
Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
Così come una persona abbandona i vestiti logori e ne acquista di nuovi,
nello stesso modo, quando il corpo è sciupato, il sé, che vive dentro, ne
acquista uno nuovo.
(Bhagavad Gita 2:22)
§
Autoconvincimento
"Solo qui c'è purezza dottrinaria" - così dicono -. "Non ci sono dottrine
altrettanto pure" - così affermano. Insistendo nel dire che la dottrina
con cui si identificano è la migliore, si confermano sempre più nelle loro
convinzioni.
(Suttanipata, IV, 8)
§
Niente nasce, niente vien distrutto. Basta con il dualismo, basta coi
"mi piace" e i "non mi piace". Ogni singola cosa non è altro che l'unica
mente: quando l'avrete percepito, allora sarete saliti sul carro dei buddha.
(Huang Po, "Lo zen di Huang Po")
§
Qual è l'origine del cosmo? È il Bhrahman? Da dove veniamo? Da che cosa
prendiamo vita?Dove troveremo infine pace? Qual è il potere che governa
la dualità di piacere e dolore nella quale ci arrabattiamo? Tempo, natura,
necessità, caso, elementi, energia, intelligenza: nessuno di questi può
essere la causa prima. Essi sono effetti utili ad aiutarci a innalzarci
al di sopra di piacere e dolore.
(Shvetashvatara Upanishad)
§
La conoscenza o l'ignoranza, la libertà o la schiavitù, che cosa sono?
Che cos'è "io" o "mio" o "questo"? O la forma del vero sé? Io sono sempre
uno. Che mi preoccupo a fare per la libertà nella vita o nella morte, o
per il mio karma attuale?
(Ashtavakra Gita 20:3-4)
§
La vita non ha alcun donde, va avanti e basta. La morte non ha alcun
dove, va via e basta. E allora, com'è? Se la mente non differisce, miriadi
di cose sono una quiddità sola.
"Dogen, "Zen Razionale")
§
Dal cuore umano si dipartono cento e un nervi (percorsi vitali). Uno
di essi sale al cervello, alla corona composta da mille petali. Passando
al momento della morte per questa via, si raggiunge il regno dell'immortalità.
Ma se il prana discende per altre vie, si tornerà indietro verso una nuova
nascita.
(Katha Upanishad, III, 16)
§
Ehi, tu, che t'aspetti risultati senza fare sforzi! Tu che sei delicato
e hai sofferto a lungo! Sei già nelle grinfie della morte e ti comporti
come se fossi immortale! Ehi, tu che soffri, stai
distruggendo te stesso!
(Shantideva, "Bodhicaryavatara" VII, 13)
§
Questa sola qualità, se sviluppata e perseguita, dà la sicurezza di ottenere
entrambi i generi di benefici, ossia benefici in questa vita e benefici
nella vita a venire. Quale qualità L'attenzione cosciente.
(Itivuttaka, 23)
Le risposte alle domande essenziali dell'uomo, offerte così
profusamente dalle tradizioni religiose più note, sono davvero fondate,
risolutive e definitive, oppure solo ipotetiche?
Tanto che si confidi nel karma, quanto nell'ennesima riproposizione di
vaghe e confuse speranze su una vita futura basata sul riscatto delle proprie
attuali sofferenze, la differenza sarà ben poca. Otterremo davvero benefici
concreti o solo gli ennesimi illusori condizionamenti? Affinché la nostra
situazione migliori realmente vi sono ben poche certezze su cui poter fare
affidamento: attenzione, ricerca, consapevolezza, coraggio, libertà, razionalità,
autenticità, auto-responsabilità ...
Le speranze riposte nelle deleghe spirituali sono solo medicine illusorie.
Persino la preghiera, che invece di una funzione celebrativa di gratitudine
e ringraziamento, è adoperata come strumento d'intercessione o richiesta,
andrebbe recitata con raccoglimento, determinazione, fermezza e costanza
sino a raggiungere la concentrazione sufficiente per esplorare la profondità
spirituale di un arcipelago soggettivo ove regnano silenzio e non suppliche,
tranquillità e non invocazioni, e la cui vera risposta è la serenità. La
dimensione in cui prevale la gioia, forse l'unica a poter offrire un autentico
conforto consolatorio.
