Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Sviluppa una meditazione che sia come l'acqua: facendolo scoprirai che
i pensieri e le impressioni che ti possiedono fluiranno via. Proprio come
la gente lava via i liquidi corporei, il sudore e lo sputo, il pus e il
sangue, ma l'acqua non se ne ha a male e non si disgusta, nello stesso modo
questa meditazione dell'acqua ti porterà la pace.
(Majjhima Nikaya)
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Meditazione Qualunque cosa vedi, qualunque cosa odi, lasciala così com’è,
senza trattenerla. L’ascia l’udire nell’udire, lascia il vedere nel vedere;
non lasciare che l’attaccamento entri nelle tue percezioni.
(Sogyal Rinpoche)
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Dall'infanzia attraverso la scuola, abbiamo imparato ad usare parole,
concetti e idee perché gli altri possano capirci. Ma durante la meditazione
non cerchiamo di descrivere la nostra esperienza a nessuno. Se aggiungete
altre parole alla mente, la mente resta inutilmente indaffarata.
(Bhante Henepola Gunaratana)
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Per ottenere dalla meditazione i risultati migliori e' importante che
durante la meditazione la coscienza del corpo e tutti i pensieri irrequieti
vengano allontanati dalla mente.
(Paramahansa Yogananda - L'illusione
della coscienza mortale - 23 dicembre 1960)
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Quando meditate, respirate con naturalezza, come fate sempre. Portate
dolcemente la consapevolezza sull'espirazione. Quando espirate, semplicemente
fluite fuori con il vostro respiro. Ogni volta che espirate, lasciate andare
tutti i vostri attaccamenti, liberandovi. Immaginate il vostro respiro che
si dissolve nella vasta verità onnipervadente. Ogni volta che espirate e
prima che abbiate nuovamente inspirato, troverete uno spazio naturale che
si apre al dissolversi dell'attaccamento. Riposate in quello iato, in quello
spazio vuoto e aperto. E quando, naturalmente, inspirate, non fissatevi
particolarmente sull'inspirazione, ma continuate a riposare la vostra mente
nello spazio che si è completamente aperto.
(Sogyal Rinpoche)
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Nel lavoro su se stessi si comincia con la forma esteriore; poi la forma
esteriore apporta una sensibilità interiore e, infine, la sensibilità interiore
apporta un senso più profondo di libertà. Così è un triplice processo. Lo
stesso processo si applica a qualunque cosa facciate. All'inizio, è soprattutto
un grande tira-molla; nel mezzo è a volte un tira-molla e a volte una cosa
naturale; poi, infine, diventa naturale. È così anche nella pratica della
meditazione seduta: in un primo tempo è una lotta; a un certo momento è
sia una lotta che un sollievo e alla fine è molto facile. È come indossare
un anello nuovo; per i primissimi giorni dà un po' di impaccio, ma poi si
trasforma in una parte della vostra mano.
(Chogyam Trungpa)
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Dov'è il pensiero? È, questa, cosa che non si può sapere né vedere. È
come un'illusione magica, perché con l'immaginazione dipinge il mondo. Cercando
il pensiero, incapace di vederlo, una persona ne cerca l'origine. E gli
sembra che il pensiero sorga là dove c'è un oggetto. Il pensiero non sorge
senza un oggetto. Può il pensiero vedere il pensiero? No. Come la lama d'una
spada non può tagliare se stessa, o la punta di un dito toccare se stessa,
così il pensiero non puo' vedere se stesso.
(Sikshasamuccaya)
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Il Buddha narrò la storia di un gigante cieco di nome Fede che s'imbattè
in un piccolo storpio dalla vista acutissima il cui nome era Saggezza. Il
gigante, che non ci vedeva, disse allo storpio che ci vedeva: «Io sono molto
forte, ma non ci vedo; tu sei molto debole, ma hai occhi per vedere. Vieni
sulle mie spalle e guidami: insieme andremo lontano». Il Buddha non incoraggiò
mai la fede cieca, bensì l'equilibrio fra il cuore e la mente, fra la fede
e la saggezza. Le due cose insieme andranno lontano. Il detto che la fede
può spostare le montagne purtroppo non tiene conto del fatto che, essendo
cieca, la fede non sa quale montagna spostare.
