Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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I problemi vanno presi come sfide. Considera le negatività che insorgono
come opportunità per imparare e per crescere. Non evitarle, non fartene
una colpa e non nasconderle nemmeno sotto una pia maschera. Hai un problema?
Ottimo. Più fieno da mettere in cascina! Rallegrati, immergiti e investiga.
(Bhante Henepola Gunaratana, Mindfulness in Plain English)
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La pratica della meditazione libera da tutti i tormenti. Questa è la
via dello yoga. Seguila con determinazione e durevole entusiasmo. Rinunciando
completamente alle aspettative e a ogni egoistico desiderio, impiega la
forza di volontà per dominare i sensi. A poco a poco, con pazienza e ripetuto
sforzo, la mente finirà per trovare quiete in sé.
(Bhagavad Gîtâ VI, 23-25)
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E' senza forma, e questi occhi non possono vederlo, ma si rivela nel
cuore purificato dalla meditazione e dalla continenza. Una volta realizzatolo,
ci si libera dal ciclo di nascita e morte.
(Katha Upanishad)
La strada, la via da percorrere è lunga o breve? Siamo molto
lontani o tanto vicini ad un qualche tipo di realizzazione, di comprensione
che trascenda il caso, l'universo della necessità?
Le risposte dei maestri spirituali del passato furono tante e all'apparenza
contraddittorie. Perché non vi fu quasi mai sufficiente chiarezza.
Il pensiero sociale di un maestro spirituale non può essere ritenuto verità
assoluta, universale, ma relativo al periodo storico e all'ambiente in cui
visse. Ciascuno di noi deve essere anche e soprattutto maestro di se stesso
e conta ben poco trovarsi temporaneamente in difficoltà. In realtà le formule
religiose predefinite servono solo a limitare le libertà individuali a vantaggio
di pochi scaltri profittatori. Sono mille volte meglio le critiche sensate
e le polemiche. Solo le campane del dogmatismo tirannico suonano all'unisono.
Il luogo per effettuare il salto quantico è qui. Il momento, l'attuale.
Tuttavia non capiamo lo stesso. Ci sembra impossibile, inverosimile. L'evidenza
dei fatti: ben pochi varcano la soglia e diventano auto-consapevoli. Il
dilemma è sempre quello: conseguire o conquistare? Le idee che la contingenza
psicologica possa esser superata in modo repentino o dopo lungo sacrificio
sono entrambe errate. Solo quando una chiara percezione degli eventi che
riguardano la nostra vita concreta subentrerà al dominio dei nebulosi desideri
saremo in procinto di comprendere.
Ecco ora un suggerimento pratico: per conseguire una chiara percezione della
nostra vita interiore, insieme al nostro esercizio elettivo, cioè l'osservazione
diligente e periodica rivolta al flusso del respiro, sarebbe molto utile
prestare attenzione alle incombenze del momento, svolgerle accuratamente,
evitare di agire meccanicamente. La retta consapevolezza o coscienza o rimembranza
di sé non può essere raggiunta direttamente se non con grandi difficoltà.
Esser presenti alle proprie azioni è arduo. Ci si distrae facilmente. Ma
l'attenzione rivolta ai più semplici gesti quotidiani conduce gradualmente
al medesimo risultato: una visione indipendente, limpida, imparziale e profonda.
Tuttavia, quando la comprensione di se stessi inizierà spontaneamente a
farsi strada, forse sorgerà un ulteriore problema. In molti avranno la sensazione
di essere stati presi in giro, turlupinati, e di aver subito innumerevoli
quanto inutili condizionamenti. La distanza che separa il cielo dalla terra,
affermò un antico saggio, è infinitesimale. Potremmo anche dire che il cielo
e la terra, se non nella nostra fervida e puerile immaginazione, non sono
affatto separati. Essi non si compenetrano a vicenda, non sono due o distinti,
bensì il medesimo e identico fenomeno.
Quando una maggiore energia sosterrà la nostra percezione ogni dualismo
si dissolverà perché qualsiasi dicotomia entra sempre in gioco solo per
assecondare temporaneamente le finalità strategiche, dialettiche e interpretative
del pensiero. Se cultura ed educazione orientate esclusivamente alla conquista
e trasformazione del mondo fisico o esterno non avessero represso il flusso
dell'energia, il suo fiorire sarebbe stato naturale. Con il tempo quel flusso
avrebbe subito un incremento straordinario.
Per tentare di superare le eventuali perplessità dalle quali taluni potrebbero
ritrovarsi periodicamente infastiditi sarà proficuo valutare l'utilità,
o meno, delle seguenti riflessioni.
Tra spirito e materia non v'é alcuna differenza. L'ambiguità percettiva
dipende dall'energia impiegata nell'osservazione del mondo fisico o di quello
psicologico. Ad esempio, se l'energia sarà sufficiente, la chiara comprensione
della realtà così ottenuta si rivelerà di per sé un fenomeno o un evento
di natura spirituale.
Non c'è nessuna differenza tra corpo e anima: si tratta solo di livelli
diversi di vibrazione. E' come la differenza tra l'acqua ed il ghiaccio.
Le molecole dell'acqua oscillano più intensamente rispetto a quelle del
ghiaccio. E sono più fluide, in paragone quasi evanescenti. In questo caso
dipende dalla temperatura.
Va bene, ma quando uno muore perché il corpo non subisce anch'esso una trasformazione?
Il Buddha – Gautama Siddharta – sostenne che il sé non esiste e l'unico
principio a rinascere è di natura mentale. D'altra parte egli riteneva che
l'essenza della mente fosse spirituale. Gli Yogi, specialmente quelli di
tradizione induista, parlano di una serie di corpi successivi, infilati
gli uni negli altri. Una specie di scatole cinesi o delle guaine. George
Ivanovich Gurdjieff, un maestro spirituale del secolo scorso, per taluni
una specie di Rasputin, per tal'altri un sant'uomo, affermava – un artificio
o a vantaggio dei creduloni – che ciascuno deve costruire la propria anima
con il sacrificio volontario e la sofferenza intenzionale, altrimenti morirà
come un cane.
Il nirvana – il paradiso – non è un luogo, ma una condizione. A tal proposito
sappiamo solo questo: tutti coloro che realizzano siffatta condizione non
temono più la morte giacché – affermano – dopo un'esperienza simile essa
diventa impossibile.
nick.salius
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