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Meditazione nel web » Steps »
Articolo 011
Sino a pochi giorni fa non avrei voluto pubblicare questi nuovi appunti.
Poi, però, stimolato da una email piuttosto arguta ed interessante,
ho deciso di riportare le mie più recenti considerazioni. Proprio a
caldo, siamo a Luglio 2003. Quale momento migliore?
Interdipendenza
Che cos'è la verità? Non è certamente un elemento fisso, statico
e irraggiungibile. Essa è il nostro imperscrutabile orizzonte esistenziale.
La percezione della verità dipende dalla propria consapevolezza. Essere
più consapevoli è come salire gradualmente più in alto e scorgere un
panorama sempre più ampio, la cui linea d'orizzonte si allontana vieppiù,
sino al limite della percezione fisica. Limite al di là del quale subentra
la conoscenza intuitiva.
La vera natura del cammino spirituale non è l'assimilazione o lo sviluppo
di qualità specifiche, bensì un processo di comprensione che si approfondisce
di pari passo con la consapevolezza della nostra natura più intima.
La via spirituale non è mera ricerca o disciplina, non è l'adesione
ad un principio, non è la succube accettazione di un credo o di una
fede, ma è comprensione, più o meno graduale o repentina, delle relazioni
globali, della nostra reciproca interdipendenza.
Riporto ora l'interessante quesito di un cortese visitatore che, forse
senza volerlo, ci aiuta a comprenedere meglio un risvolto della prassi
meditativa sovente frainteso.
From: Christian
Sent: Monday, June 23, 2003 2:42 AM
Subject: riflessioni
Quesito
Salve, mi chiamo Christian e ho 23 anni, nella riflessione "come riuscire
ad essere se stessi" l'insegnante di meditazione ha scritto che bisogna
cercare di promuovere l'unità reale di tutti gli esseri al fine di superare
la diversità apparente e contingente delle cose; mi potresti precisare
ciò che intendeva dire?
Credetemi io non so cosa significhi essere me stesso, semplicemente
non so chi sono e più me lo chiedo meno lo so. E' un dilemma a cui non
so rispondere e mi provoca parecchia sofferenza. Non mi intendo molto
di meditazione ... mi sto aggiornando. Penso che "essere se stessi"
sia, in definitiva, un fatto del tutto comune, e che soffrire a causa
di dubbi o ignoranza sia innaturale. Sapreste dirmi cos'è che ci rende
così diversi e artificiosi? In cosa consiste il male che si insinua
in noi, ci fa diventare insoddisfatti e induce o crea una confusione
talvolta tremenda? Non saprei proprio come rispondermi. Sapreste indicarmi
un rimedio? Chi sono io? E come faccio ad essere me stesso? Grazie.
Risposta
Mi fa piacere ricevere quesiti così sensati. In effetti li considero
interventi e gli riservo l'evidenza che meritano. Alcuni visitatori
sono persino più interessati alle domande che non alle risposte. Ciò
perché le domande sottendono frammenti di vite vissute, persone reali
che cercano, indagano, s'interrogano, deducono, lottano oppure si arrendono.
Niente di più bello e affascinante. La poesia e la ragione tessono trame
inestricabili, quasi inesplicabili. Ed io, dalla mia modesta postazione
virtuale, dietro il monitor-finestra che mi proietta nel fulgido mondo-vetrina
di Internet, cerco di rispondere attenendomi, mio malgrado, a idee e
modelli di pensiero preconcetti.
L'altro giorno leggevo che la ricerca in campo spirituale non è poi
così vantaggiosa. Ma se prima non si è tentato di comprendere se stessi,
così come sta facendo il nostro interlocutore, com'è possibile, anche
solo sperare, ch'essa giungerà mai a termine? Ovviamente do per scontato
che la ricerca sia una esigenza naturale, un'occorrenza spontanea. Mi
sembra chiaro che nessuno di noi ha le chiavi per aprire le porte dell'incommensurabile
e svelarne gli eventuali occulti e reconditi segreti. I pochi arcani
ancora rimasti sono per i pivelli. Oppure per splendidi individui così
amorevoli e devoti da sentirsi grati comunque, in ogni istante e ad
ogni respiro, per il solo fatto di esistere.