(Ayya Khema)
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I grandi insegnamenti, all'unanimità, danno risalto al fatto che tutta
la pace, la saggezza e la gioia dell'universo sono già dentro di noi; non
dobbiamo guadagnarle, svilupparle o raggiungerle. Come un bambino che stia
in un magnifico parco con gli occhi strettamente chiusi, non abbiamo bisogno
di immaginare gli alberi, i fiori, i cervi, gli uccelli e il cielo; dobbiamo
soltanto aprire gli occhi e vedere che cosa c'è già qui, che cosa siamo
già, non appena smettiamo di fingere di essere piccini o peccatori. Si potrebbe
definire quasi tutta la pratica spirituale semplicente come esserci, identificare
e arrestare, identificare e arrestare, identificare e arrestare: identificare
le innumerevoli forme di illusione che indossiamo e darsi il coraggio di
arrestarle tutte. A poco a poco, in profondità dentro di noi, il diamante
si lustra, gli occhi si aprono, l'alba si mostra e noi ci trasformiamo in
ciò che siamo già. Tat twam asi: Tu sei quello!
(Bo Lozoff)
Sino a pochi giorni fa non avrei voluto pubblicare questi
nuovi appunti. Poi, però, stimolato da un messaggio piuttosto arguto e interessante,
ho deciso di riportare le mie più recenti considerazioni. Proprio a caldo,
siamo a Luglio 2003. Quale momento migliore?
Che cos'è la verità? Non è certamente un elemento fisso, statico o irraggiungibile.
Tanto meno un'imperscrutabile orizzonte esistenziale. La percezione della
verità dipende dalla propria consapevolezza. Essere più consapevoli è come
salire gradualmente più in alto e scorgere un panorama sempre più ampio,
la cui linea d'orizzonte si allontana vieppiù, sino al limite della percezione
fisica. Limite al di là del quale subentra la conoscenza intuitiva.
La vera natura del cammino spirituale non è l'assimilazione o lo sviluppo
di qualità specifiche, bensì un processo di comprensione che si approfondisce
di pari passo con la consapevolezza della nostra natura più intima.
La via spirituale non è mera ricerca o disciplina, non è l'adesione ad un
principio, non è la succube accettazione di un credo o di una fede, ma è
comprensione, più o meno graduale o repentina, delle relazioni globali,
della nostra reciproca interdipendenza.
Riporto ora l'interessante quesito di un cortese visitatore che, forse senza
volerlo, ci aiuta a comprendere meglio un risvolto della prassi meditativa
sovente frainteso.
Messaggio ricevuto il: 23-06-2003
Nome del mittente: Christian
Oggetto: riflessioni
Salve, mi chiamo Christian e ho 23 anni, nella riflessione "come riuscire
ad essere se stessi" l'insegnante di meditazione ha scritto che bisogna
cercare di promuovere l'unità reale di tutti gli esseri al fine di superare
la diversità apparente e contingente delle cose; mi potresti precisare ciò
che intendeva dire?
Credetemi io non so cosa significhi essere me stesso, semplicemente non
so chi sono e più me lo chiedo meno lo so. E' un dilemma a cui non so rispondere
e mi provoca parecchia sofferenza. Non m'intendo molto di meditazione ...
mi sto aggiornando. Penso che "essere se stessi" sia, in definitiva, un
fatto del tutto comune, e che soffrire a causa di dubbi o ignoranza sia
innaturale. Sapreste dirmi cos'è che ci rende così diversi e artificiosi?
In cosa consiste il male che si insinua in noi, ci fa diventare insoddisfatti
e induce o crea una confusione talvolta tremenda? Sapreste indicarmi un
rimedio? Chi sono io? E come faccio ad essere me stesso? Grazie.
Mi fa piacere ricevere quesiti così sensati. In effetti li considero
interventi e gli riservo l'evidenza che meritano. Alcuni visitatori sono
persino più interessati alle domande che non alle risposte. Ciò perché le
domande sottendono frammenti di vite vissute, persone reali che cercano,
indagano, s'interrogano, deducono, lottano oppure si arrendono. Niente di
più bello e affascinante. La poesia e la ragione tessono trame inestricabili,
quasi inesplicabili. Ed io, dalla mia modesta postazione virtuale, dietro
il monitor-finestra che mi proietta nel fulgido mondo-vetrina di internet,
cerco di rispondere attenendomi, mio malgrado, a idee e modelli di pensiero
preconcetti.
