Acquietare la mente – Jack Kornfield

La psicologia buddhista ci aiuta a lavorare con i pensieri in due modi importanti: primo, ci insegna a riconoscere il contenuto dei nostri pensieri. Secondo, ci insegna a riuscire a scioglierci dai loro intricati legami.

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Esaminando il flusso dei pensieri con la consapevolezza incontriamo la nostra colonna sonora interiore: man mano che scorre, diventiamo di volta in volta l’eroe, la vittima, la principessa o il lebbroso. Nella nostra testa c’è un’intera sezione dedicata all’arte drammatica, e il direttore del casting assegna indiscriminatamente i ruoli: dittatore interiore, giudice, avventuriero e figliol prodigo — legittimazioni e declassamenti. Seduti in un corso di meditazione siamo costretti a riconoscerli tutti. Come scrive Anne Lamott, «la mia mente è come un quartiere malfamato: cerco di non andarci da sola».

Quando vediamo la tendenza compulsiva a ripetersi che hanno quei pensieri, cominciamo a comprendere la verità psicologica del samsara, parola sanscrita che indica l’esistenza ciclica e ripetitiva. In genere negli insegnamenti buddhisti il termine è riferito alla ruota della vita sulla quale gli esseri rinascono e sono soggetti alla sofferenza finché non sviluppano la comprensione e trovano la liberazione. Samsara descrive anche le ripetizioni non salutari nella nostra vita quotidiana. Osservando un attimo dopo l’altro possiamo vedere riproporsi i nostri schemi di pensiero samsarici, automatici e sempre uguali. Per esempio, vediamo con quanta frequenza i nostri pensieri comprendano paura, giudizio o attaccamento. I nostri pensieri cercano di giustificare il nostro punto di vista; come sottolinea il detto indiano, « chi non sa ballare protesta che il palco non è liscio ».

Quando cominciamo a fare attenzione scopriamo che i pensieri non salutari sono appiccicosi come la melassa, che è difficile uscirne. Buddhadasa osservava che il più delle volte « ci perdiamo nel pensiero ». Per fortuna, l’allenamento ci fa prendere consapevolezza degli schemi di pensiero che condizionano la nostra percezione, mettendoci poi in grado di andare al di là degli schemi abituali di paura o competitività, gelosia, giudizio o ambizione.

Per cominciare, è utile riconoscere i pensieri che più si ripetono, i top ten — la classifica delle prime dieci canzoni di successo — dando loro un nome. Possono essere pensieri ripetitivi sul denaro o sul conflitto oppure ansiose attività di pianificazione. La mente giudicante è un’altra canzone diffusa, che rappresenta tutte le voci critiche e piene di delusione che ci vengono dall’infanzia; se le combattiamo (« non dovrei giudicare, sono troppo duro… ») non facciamo che aggiungere giudizio a giudizio. Quando compare la mente giudicante possiamo semplicemente riconoscerla con un inchino interiore e dire: « ah, già, la mente giudicante ». Subito il pensiero giudicante perde il suo potere su di noi. Possiamo dirgli perfino: « grazie per la tua opinione ».

Come uno scultore che ha molti attrezzi, c’è una gran varietà di mezzi abili per ritagliarsi un percorso che attraversa il bosco fitto dei pensieri. Se ci sentiamo travolgere, per cominciare possiamo acquietare la mente concentrandoci sul respiro o usando una visualizzazione o la semplice ripetizione di un mantra. Possiamo fare un passo di lato e uscire dai nostri pensieri con la consapevolezza del corpo o la meditazione camminata. Possiamo lasciar andare i nostri pensieri riflettendo sulla morte o sull’amore o sulla vacuità. Possiamo cominciare a cercare momenti di quiete ogni volta che si presentano.

A volte un insegnante può aiutare l’intera comunità a trovare una via alla quiete. Quando Ajahn Chah si sedeva a meditare con noi, intorno a lui c’era un silenzio che dava sostegno alla nostra stabilità. Il maestro zen Thich Nhat Hanh porta quella stessa quiete anche nel movimento. È venuto ogni tanto a offrire insegnamenti a svariate migliaia di studenti riuniti all’esterno dello Spirit Rock Meditation Center: ogni volta, prima di iniziare l’insegnamento, tutti potevano vedere il suo modo lento, magnifico e accurato di posare i piedi a terra mentre saliva il sentiero. Sull’intera folla di studenti si posava il silenzio. Il potere della consapevolezza di Thich Nhat Hanh conduceva tutti al momento presente; la sua presenza ispirava un’attenzione profonda.

Questo genere di attenzione è alla portata di tutti noi. Non dobbiamo per forza sedere in meditazione con Thich Nhat Hanh o camminare sul bordo del Grand Canyon: intorno a noi c’è sempre un vasto silenzio. Dovunque ci troviamo, possiamo fare un respiro profondo, sentire il nostro corpo, aprire i nostri sensi e con un passo uscire dalle interminabili storie che ci racconta la mente. Possiamo fermarci. Possiamo posare la nostra consapevolezza in un cuore compassionevole e spazioso. Poi possiamo vedere i flussi di pensiero, le preoccupazioni e le immagini come una parte soltanto di una storia molto più vasta.

(Da: Jack Kornfield, il Cuore Saggio)

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