Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Coloro che temono tutte le sofferenze del mondo, cosi' come coloro che
temono la morte, cercano il nirvana, ma non sanno che il mondo, la morte
e il nirvana non sono separati l'uno dall'altro. Immaginano che il nirvana
si consegua tramite l'annichilimento dei sensi, ma non sanno che il mondo
dei sensi già appare come un miraggio o un miracolo quando non ci si aggrappa
più ad esso.
(Lankavatara Sutra)
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Anche quando gli ostacoli si affastellano, il Nibbana – nirvana – può
essere raggiunto da coloro che sono stabili nella consapevolezza e portano
a perfezione l'equanimità.
(Samyutta Nikaya I, 48)
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Questo è ciò che dico: la vostra mente è spirituale e così pure il mondo
percepito dai sensi. Lo spirito è senza tempo e domina tutta l'esistenza
in quanto suprema legge che guida tutti gli esseri alla ricerca della verità.
Esso cambia la cruda natura in mente e non esiste alcun essere che non possa
essere trasformato in un ricettacolo di verità.
(Buddha, nel "Brahmajala Sutra")
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Colui che perviene all'essenza dell'essere, alla luminosa saggezza della
realta', illumina ogni cosa come il cielo senza nuvole.
(Milarepa, Centomila Canti)
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Fa' di te stesso un'isola, fa' di te stesso il tuo rifugio; non c'è altro
rifugio. Fa' della verità la tua isola, fa' della verità il tuo rifugio;
non c'è altro rifugio.
(Digha Nikaya, 16)
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Il nirvana
Mondati di peccati e conflitti e operando per il bene di tutti gli esseri,
i saggi perfetti raggiungono il nirvana in Brahman. Liberi da rabbia e da
desideri egoisti, unificati nella mente, coloro che seguono il percorso
dello yoga realizzano la propria vera natura e si stabilizzano per sempre
in quella condizione suprema.
(Bhagavad Gita 5:25-26)
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Un buddha d'oro non può attraversare una fornace; un buddha di legno
non può attraversare il fuoco e un buddha d'argilla non può attraversare
l'acqua. Il vero buddha sta dentro: il risveglio, il nirvana, la quiddità
e la natura di buddha sono tutti vestiti che s'attaccano al corpo.
(Chao-chou - © copyleft
perle.risveglio.net)
Cristianesimo, induismo, buddismo, ... , tutte le religioni
si fondano sulla medesima matrice, hanno gli stessi fini, uguali intenti.
Ciò che le divide davvero sono solo miti, leggende, ignoranza, inconsapevolezza.
Le differenze di linguaggio con cui si esprimono le varie dottrine dipesero,
in origine, dai contesti storici, dalle culture e dalla contingenza. Al
contrario, l'afflato spirituale è sempre stato, dovunque e comunque, il
medesimo.
Con una terminologia cristiana si potrebbe descrivere il nirvana come
una rinascita – il risveglio – che consente di percepire "il regno dei cieli"
qui e ora, dentro di noi, fuori di noi, su questa terra. Forse in modo poco
ortodosso, ma verosimile, il nirvana può essere ritenuto come l'estinzione,
dell'illusione, di essere un sé, cioè un intramontabile ego, ovvero di possedere
una natura permanente e irriducibile. Nirvana è altresì consapevolezza della
perfezione di ciò che è.
Sono enunciazioni molto sintetiche, mi pare evidente. Per tentare, dunque,
di comprenderle meglio sarà bene puntualizzare prima un tema piuttosto ricorrente
nella definizione di nirvana che, se interpretato letteralmente, potrebbe
dare adito a sterili fraintendimenti e suscitare qualche perplessità: l'estinzione
del sé.
Cos'è, dunque, il nirvana? Estinzione del sé, ovvero dell'ego inteso come
individualità isolata, indipendente, a prima vista separata dal contesto
in cui vive e di cui ne dispone come meglio crede? Al contrario, nirvana
è conseguimento della consapevolezza di essere interdipendenti, al di là
di ogni nome o forma, al di qua di un indicibile certezza, simili, uniti
oltre qualunque barriera economica, separazione culturale o lontananza geografica.