L'altro giorno leggevo che la ricerca in campo spirituale non è poi così
vantaggiosa. Ma se prima non si è tentato di comprendere se stessi, così
come sta facendo il nostro interlocutore, com'è possibile, anche solo sperare,
ch'essa giungerà mai a termine? Ovviamente do per scontato che la ricerca
sia una esigenza naturale, un'occorrenza spontanea. Mi sembra chiaro che
nessuno di noi ha le chiavi per aprire le porte dell'incommensurabile e
svelarne gli arcani. I pochi segreti ancora rimasti sono per i pivelli?
Chissà ... forse per individui così amorevoli e devoti da sentirsi grati
comunque, in ogni istante e ad ogni respiro, per il solo fatto di esistere.
Cercare di promuovere l'unità reale di tutti gli esseri al fine di superare
la diversità apparente e contingente delle cose è un concetto che può essere
descritto con una metafora arcinota. Noi non siamo isole separate, ma come
le onde di un medesimo oceano che emergono, seguono il proprio corso e poi,
inevitabilmente, declinano, vengono riassorbite temporaneamente dal contesto
senza, per tale evenienza, giungere mai a termine.
Promuovere ... significa tentare di divenire consapevoli della propria origine.
In genere si tende a concepire l'universo come un meccanismo. Invece è molto
di più. L'universo è un organismo cosmico, indivisibile, eterno. La sua
natura primigenia è una, le sue manifestazioni plurime.
La consapevolezza della propria origine, una realizzazione individuale cui
in genere si perviene intuitivamente dopo aver meditato per un congruo e
soggettivo periodo di tempo, predispone spontaneamente alla rinuncia o al
superamento delle istanze di un ego avido e violento da cui discendono pure
bramosia, senso di possesso indiscriminato, volontà di predominio.
La conseguenza naturale della consapevolezza così raggiunta sarà più attenzione,
comprensione delle ragioni altrui, sollecitudine, tolleranza, amorevolezza,
senso di libertà, reciprocità, compassione. Tali stati d'animo non piovono
dal nulla. Sono la conseguenza indiretta di una nuova, esuberante e vivace
vitalità che sembra provenire da una sorgente ristoratrice cui pare di poter
attingere all'infinito e che si trova dentro di noi, oppure dovunque, dipende
solo dalla propria prospettiva. Quanto più individui riusciranno ad essere
minimamente consapevoli, tanto più la società nel suo complesso risulterà
migliore. Dapprima impercettibilmente, via via in progressione sempre più
rapida.
Il contesto sta mutando. E' sotto gli occhi di tutti. Se le religioni di
tipo tradizionale intendono sopravvivere e prosperare dovranno adeguarsi
e recepire le nuova linfa rigenerante che il rinnovamento della cultura
consapevole promuove in ambito sociale. Adeguarsi, rinunciare ad avversare
la consapevolezza. Non è una novità. Infatti persino i maestri promotori
di tali antichi culti subirono ignominiose persecuzioni. I tempi sono diversi,
la tecnologia è preponderante, gli individui più attenti e meno passivi.
Rinunciare alle istanze pseudomeditative che favoriscono l'incoscienza,
il torpore del giudizio, l'indottrinamento preadolescenziale, l'autosuggestione.
In ogni caso, ciò che ora sembra negativo, come la globalizzazione, agevolerà
sicuramente la diffusione di questa nuova cultura di consapevolezza le cui
radici provengono dall'Oriente, ma il cui sviluppo sta avvenendo secondo
canoni occidentali. Qualunque sia la strategia di rinnovamento adottata
sarà inevitabile ammettere pubblicamente che tutte le religioni si riferiscono
allo stesso Dio e che nessuna religione possiede la verità assoluta.
Eppure, così descritta, questa strana faccenda della consapevolezza, potrebbe
sembrare tutto un quadretto idilliaco. Invece il primo passo da compiere
resterà pur sempre la cognizione della propria sofferenza, ovvero l'intuizione
di essere incompleti, parziali, che una parte oltremodo rilevante di noi
stessi sfugge alla nostra visione, oppure è stata rimossa e relegata in
ambiti meno consci.
Se ricordo bene hai chiesto qualcosa circa un certo malessere che
si manifesta rendendoti insoddisfatto. Ma la frustrazione per un mancato
appagamento non va considerata come una presenza di afflizione e tormento,
bensì come un'assenza di felicità, contentezza, brio, festosità. La gioia
può essere anche immotivata. La sua fonte è la nostra interiorità. Oppure
il mondo, quando riusciremo a superare ogni ambiguo dualismo e oltrepassare
le divisioni fittizie.