Cercare di promuovere l'unità reale di tutti gli esseri al fine di superare
la diversità apparente e contingente delle cose è un concetto che può
essere descritto con una metafora arcinota. Noi non siamo isole separate,
ma come le onde di un medesimo oceano che emergono, seguono il proprio
corso e poi, inevitabilmente, declinano, vengono riassorbite temporaneamente
dal contesto senza, per tale evenienza, giungere mai a termine.
Promuovere ... significa tentare di divenire consapevoli della propria
origine. In genere si tende a concepire l'universo come un meccanismo.
Invece esso è molto di più. L'universo è un organismo cosmico, indivisibile,
eterno. La sua natura primigenia è una, le sue manifestazioni plurime.
La consapevolezza della propria origine, una realizzazione individuale
cui in genere si perviene intuitivamente dopo aver meditato per un congruo
e soggettivo periodo tempo, predispone spontaneamente alla rinuncia
o al superamento delle istanze di un ego avido e violento da cui discendono
pure bramosia, senso di possesso indiscriminato, volontà di predominio.
La conseguenza naturale della consapevolezza così raggiunta sarà più
attenzione, comprensione delle ragioni altrui, sollecitudine, tolleranza,
amorevolezza, senso di libertà, reciprocità, compassione. Tali stati
d'animo non piovono dal nulla. Sono la conseguenza indiretta di una
nuova, esuberante e vivace vitalità che sembra provenire da una sorgente
ristoratrice cui pare di poter attingere all'infinito e che si trova
dentro di noi, oppure dovunque, dipende solo dalla propria prospettiva.
Quanto più individui riusciranno ad essere minimamente consapevoli,
tanto più la società nel suo complesso risulterà migliore. Dapprima
impercettibilmente, via via in progressione sempre più rapida.
Il contesto sta mutando. E' sotto gli occhi di tutti. Se le religioni
di tipo tradizionale intendono sopravvivere e prosperare dovranno adeguarsi
e recepire le nuova linfa rigenerante che il rinnovamento della cultura
consapevole promuove in ambito sociale. Adeguarsi, rinunciare ad avversare
la consapevolezza. Non è una novità. Infatti persino i maestri promotori
di tali antichi culti subirono ignominiose persecuzioni. I tempi sono
diversi, la tecnologia è preponderante, gli individui più attenti e
meno passivi. Rinunciare alle istanze pseudomeditative che favoriscono
l'incoscienza, il torpore del giudizio, l'indottrinamento preadolescenziale,
l'autosuggestione. In ogni caso, ciò che ora sembra negativo, come la
globalizzazione, agevolerà sicuramente la diffusione di questa nuova
cultura di consapevolezza le cui radici provengono dall'oriente,
ma il cui sviluppo sta avvenendo secondo canoni occidentali. Qualunque
sia la strategia di rinnovamento adottata sarà inevitabile ammettere
pubblicamente che tutte le religioni si riferiscono allo stesso Dio
e che nessuna religione possiede la verità assoluta.
Eppure, così descritta, questa strana faccenda della consapevolezza,
potrebbe sembrare tutto un quadretto idilliaco. Invece il primo passo
da compiere resterà pur sempre la cognizione della propria sofferenza,
ovvero l'intuizione di essere incompleti, parziali, che una parte oltremodo
rilevante di noi stessi sfugge alla nostra visione, oppure è stata rimossa
e relegata in ambiti meno consci.
Se ricordo bene hai chiesto qualcosa circa un certo malessere
che si manifesta rendendoti insoddisfatto. Ma la frustrazione per un
mancato appagamento non va considerata come una presenza di afflizione
e tormento, bensì come un'assenza di felicità, contentezza, brio, festosità.
La gioia può essere anche immotivata. La sua fonte è la nostra interiorità.
Oppure il mondo, quando riusciremo a superare ogni ambiguo dualismo
e oltrepassare le divisioni fittizie.
"Chi sono io" è una domanda senza senso. Sono ciò che percepisco. Se
non comprendo è perché subentra una carenza. La mancanza di una visione
d'assieme oggettiva che può essere raggiunta tramite l'auto-osservazione.
Un iter cognitivo percorribile a più velocità. Ci sarà chi tentennerà
per molto e chi intuirà subito il non-senso di questa ricerca. Preciso,
una ricerca utile, per taluni indispensabile, ma del tutto relativa.
