Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Non si può far a meno di ridere e persino d'essere apparentemente irriverenti
quando si constata la fantastica sovrastruttura di superstizione e di mistero
costruita intorno alla fondamentale semplicità del fatto che la verità è!
Ramesh Balsekar
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Una delle cose che sono giunto a comprendere è che il risveglio diventa
possibile quando si accetta l'idea che non possa essere «conseguito». Le
dottrine, i processi e i sentieri graduali di ricerca del risveglio non
fanno altro che esacerbare il problema che pretendono di risolvere, rafforzando
l'idea che l'io possa trovare qualcosa che ha perduto. È questo stesso sforzo,
questo investimento nell'identità dell'io che continua a ricreare l'illusione
della separazione dall'unità. Questo è il velo che crediamo esista. È il
sogno dell'individualità.
Tony Parsons
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Non può esserci continuità nell'esistenza. La continuità implica un'identità
nel passato, nel presente e nel futuro. Ma una tale identità è impossibile,
dato che gli stessi oggetti con cui ci si identifica fluttuano e cambiano.
La continuità, la permanenza, non sono che illusioni create dalla memoria,
pure proiezioni mentali d'un modello laddove non può esserci alcun modello.
Il tempo è nella mente, lo spazio è nella mente. In realtà il tempo e lo
spazio esistono in te; non sei tu ad esistere in loro. Sono modi della percezione,
ma non sono gli unici. Il tempo e lo spazio sono come parole scritte sulla
carta; la carta è reale, ma le parole sono solo una convenzione. Tutta l'esistenza
è immaginaria. Il tempo è infinito, benchè limitato, l'eternità avviene
nello spaccato del momento presente. La manchiamo perché la mente fa la
spola fra il passato e il futuro e non si ferma a mettere a fuoco il presente.
Ma questa è una cosa che si può fare abbastanza facilmente, se si desta
l'interesse.
Nisargadatta Maharaj
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Di fronte alla realtà del risveglio non c'è né io né altro, non c'è dualità,
nessuna divisione vuota d'identità e nemmeno vuota né non vuota, non c'è
affatto alcun io percettore. Eh Ma! Finché lo yogi della montagna non ha
ben realizzato di prima mano il significato di tutto questo, non dovrebbe
sottovalutare la causa e l'effetto!
"Abbeverandosi al flusso della montagna", Canti del santo tibetano Milarepa
Riflettiamo un po' sull'identità. Chi siamo, donde veniamo, dove procediamo,
in futuro conserveremo la nostra attuale identità? Ma prima leggiamo due
illustri considerazioni che espongono punti di vista apparentemente distanti.
Seguirà il relativo commento.
«Dov'è il mio io, la mia identità? C'è una qualità peculiare
che mi rende diverso da ogni altro e da ogni altra cosa. E io desidero che
questo sé, questa personalità, continui ad esistere. Perciò dove sta questa
mia identità?". «Già, dove?» chiese il Buddha. «L'io cui ti aggrappi è in
costante mutamento. Anni fa eri un bambino, poi fosti un giovanotto, ora
sei un uomo. Qual è il tuo vero io, che sei così ansioso di preservare?
Quello di ieri, quello di oggi o quello di domani?». «Mi rendo conto di
aver sbagliato a capire» rispose piano Kutadanta «e anche se trovo difficile
sopportare la luce, ora si fa strada in me la verità che non c'è alcun sé
separato e durevole".
Majjhima Nikaya
V, Kutadanta-sutta
Maharaj: La dolcezza è la natura dello zucchero; ma la dolcezza c'è solo
finché c'è lo zucchero. Una volta che lo zucchero s'è consumato o è stato
buttato via, la dolcezza non c'è più. Nello stesso modo questa conoscenza
"io sono," questa coscienza, questo senso o sentimento di essere, è la quintessenza
del corpo. E se quest'essenza del corpo se ne va, anche questo senso, il
sentimento di essere, parimenti se ne va. Questo senso di essere non può
restare senza il corpo, proprio come la dolcezza non può restare senza la
materia, che è lo zucchero. Ospite: Allora, che cosa resta? Maharaj: Quel
che rimane è l'originale, che è incondizionato, senza attributi e senza
identità: ciò su cui questo provvisorio stato di coscienza e i tre stati,
i tre guna, vengono e vanno. Lo chiamano Parabrahman, l'imperituro. Questo
è il mio insegnamento di base.