"Chi sono io" è una domanda senza senso. Sono ciò che percepisco. Se non
comprendo è perché mi manca una visione d'assieme oggettiva. Una carenza
che può esser sopperita tramite l'auto-osservazione. Un iter cognitivo percorribile
a più velocità. Ci sarà chi tentennerà per molto e chi intuirà subito il
non-senso di questa ricerca. Preciso, una ricerca utile, per taluni indispensabile,
ma del tutto relativa.
Il cercatore, cioè colui che si pone domande esistenziali come le tue, e
l'oggetto dell'indagine cognitiva alla fin fine coincidono sempre. Ciò che
rimane, la vera risorsa, è proprio la ricerca, l'azione consapevole.
Tu affermi di avvertire una carenza, un'insoddisfazione che genera confusione.
Ora, fermo restando che presumo tu abbia una salute eccellente. Altrimenti
dovresti ricorrere ad un medico e non alla spiritualità. Scusami, ma non
posso evitare di precisarlo. L'incontro con la tua interiorità, l'essenza
spirituale o se preferisci, divina, che non è un fenomeno statico, ma un
evento dinamico, potrebbe dimostrarsi determinante. Sarebbe pur sempre un
semplice esordio, l'inizio di un viaggio esplorativo. Cosa troverai? L'incontro,
una situazione al di là del tempo, che si realizza o si consegue nel silenzio
e nel vuoto informale del tuo illimitato spazio interiore, in un frangente
senza passato, privo di futuro, al cospetto di un'assenza così paradossale
da trasformarsi in men che non si dica nel suo esatto contrario, la presenza
assoluta.
Come vuoi che ti descriva meglio tali circostanze? Dov'è il mio ego, donde
proviene, esiste davvero? E' una domanda condizionata. Qualunque cosa risponda
sarà vera solo per me. L'esercizio della meditazione, come quello della
preghiera consapevole, è un metodo per rendersi disponibili ad uno straordinario
e sorprendente tipo di fioritura, la percezione della fragranza interiore.
Ma si potrebbe anche dire che la meditazione è un espediente utile a prendere
atto di una prerogativa soprattutto intima, la nostra natura d'indefinibili
e irriducibili Buddha.
Il mio insegnante fu un individuo pratico. Ripeteva spesso che l'azione
concreta e consapevole precede sempre la teoria ed è insostituibile. Quindi
suggeriva e stimolava con indicazioni semplici, tangibili ed efficaci.
Osserva il tuo respiro, così com'è. Nessuna tensione,
nessuna aspettativa, altrimenti sarà meglio farsi una bella passeggiata.
La posizione, consona e con la spina dorsale eretta, è importante. Sii attento
e persevera. Ma se ti distrai non importa. Non appena te ne accorgi prendine
nota: mi sono distratto. Persino il giorno e la notte si susseguono ed inseguono
a vicenda. Bene, ora prosegui nell'osservazione. Attenzione, anche se il
respiro si affievolisce non perderlo mai di vista. Non sopprimere il pensiero,
dovrai solo astenerti, per un breve frangente, ovvero la durata della tua
meditazione, dall'immaginare. Se subentra qualunque altro tipo d'impedimento
e disagio, non insistere. Questo esercizio di meditazione è uno tra i tanti,
io cercherò di descrivertelo gradualmente, ma non è detto che faccia necessariamente
al caso tuo. Non pretendere risultati rapidi, non ce ne saranno. Perlomeno
fin quando non li avrai davvero dimenticati.
Quasi sempre, tranne che in alcuni casi straordinari o adottando tecniche
con modalità dinamiche, gli esercizi di meditazione non hanno effetti immediati.
I risultati non si manifestano, quindi, durante l'esecuzione dell'esercizio.
Solo successivamente, quando non ci crederemo più, o l'avremo finanche dimenticato,
e quando incanti e suggestioni avranno lasciato lo spazio all'umiltà della
pratica, solo allora, forse, ci accorgeremo di essere ritornati nuovamente
in noi stessi. Dove? Ma da nessuna parte, è ovvio!
Grazie per la cortese attenzione
01-07-03 - nick.salius
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