Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
Quando nel meditante sorge una sensazione piacevole, spiacevole o neutra,
egli cosi' comprende: "In me e' sorta una sensazione piacevole, spiacevole
o neutra. E' basata su qualcosa, non e' senza una base. Su che cosa e' basata?
Proprio su questo corpo". Cosi' egli pratica, osservando la natura impermanente
della sensazione dentro il corpo.
(Buddha, "Samyutta Nikaya", 36)
§
La caratteristica saliente della vigilanza cosciente è in breve soltanto
questa: esaminare continuamente e ripetutamente lo stato del proprio corpo
e della propria mente.
Perciò metterò in pratica questo modo di vivere, perché che cosa se ne ricava
dal mero parlarne? Un malato potrà mai guarire semplicemente leggendo libri
di medicina?
(Santideva "Bodhicaryavatara")
§
Il massimo sostegno di cui possiamo disporre è la consapevolezza, il
che significa esser pienamente presenti in ogni momento. Se la mente rimane
centrata, non può fabbricarsi storie sull'ingiustizia del mondo o dei propri
amici, o sui propri desideri e dispiaceri. Possiamo riempire molti volumi
con queste storie, ma quando siamo consapevoli, queste verbalizzazioni cessano.
Essere consapevoli significa esser completamente assorti nel momento presente,
senza lasciare spazio ad altro. Ci riempiamo con ciò che sta accadendo in
questo preciso istante, qualunque cosa sia: che siamo in piedi, seduti oppure
sdraiati, che proviamo piacere o dolore, conservando una consapevolezza
senza giudizio, una semplice "presenza".
(Ayya Khema, "Sii un'isola")
§
Che cosa si guadagna a rimuginare sulle scritture? Che stupidi! Si consumano
il cervello con le informazioni sulla via ma non si mettono mai in cammino!
Ramakrishna
§
Anche nelle fasi iniziali della pratica della meditazione c'è un elemento
magico. Potreste chiedervi donde venga questa magia, come venga in essere.
Avviene perché c'è un senso di sintonia con un modo interamente diverso
di pensare, contrastante con il nostro modo ordinario, samsarico o confuso.
Abbiamo deciso di rapportarci con la verità, il Dharma, e abbiamo deciso
di sintonizzarci con essa. E questa sintonia, l'impegno in questo flusso,
in questa direzione, significa che ci si è automaticamente impostati su
un certo tipo di potenza spirituale. Non c'è niente di particolarmente emozionante
o straordinario, ma c'è la sensazione di un potere e di un'energia mistica,
per così dire, con cui si è in relazione. Perciò non considerate la pratica
come un processo meramente meccanico che porta al risveglio. La sintonia
con la più alta verità è l'essenza che ci sta dietro.
Chogyam Trungpa
La meditazione non è un modo per sfuggire alla sofferenza.
Dapprincipio potrebbe essere intesa come un momento di relax che equilibra
gli impegni di genere più mondano. Occupazioni che abitualmente assorbono,
ahimè, persino la maggior parte del nostro tempo libero.
Per cambiare la propria vita in meglio è indispensabile operare necessariamente
una qualche alchimia? Niente affatto. Libertà e chiarezza sarebbero sufficienti.
Ma l'emancipazione sociale o quella culturale che consentirebbero più libertà
e chiarezza sono ben lungi dall'esser state raggiunte. Utopie? Sembrano
lontane solo perché la loro realizzazione presupporrebbe innanzitutto un
mondo più equo, più giusto. D'altra parte, la maggioranza degli individui,
pur avvertendo la necessità di migliorare non riesce ad impegnarsi in nulla
di concreto. Saranno in pochi ad ammettere di non voler darsi da fare realmente.
Costoro – per amministrare i rapporti di natura consolatoria con i misteri
ultimi della vita – preferiranno delegare i ministri del proprio culto.
Mentre la religiosità è fondamentalmente una questione individuale e soggettiva,
le manifestazioni corali della devozione possono anche essere collettive.
Ovviamente i due fenomeni, pur non essendo antitetici, sono distinti. I
ritualismi collettivi hanno finalità differenti. La meditazione si occupa,
essenzialmente, del contesto specifico di ciascun individuo. Le caratteristiche
personali influiscono molto sulla efficacia delle tecniche eseguite. Ma
se si osservano le difficoltà incontrate in una prospettiva temporale più
ampia gli ostacoli di natura soggettiva diventano sempre meno rilevanti.
La maggior parte dei dubbi sulla meditazione sono di natura pratica. Riportiamo,
a scopo chiarificatore, il quesito di una gentile visitatrice.
Messaggio ricevuto il 05-11-01
Nome del mittente: Alessandra
Soggetto: Quanto meditare?
Alcuni insegnanti di meditazione consigliano di meditare una o due volte
al giorno e poi di non pensarci più, continuando a compiere gli stessi gesti
della vita quotidiana, così come d'abitudine. Altri maestri, invece, suggeriscono
di trasformare l'intera giornata in una meditazione continua e, comunque,
di dedicare dei momenti particolari, durante il giorno, anche ad esercizi
specifici. Ma chi ha ragione? Quanto bisognerebbe meditare effettivamente?