Uniti nella gioia di condividere il proprio amore, le proprie risorse, uniti
dalla compassione.
Nirvana è estinzione dell'ego così come l'abbiamo conosciuto da sempre.
Nirvana è la fine di ogni dualismo astratto, mentale, psicologico, spirituale.
Con enfasi quasi poetica potremmo dire che nirvana è la cessazione del divenire,
dell'apparire, del comporsi e ricomporsi, dello sparire, di tutto ciò che
non sia strettamente connesso con la realtà. Nirvana è l'eternità del nulla
cosmico che rivela la sua natura incoercibile, indefinibile, inconcepibile.
Nirvana è come un'ammissione, un'accoglimento amorevole, una certezza, il
conseguimento della verità. Quella di una risata tacita, silente, così rara
e inconsueta come sanno esserlo solo le foglie verdi in autunno.
Nirvana è l'apice secondo la valle, una valle secondo la più slanciata delle
vette. La sensazione d'individualità e isolamento che declina a favore di
un sentimento di un'universalità.
"Né nascita, né annullamento, ecco quel che chiamo nirvana. Nirvana significa
la percezione della realtà così come è veramente in sé e per sé." (Lankavatara
Sutra).
Il nirvana buddista è innanzitutto un aldiquà, il risveglio da un brutto
sogno. E' vedere rettamente. Il nirvana consiste nella cessazione di tutte
le ingannevoli costruzioni della nostra immaginazione, allorquando il flusso
dei pensieri che indichiamo con mente non dipende più dalla mera forza dell'abitudine.
Ribadisco brevemente alcuni concetti formulati in alcuni degli articoli
precedenti.
Molti buddisti non credono in Dio perché credere supinamente, cioè passivamente,
remissivamente, implica non conoscere. Credenza senza vera conoscenza è
sinonimo d'ipocrisia, ignoranza e finzione.
Il problema non è se Dio sia più o meno reale; se debba essere inteso come
origine trascendente o come verità immanente; se implichi una rivelazione
personale o una manifestazione impersonale. Tali disquisizioni sono meri
esercizi intellettuali.
Solo la ricerca individuale colmerà il vuoto causato dal dubbio. La ritualità
celebrativa e commemorativa potrà lenire, confortare, ma si tratterà, pur
sempre, di un fattore temporaneo, un mezzo, non il fine. Non bisogna confondere
i mezzi con i fini. La natura essenziale di ciascuno di noi non è disgiunta
da alcunché, è implicita alla vita medesima. D'altra parte, tutta la vita
è già, di per sé, divina.
Gli insegnamenti del buddismo non possono essere separati dalla pratica
della meditazione. Oppure, come avviene in certi casi, dalla ripetizione
di un mantra. E' tale pratica che sostiene la teoria e non, come nelle altre
religioni su base dogmatica, il contrario.
La meditazione non serve a liberarsi. Da che cosa, poi? La meditazione è
utile, ma non indispensabile, per far luce sul proprio ego, sulla sua inconsistenza,
insussistenza.
Riporto, infine, la sintesi di un pensiero del mio insegnante di meditazione.
Non so quanto ci sia di equo, appropriato e ragionevole
o d'imperfetto in tutto ciò che mi circonda, nel pensiero umano come nella
società. Ma sono certo che divenendo auto-consapevole riuscirò a regolarmi
sempre meglio, sia per quanto riguarda le scelte attinenti la mia vita privata
che nei confronti del mondo esterno. Questo perché, in realtà, tra la mia
interiorità e il mondo esterno non v'è proprio la benché minima differenza.
Le religioni indicano la via per conoscere o esperire la "verità": Ma
la verità non è un'idea. Che ci si senta hindu, cristiani, buddisti o musulmani
cambia ben poco. Riuscirà mai questa "verità" che talvolta pare celarsi
persino in un semplice fiore, ma che, ahimè, tal'altra sembra decisamente
ingannare finanche le mani vuote di un innocente affamato, riuscirà mai
a lenire questa ineludibile sete di certezze?
nick.salius
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