suoni, dipende dall’attività dei soffi. Il parlare troppo, li altera provocando un aumento della produzione di pensieri. Mantenere il silenzio, favorisce la meditazione.

Mantenere la calma della parola e del corpo predispone dunque alla calma interiore evitando il generarsi di un flusso di pensieri troppo abbondante. Proprio come un cavaliere che mantiene bene la posizione si trova seduto a proprio agio, nel momento in cui il corpo e la parola sono sotto controllo, la mente é predisposta al riposo.

Talvolta, si hanno concezioni errate su cosa sia la meditazione. Per alcuni, meditare consiste nel passare in rassegna e analizzare gli avvenimenti della loro vita quotidiana verificatisi nel corso dei giorni, dei mesi e degli anni trascorsi. Per altri, meditare consiste nel prospettarsi l’avvenire, riflettere sulla condotta da tenere, formulare dei progetti a più o meno lungo termine. Questi due approcci, sono evidentemente erronei. La produzione di pensieri concernenti il passato o l’avvenire, é, di per sé, in contraddizione con la stabilizzazione della mente nella calma, anche quando il corpo e la parola restassero inattivi. Nella misura in cui l’esercizio non conduce alla pace interiore, non si caratterizza come meditazione.

Altri ancora, pensando di meditare, non vanno alla ricerca né del passato né del futuro, ma si installano in uno stato vago e indefinito, vicino a quel tipo di ebetudine generata da una grande fatica. La mente dimora in una indeterminatezza oscura, stato che può sembrare positivo nella misura in cui procura sin dal primo momento una sensazione di piacevole riposo; ma manca totalmente di lucidità e non tarda a scivolare nel sonno, a meno che non sbocchi in un torrente di pensieri incontrollati.

La vera meditazione, evita questi scogli: la mente non preoccupata del passato, non proiettata sull’avvenire, stabilizzata in un presente lucido, chiaro e calmo. La notte non permette che una percezione molto offuscata del mare, mentre il giorno lascia vedere con precisione tutti i dettagli: i colori, le onde, la schiuma, gli scogli e il fondale. La nostra mente é simile al mare. Colui che medita deve essere pienamente consapevole della situazione interiore, percepita in modo tanto chiaro come le onde in pieno giorno. Egli, allora, lascia la sua mente distesa e le onde si calmano naturalmente. E’ la calma interiore, tecnicamente denominata pacificazione mentale (in tibetano, shiné).

Vengono utilizzati numerosissimi metodi per sviluppare shiné. Un principiante può, per esempio, visualizzare una piccola sfera di luce bianca a livello della fronte e concentrarsi al meglio delle sue capacità. Ci si può pure concentrare sul va-e-vieni della respirazione o, ancora, senza prendere un particolare oggetto di concentrazione, lasciare la mente priva di distrazioni. Possiamo utilizzare questi tre metodi e, attraverso di essi, imparare progressivamente a meditare.
E’ comunque importante abbordare una sessione di meditazione con la mente molto ampia, molto aperta, senza fissarsi sulla speranza che sia buona o il timore che non lo sia. La mente deve essere distesa, disponibile e vasta. Sperare in una buona meditazione o temerne una non buona sono degli ostacoli da cui occorre svincolarsi.

La meditazione ci dona talvolta delle esperienze di felicità e di pace. Soddisfatti di noi stessi, ci rallegriamo per aver fatto una buona meditazione. Talvolta, al contrario, la nostra mente rimane molto perturbata, durante tutta la sessione, da numerosi pensieri e, con tristezza, ci giudichiamo dei pessimi meditanti. Rallegrarsi di una buona meditazione e attaccarsi a delle esperienze gradevoli, così come rattristarsi per una cattiva meditazione, sono due attitudini sbagliate. Meditazione buona o cattiva, l’importante é semplicemente il fatto di meditare.

Alcune persone, fin dal loro esordio, ottengono rapidamente delle buone esperienze; esse vi si attaccano, aspettano la loro ripetizione costante e, quando questo non si verifica, abbandonano la meditazione. Nel corso di un lungo viaggio, noi percorriamo tratti di cammino ora gradevoli e ora spiacevoli. Se il fascino esercitato da un tratto gradevole ci inducesse a fermarci per goderne di continuo, oppure le difficoltà di un tratto spiacevole ci facessero rinunciare a proseguire, non raggiungeremmo mai la nostra meta. Strada buona o non buona, occorre proseguire. Così pure, sul cammino della meditazione, occorre perseverare senza preoccuparsi delle difficoltà o attaccarsi ai momenti piacevoli.

E’ preferibile, per i principianti, limitarsi a delle brevi sessioni di dieci o quindici minuti. Anche se la meditazione é buona, ci si ferma. In seguito, se si dispone del tempo necessario, si fa una seconda breve sessione dopo una pausa. E’ meglio procedere con una successione di sessioni brevi, piuttosto che impegnarsi in una lunga sessione che, anche se buona all’inizio, rischia di scivolare nella difficoltà e di sfinire il meditante. 
 

I FRUTTI DELLA MEDITAZIONE

In un primo tempo, la nostra mente non potrà affatto restare stabile e a riposo per tanto tempo. La perseveranza e la regolarità conducono a sviluppare progressivamente la calma e la stabilità. Ci sentiamo pure più a nostro agio sia fisicamente che interiormente. D’altra parte, l’influenza delle circostanze esterne, felici o difficili, al momento molto forte su di noi, viene a diminuire e ne siamo meno asserviti. L’approfondimento della nostra esperienza della vera natura della mente, ha come effetto che il mondo esteriore perde la sua influenza su di noi e diventa impossibilitato a nuocerci.

Il frutto ultimo della meditazione, é il conseguimento del Perfetto Risveglio, lo Stato di Buddha. Si é allora totalmente liberati dal ciclo delle esistenze condizionate così come dalle sofferenze che ne formano il tessuto e, nel medesimo tempo in cui abbiamo il potere di aiutare effettivamente gli altri.
Il cammino della meditazione comporta due fasi: la prima detta shiné (la pacificazione mentale), che placa gradualmente la nostra agitazione interiore; la seconda detta lhaktong (la visione superiore), che porta a sradicare la visione egocentrica, fondamento del ciclo delle esistenze. La via interiore, ed essa sola, porta al Risveglio; nessuna sostanza né nessuna invenzione esterna ne hanno il potere. 
 

CONCLUSIONE

Intraprendere la via della meditazione implica il fatto che se ne conosca la finalità, i mezzi utilizzati e i risultati ottenuti:

– Riconoscere che la fonte di qualsiasi sofferenza e gioia é la mente stessa e che, di conseguenza, solo un lavoro sulla mente può eliminare la prima e rendere stabile la seconda in modo autentico e definitivo.

– Conoscere le condizioni ausiliarie necessarie: il desiderio di meditare, un istruttore qualificato, un luogo appartato.

Saper porre la propria mente in meditazione: senza seguire i pensieri del passato e del futuro, stabilendo nel presente la propria mente aperta, rilassata, lucida, e fissarla sull’oggetto di concentrazione prescelto.

– Sapere quali sono i frutti temporanei e ultimi della meditazione: la serenità, la libertà di fronte alle circostanze e, infine, lo Stato di Buddha. [ … ]

(1) La vita di Kalou Rimpoche é stata pubblicata in due fascicoli, testo e album, dalle edizioni Prajna, Saint-Hugon 73110 Arvillard

https://en.wikipedia.org/wiki/Bokar_Tulku_Rinpoche
Fonte

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