Io ho cercato frequentemente di rivolgere la massima attenzione ad ogni
azione, ma dura poco, perché poi, ogni volta che compio qualcosa di consueto
o meccanico, mi ritrovo comunque immersa nel turbinio dei pensieri. Insomma,
difficilmente riesco a vivere nel qui ed ora. Mentre sto mangiando, per
esempio, rammento la lista della spesa oppure tutto il lavoro da svolgere
in casa. Il fatto è che purtroppo i ritmi velocissimi della vita moderna
ci precludono le normali cadenze vitali: mentre si fa qualcosa, si sta già
pensando al dopo (ed è difficile soprattutto per le donne che, come me,
lavorano sempre, sia in casa che fuori).
Insomma, quello che volevo dire, è che già non è facile riuscire a trovare
un momento tranquillo, ogni giorno, da dedicare alla meditazione, figuriamoci
se tutta la giornata dovesse essere una meditazione ... !
Quindi, quanto tempo bisogna effettivamente riservare alla meditazione?
Sarebbero sufficienti 10 minuti al giorno? Spero che siate riusciti ad arrivare
fino in fondo a questa e-mail e scusate se mi sono dilungata tanto, ma desideravo
fare capire bene il senso della mia domanda in relazione ai miei ritmi di
vita. Grazie.
Alessandra
Ciao Alessandra. Sei stata molto chiara ed esauriente. Il tipo di meditazione
(l'esercizio specifico) dipende sia dalla propria personalità che dalle
circostanze quotidiane (impegni, lavoro, tempo a disposizione, ecc.). In
un caso come il tuo sarebbe assurdo pensare o cercare di praticare una qualche
tecnica, come ad esempio il ricordo di sé, per tutto il giorno. D'altra
parte meditazione significa anche e soprattutto consapevolezza. Il primo
passo verso la consapevolezza è l'attenzione rivolta alle incombenze del
momento. Quindi, pur non escludendo una certa presenza di spirito, semmai
proprio per questo, è utilissimo, sotto tutti gli aspetti, essere attenti
allo svolgimento delle proprie mansioni nel momento stesso in cui si attuano.
Evitando, cioè, di agire meccanicamente.
Tuttavia io prediligo un metodo diverso: l'esercizio periodico. I risultati
finali saranno i medesimi. Infatti la sensazione di benessere e consapevolezza
che pian pianino si sperimenta durante la pratica vera e propria, si estenderà,
vieppiù, per il resto della giornata. Il periodo di tempo effettivo da dedicare
ad una pratica come Anapana Sati Yoga (l'attenzione rivolta al flusso spontaneo
del respiro), ovvero l'esercizio introduttivo di cui ci siamo occupati,
è individuale perché, a mio avviso, non si dovrebbe verificare alcuna forzatura.
Sarebbe opportuno, indispensabile, che la cadenza fosse quotidiana: possibilmente
alla stessa ora e nel medesimo luogo. E' molto meglio un solo esercizio
giornaliero protratto, a cui cioè dedichi più tempo, che due sessioni brevi
e superficiali. La posizione quella classica, purché risulti confortevole.
Quindi converrà regolarsi secondo i casi. Con il passar del tempo,
se questa meditazione avrà successo, cioè farà breccia nel tuo temperamento,
saprai da te stessa quali accorgimenti adottare e quanto tempo dedicarvi
realmente.
Grazie mille per la celere risposta!
Ora, finalmente, ho le idee più chiare. In effetti, il metodo da te suggerito
è quello che più mi si addice, anche perché, come diceva Osho, il metodo
più è semplice e più è efficace. Quello che non ho capito è se Anapana Sati
Yoga e Vipassana possono essere considerate la stessa tecnica ... Inoltre,
ad un certo punto della mia meditazione, mi capita ogni tanto (non tutte
le volte) di sentire delle brevissime e quasi impercettibili vibrazioni
che partono dalla base della colonna vertebrale e si estendono in tutto
il corpo (sempre in frazioni di secondo). E' forse il risveglio dell'energia
kundalini?
Ciao Alessandra, Anapana Sati Yoga è una parte del Vipassana. Tuttavia,
specialmente se hai letto Osho, ti sarai resa conto di come sia sufficiente
spostare, talora anche inavvertitamente, l'accento su determinati aspetti
di un esercizio e privilegiarli a discapito di altri per renderlo più o
meno adatto alle circostanze. Forse persino inadeguato. Per quanto riguarda
la Kundalini, lascia perdere. Ignora questi fenomeni, altrimenti l'immaginazione
prenderà il sopravvento e subentreranno difficoltà di ogni tipo. Ciò non
toglie che se ti aiuta puoi benissimo leggere i libri migliori sull'argomento.
Tuttavia alla fin fine credi e basati soltanto sulla tua esperienza personale.
Questo è un punto dal quale non si può prescindere.
nick.salius
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