Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Quando mediti devi eliminare ogni altro pensiero; devi identificarti
col soggetto sul quale mediti, comportarti come il cristallo: dinanzi ai
fiori il cristallo rimane quasi identificato coi fiori. Se il fiore è rosso,
il cristallo rifletterà il rosso, oppure se il fiore è azzurro, il cristallo
rifletterà l'azzurro.
Vivekananda
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Le antiche scritture Pali paragonano la meditazione alla doma di un elefante
selvaggio. Il metodo, a quei tempi, consisteva nel legare l'animale recentemente
catturato a un albero, con una buona corda robusta. Ovviamente l'elefante
non era contento: gridava e scalpitava tirando la corda per giorni. Alla
fine gli penetrava nel cranio che non poteva scappar via e si calmava. A
questo punto si poteva cominciare a dargli da mangiare e a trattarlo con
un certo grado di sicurezza. Alla fine si poteva slegare la corda e addestrare
l'elefante a fare diverse cose. Infine l'elefante era addomesticato e poteva
essere utilizzato per fare lavori utili. In questa analogia l'elefante selvaggio
è la mente sfrenatamente attiva, la corda è la consapevolezza e l'albero
è il nostro oggetto di meditazione, cioè il respiro spontaneo e naturale.
L'elefante addomesticato che vien fuori da questo processo è una mente ben
educata e concentrata che allora può essere impiegata per il duro lavoro
di perforazione degli strati dl'illusione che oscurano la realtà. La meditazione
addomestica la mente.
Henepola Gunaratana
Qui non c'è un set di credenze religiose personali. Non
c'è un pacchetto prefabbricato distribuito ad hoc per la salvezza - economica
- dei suoi divulgatori. Non v'è alcuna gamma di opzioni finalizzata al formarsi
di qualsivoglia opinione religiosa. Nessuna composizione teologica di frammenti
spirituali. Alcun finto moralismo. Qui v'è solo ricerca e relativa sperimentazione.
Trovo particolarmente significativa la distinzione tra riflessione e
meditazione. Uno tra i più diffusi luoghi comuni della cultura occidentale
induce a credere che la meditazione sia una sorta d'approfondimento riflessivo.
La maggior parte di coloro con cui mi è capitato di discutere consideravano
la meditazione come una riflessione ponderata. Nulla di più banale. Che
la meditazione abbia un oggetto o meno è secondario. Il fine che mi propongo
ora non è sceverarne l'ambito, ma comprenderne il meccanismo.
Innanzitutto bisogna individuare un determinato oggetto su cui soffermarsi.
O se preferite un oggetto da contemplare. La caratteristica essenziale è
che sia circoscritto, facilmente richiamabile e, ovviamente, particolarmente
significativo. Pregno, cioè, di contenuti e valori che travalicano gli angusti
contesti culturali per assurgere, eventualmente, a simbolo universale. Naturalmente
deve attrarre. Ancora, è importante che le sue peculiarità esemplificative
brillino così tanto di luce propria da lenire, sia pur temporaneamente,
il singolo disagio esistenziale. E' senz'altro utile che elevi verso uno
stato di coscienza cristallino.
Cos'è che emerge dai più profondi meandri della propria coscienza? Per
quanto ne dipani l'intricata matassa, non trovo altro che una fitta rete
d'inesplicabili connessioni. Si tratta di nodi così interrelati da renderne
vana la benché minima rappresentazione.
Bene, chiudi gli occhi, osservi te stesso e vedi fluire pensieri, sensazioni,
stati d'animo. Percepisci il respiro. Talvolta ti capita d'avvertire il
battito del cuore. Può darsi che ti senta entusiasta. Lì per lì ti esalti.
Oppure futile, depresso/a, ma minimizzi. Cominci a comprendere che se riesci
a osservare questa sfilza infinita di formazioni mentali, tu sei solo colui/lei
che le subisce. Non puoi più identificarti con la tristezza, con la mestizia,
tanto meno con l'allegria.