Idem per la meditazione: se praticata senza l'intenzione di far chiarezza,
con superficialità e non come strumento di consapevolezza, si dimostrerà
perfettamente inutile. Certo, nei più inclini potrebbe suscitare comunque
sentimenti di devozione. Ma le passioni, anche se piuttosto tenui e sfumate,
comportano pur sempre coinvolgimenti e identificazioni inconsce, surretizie.
D'altra parte – non dimentichiamolo mai – la meditazione è quanto di più
frivolo ed inessenziale possa esistere ...
Le nostre serate televisive, i nostri pur magnifici libri, immagini su immagini
dense di significati occulti, palesi, a volte perfino subliminali. Poi,
invece, ecco l'ennesima umile, innocente arcinota domanda:
Messaggio ricevuto il: 12-12-2003
Nome del mittente: Gaetano
Soggetto: Cosa c'è dopo la morte?
Ciao. Visito spesso il tuo sito e ti faccio i complimenti per la realizzazione
e la profondità di quello che scrivi. Vorrei porti una domanda, forse un
po' banale, ma che credo, prima o poi, ogni uomo si ponga: cosa c'è dopo
la morte? Probabilmente è un dubbio anche per te, ma sono curioso di sapere
come la pensi. E poi se veramente non ci sarebbe fine non ti fa un po' paura
l'infinito? O ti turba di più il fatto che un giorno possa finire tutto?
Ti ringrazio anticipatamente per la risposta.
Risposta
Domanda così bella, perché diretta e senza tentennamenti, necessita di
risposta che pur sintetica sarà immediata, sebbene inconcludente, astratta.
A mio avviso dopo la morte non c'è nulla, infatti la morte non esiste. Ciò
che si conclude è l'ego, la sua possessività, la sua tendenza costante e
indiscriminata al controllo, alla fruizione e al dominio, i suoi "aggrappamenti",
le sue identificazioni. Di converso, l'autocoscienza che diventa consapevolezza
si espande sempre di più sino a comprendere via via ambiti sempre meno circoscritti.
Il fatto di considerare la coscienza come prodotto del corpo fisico o viceversa
è del tutto relativo. Il momento presente, l'istante, non distinguono quanto
precede da ciò che segue, sono contemporaneità. Passato, presente e futuro
sono concetti prettamente umani dovuti alla limitazione spazio-temporale.
Colui che "trapassa" percepisce rapidamente l'impermanenza e la caducità,
ma ritrova l'essenza, il campo di coscienza universale. Si rende conto che
non esiste altro da sé. Di essere già stato da sempre ciò che ora intravede.
Si accorge che tutto è uno e che le differenze sono funzionali a quella
medesima unitarietà.
Così come non si può possedere nulla, tanto meno se stessi, altrettanto
nulla può essere smarrito o perduto. L'individualità è già, di per sé, universalità,
ma in genere non si può pretendere di comprenderlo appieno senza le gioie
e le vicissitudini di una vita vissuta all'insegna della ricerca oppure,
ed è lo stesso, dell'accettazione di ciò che è.
Per concludere direi che il punto nodale del discorso
è l'espansione della consapevolezza senza la quale non riusciremo, ora come
dopo, a superare alcuna sofferenza. La continuità non va intesa come prosecuzione,
bensì come contiguità. Una presenza costante, l'eternità in una goccia d'acqua.
Il nostro nome non sarà più Tizio o Caio. I propri possedimenti non si limiteranno
a casa, virtù, eccetera. Non mi limiterò a rivivere in un altro individuo,
spettro o umano che sia, non in un'altra dimensione, nell'albero o nel cielo,
ma sarò pure quell'albero, quel cielo, tutti gli esseri. Ovviamente
tutto ciò dipende dalla misura in cui lo realizzo ora che ho la fortuna
di una certa autodeterminazione.