Il cercatore, cioè colui che si pone domande esistenziali come le tue,
e l'oggetto dell'indagine cognitiva alla fin fine coincidono sempre.
Ciò che rimane, la vera risorsa, è proprio la ricerca, l'azione consapevole.
Tu affermi di avvertire una carenza, un'insoddisfazione che genera confusione.
Ora, fermo restando che presumo tu abbia una salute eccellente. Altrimenti
dovresti ricorrere ad un medico e non alla spiritualità. Scusami, ma
non posso evitare di precisarlo. L'incontro con la tua interiorità,
l'essenza spirituale o se preferisci, divina, che non è un fenomeno
statico, ma un evento dinamico, potrebbe dimostrarsi determinante. Sarebbe
pur sempre un semplice esordio, l'inizio di un viaggio esplorativo.
Cosa troverai? L'incontro, una situazione al di là del tempo, che si
realizza o si consegue nel silenzio e nel vuoto informale del tuo illimitato
spazio interiore, in un frangente senza passato, privo di futuro, al
cospetto di un'assenza così paradossale da trasformarsi in men che non
si dica nel suo esatto contrario, la presenza assoluta.
Come vuoi che ti descriva meglio tali circostanze? Dov'è il tuo ego,
donde proviene, esiste davvero? E' una domanda condizionata. Qualunque
cosa io risponda sarà vera solo per me. L'esercizio della meditazione,
come quello della preghiera consapevole, è un metodo per rendersi disponibili
ad uno straordinario e sorprendente tipo di fioritura, la percezione
della fragranza interiore. Ma si potrebbe anche dire che la meditazione
è un espediente utile a prendere atto di una prerogativa soprattutto
intima, la nostra natura d'indefinibili e irriducibili Buddha.
Il mio insegnante fu un individuo pratico. Ripeteva spesso che l'azione
concreta e consapevole precede sempre la teoria ed è insostituibile.
Quindi suggeriva e stimolava con indicazioni semplici, tangibili ed
efficaci.
Osserva il tuo respiro, così com'è. Nessuna tensione,
nessuna aspettativa, altrimenti sarà meglio farsi una bella passeggiata.
La posizione, consona e con la spina dorsale eretta, è importante. Sii
attento e persevera. Ma se ti distrai non importa. Non appena te ne
accorgi prendine nota: mi sono distratto. Persino il giorno e la notte
si susseguono ed inseguono a vicenda. Bene, ora prosegui nell'osservazione.
Attenzione, anche se il respiro si affievolisce non perderlo mai di
vista. Non sopprimere il pensiero, dovrai solo astenerti, per un breve
frangente, ovvero la durata della tua meditazione, dall'immaginare.
Se subentra qualunque altro tipo d'impedimento e disagio, non insistere.
Questo esercizio di meditazione è uno tra i tanti, io cercherò di descrivertelo
gradualmente, ma non è detto che faccia necessariamente al caso tuo.
Non pretendere risultati rapidi, non ce ne saranno. Perlomeno fin quando
non li avrai davvero dimenticati.
Quasi sempre, tranne che in alcuni casi straordinari o adottando tecniche
con modalità dinamiche, gli esercizi di meditazione non hanno effetti
immediati. I risultati non si manifestano, quindi, durante l'esecuzione
dell'esercizio. Solo successivamente, quando non ci crederemo più, o
l'avremo finanche dimenticato, e quando incanti e suggestioni avranno
lasciato lo spazio all'umiltà della pratica, solo allora, forse, ci
accorgeremo di essere ritornati nuovamente in noi stessi. Dove? Ma da
nessuna parte, è ovvio!
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Il percorso di meditazione
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
Monaci,
noi che vediamo l'intero e non solo la parte, sappiamo che anche noi
siamo sistemi interdipendenti di sensazioni, percezioni, pensieri e
coscienza, tutti interconnessi. Esaminando in questo modo la mente,
giungiamo a comprendere che non c'è alcun io né alcun me in nessuna
parte del nostro essere, proprio come il suono non appartiene ad alcuna
parte del liuto.
(Samyutta Nikaya, citato da Anne Bancroft, in "Buddha Speaks", Shambhala
Publications)
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