Qui stiamo citando gli stati della coscienza ordinaria. Per affrontare situazioni
patologiche servirebbe ben altro, sorvoliamo.
Ebbene, quando l'infinita sequela si dispiega, cosa rimane? Resta il nucleo,
che tuttavia è inconoscibile. Inconoscibile, amore. Al centro dell'essere
v'è proprio l'amore.
Il mondo della coscienza è costellato d'innumerevoli periferie. Là risiede
abitualmente l'identità superficiale detta ego. Quella del nome patria e
famiglia. Là si svolgono le guerre. Piccoli e grandi conflitti, ammessi
razionalmente in nome della sopravvivenza, ma che indicano solo una sorta
d'istinto dell'annientamento. Vi sembra strano? Dovunque sussista pulsione
per la vita, si manifesta pure una tensione che implica un coinvolgimento
tale da includerne la relativa quiescenza conclusiva, la fine, la morte.
Quella degli altri, ovviamente. Come per la celebrazione di un antico rito
tribale che esorcizza la paure dell'imminenza, la guerra sterilizza l'inconscio
respingendo all'indietro gli immaginari fantasmi del terrore.
In passato si supponeva che per evitare la guerra periferica, esteriore,
avremmo dovuto viverla e vincerla interiormente. Oggi si da più credito
all'idea che per contrastarla bisognerebbe inebriarsi soprattutto della
pace interiore. Dissetare l'arsura esistenziale bevendo alla fonte dell'essenza.
Taluni ritengono che sia necessario meditare. Ovvero disidentificarsi temporaneamente
dal continuum spazio temporale ed offrirsi all'estatica ebbrezza di accogliere
la divinità. Tal'altri credono che bisogna comunque percorrere sino in fondo
un'imperscrutabile itinerario esperienziale. In realtà mi rendo conto che
la distinzione tra centro e periferia è solo una questione di mero opportunismo.
Non v'è periferia che non sia anche centro di se stessi. E viceversa.
La pienezza dell'assenza di conflitti corrisponde al vertice della propria
piramide esistenziale. All'apice della coscienza. All'evento simboleggiato
con lo schiudersi del loto dai mille petali. Per essere in pace bisogna
innanzitutto ricondursi alla vetta.
La grigia e plumbea coltre che occupa caparbiamente ciò che una volta
era abituale dimora di luce del chiaro, limpido, azzurro e cristallino empireo,
non si schioda più nemmeno a pregarla. Rimane lì, fissa, immobile, pensosa,
ottundente. Di fatto preclude persino la speranza. Taluni affermano sia
lo scontato risultato del global worming. In modo più semplice, ce la siamo
proprio cercata.
Perché non ti decidi? Ti aggrappi – strenuamente – ad uno status quo che
non potrà durare. Procrastini. Temi l'ignoto? Può darsi che ti senta vincolato
dall'abitudine. Mentre la consuetudine genera il viatico per continuare
a fingere, ti crogioli nell'orgoglio, finché le parvenze non sfumeranno
infine nel grigiore, umido e nebbioso, di uno stanco e anonimo mattino.
Ma le albe sono sempre chiare. Non v'è aurora che non frema di vita che
risorge. Dov'è l'ostacolo? Il problema è che hai paura di lottare. Anche
se ami non realizzi nulla finché non anteponi il coraggio di essere a tutto
il resto.
Ora getta le maschere, non ti servono più. Se non fingi, persino la notte
ti sembra brillare d'una vivida luce che emerge dal nulla. Se ne ricerchi
ostinatamente la fonte t'incammini verso l'essenza dell'uno. Rivolgiti al
Principio. Abbandona – temporaneamente – i dettagli. Il gong del sempiterno
è un suono senza suono. Ora il mattino è divenuto arioso. ...
Grazie per la cortese attenzione
10-02-09 - nick.salius
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