Nisargadatta Maharaj
Tentiamo di essere onesti. Siamo un'anima che permea questo preziosissimo
involucro fisico? Un'anima la cui vera natura travalica la mera contingenza
delle circostanze episodiche in cui veniamo via via inevitabilmente coinvolti,
per coincidere con la consapevolezza della propria essenza? Sono quesiti
meramente speculativi, non lo sappiamo. In effetti possiamo dire solo che
l'identità corrisponde, in ultima istanza, alla consapevolezza medesima.
Nella vita si esordisce forse con un retaggio di meriti innati? Vi sono
circa colpe congenite? Oppure in futuro - dopo la morte, s'intende -
esisteranno premi? V'è crescita nella consapevolezza? Sono solo luoghi
comuni. Semmai risulta evidente un processo di comprensione, più o meno
esplicita, che ci conduce a sperimentare singole visioni esperienziali e
meditative.
Ora come ora non sappiamo nulla di noi stessi. Sperare in un al di là zeppo
di ricompense sembrerebbe persino bizzarro. La sola gratificazione
su cui dovremmo innanzitutto confidare è quella del proprio sforzo. L'impegno
per migliorare le nostre attuali condizioni di vita senza affidarci esclusivamente
a ipotetici provvidenziali soccorsi, ma rimanendo attenti e ancorati alla
realtà così com'è. Avvertiamo comunque il bisogno di credere? Nulla di strano!
Tuttavia attenzione, perché esisteranno sempre infime combriccole dedite
a speculare ignominiosamente sulle circostanze di fede. Come riconoscerle?
Semplice! Mentre fingono di occuparsi del nostro benessere, in realtà fanno
incetta di beni materiali. Quindi s'impossessano della coscienza sino a
ridurla tal quale un brandello di soggezione.
Invece l'anima è innanzitutto libertà. Liberi dalle nefande ideologie localistiche,
come dai fanatismi religiosi. Liberi di sognare, come di sperare, ma emancipati
dalle finte credenze, dalle false promesse, dalle mere menzogne, dall'infida
superstizione, dalla propaganda che promuove assurde fandonie chiosate per
mezzo di perfide, mendaci argomentazioni. Liberi, sicché l'identità di ciascuno
diviene purezza senza bisogno d'inseguire le convenienze politiche degli
ennesimi ipocriti simulatori di turno. La nostra identità è soprattutto
quella di esseri liberi sulla via del risveglio.
Liberi di seguire l'essenza della propria identità non significa, ovviamente,
affrancati dal rispettare le regole del consesso civile d'appartenenza.
Nessuno può sentirsi svincolato dall'altrui riguardo. Semmai preannuncia
la sola rivoluzione possibile. Dall'identificazione prevalente con gli oggetti
del nostro apparente destino, siano essi forme esteriori, ovverosia usi,
costumi, consuetudini, cultura, al riconoscimento del proprio spazio interiore.
Si, lo spazio interiore, lo stargate soggettivo per sintonizzarsi con il
Brahman della consapevolezza oggettiva, per superare l'illusione di separazione
egoica, realizzare la reciprocità e sviluppare l'azione compassionevole.
Libera l'identità dai vani orpelli delle dolorose immedesimazioni del passato.
L'identità funzionale è essenziale. Ma coinvolgersi eccessivamente con oggetti
mondani è fuorviante. Siedi, rimani in silenzio, pazienta, si dischiude
il senza-tempo. Una circostanza inclusiva che trascende la consueta sequela
degli istanti. Che speri, di rigenerarti? Lo spazio interiore non è altro
che quell'umile frangente di paradiso cui si riferì il Bodhisattva Cristo
quando disse: Il regno di Dio non viene in modo che si possa osservare.
Nessuno potrà dire: 'Eccolo qui' o Eccolo là', perché il regno di Dio è
già in mezzo a voi. (Luca, 17,20-21)
Siamo in cammino verso il nostro centro? Osservatori immobili che contemplano
l'avvicendarsi delle forme per creare il fantastico gioco della vita, o
soggetti attivi, coinvolti, loro malgrado, nell'inestinguibile giostra di
emozioni senza tempo? Viaggio interiore è sinonimo di meditazione. Mi rilasso,
oramai convinto di non riuscire a distaccarmi più dalla ruota la cui energia
centrifuga mi spinge ad adorare falsi idoli periferici. In teoria dovrei
sentirmi stanco, deluso, invece sobbalzo. Per quanto fluida, la coscienza
è sempre discontinua. Guardo in raccoglimento qualcosa di nascosto. Mi attrae,
ma persiste nel rimanere invisibile. Il termine meditazione indica solo
la meta - o la metà? - del viaggio. Un itinerario virtuale, ma durante il
quale non mancheranno sicuramente sorprese ...
Grazie per la cortese attenzione
30-08-08 - nick.salius
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