Sarà poi vero?
Grazie per avermi dato l'opportunità di risponderti. Senza la tua email
non sarei riuscito a scrivere proprio nulla. Ciao.
Ciao, grazie per la risposta. Quello che hai scritto è molto bello, ma
purtroppo non mi è di facile comprensione. Sarà perché sono ancora giovane,
ho 23 anni, e quindi mi manca la necessaria esperienza per capire certe
cose ... però ... Mi accorgo che a ben pensarci è un po' triste dover lasciare
tutto questo: non vorrei ancora essere banale, ma non ti capita di pensare
che sia "brutto" abbandonare gli amici, la mamma e il papà, la ragazza,
le partite di calcio, i sorrisi e l'allegria, il sonno e il risveglio, le
onde dell'oceano, la pioggia d'autunno, i gabbiani che volano attorno a
una barca, un gatto che si stiracchia e sbadiglia ...
Mi dirai: eppure queste cose sono tutte fumo, dolce, ma sempre fumo ...
Mi parli di ego, impermanenza, contiguità ... e io ti rispondo: ma allora
che siamo nati a fare? Se non diamo importanza a queste cose a che serve
vivere? Il buon Dio non ci ha forse creato per godere delle bellezze del
creato?
Attendo la tua replica. Un abbraccio.
Gaetano, pubblicherò i tuoi messaggi – omettendo l'indirizzo che non
conservo mai – tra qualche mese, secondo un ordine di precedenza.
Per quanto riguarda la meditazione vorrei che tu capissi una cosa. Le tue
stesse osservazioni sono anch'esse già meditazione. Così come l'attenzione,
la percezione del momento presente. Meditazione è vivere qui e ora senza
prefigurarsi ipotetiche evenienze future. Ciò non significa che tu non debba
programmare il tuo avvenire professionale, ma una volta stabilito il da
farsi è inutile continuare a pensarci. Semmai bisogna agire. Perché temere
ciò che ancora non esiste? Ogni cosa a suo tempo! D'altra parte anche se
tu lo volessi non potrebbe accadere altrimenti.
Hai paura di perdere proprio perché ami? Perdere ed acquisire, dare e ricevere,
è normale. L'unica cosa che non potremo mai perdere è noi stessi. Ciò che
talvolta dobbiamo riscoprire è la vivacità, esistere e non sussistere, rammentare
che nella vita non vi è nulla di futile.
Abbandonare gli affetti, gli svaghi, la gioia che potrebbero
suscitare? Impossibile! Se riusciremo a perscrutare, consapevolmente, il
nostro orizzonte esistenziale, saremo sia il fiume in piena che gli argini
per contenerlo. E assisteremo sin d'ora allo schiudersi progressivo e senza
fine di una personale o soggettiva dimensione spirituale. Stupiti che l'orizzonte
della meditazione si sia rivelato, ancora una volta, gioia di vivere, assoluta
ed inequivocabile certezza.
Prima o poi la ruota della vita completerà il suo giro, ma non si fermerà
definitivamente. Seppur trasformato o ricomposto tutto rinasce in un succedersi
ciclico senza inizio né fine. Ciò che si conclude sono solo le entità fittizie,
quanto di per sé non è mai realmente esistito, l'ego.
Ogni confusione infatti nasce dal confondere l'ego, una banale parvenza,
una semplice e funzionale espressione superficiale della nostra attuale
esistenza, con il tutto, noi stessi, l'essenza.
Le onde umane sono piccoli vortici di energia. Anche se l'onda esaurirà,
prima o poi, la sua inerzia e quindi la sua forma, essa non sparirà mai.
La sua essenza coinciderà di nuovo con il moto che la produsse.
Ciao e grazie per la visita.
Anche questa volta mi sono cimentato in una non-risposta consapevole
del fatto che il valore di tali quesiti consiste proprio nell'impossibilità
di risolverli razionalmente. Ma attenzione, perché a questo punto piovono
schiere di avidi profittatori. O manipolatori mentali? Il fatto che una
domanda non ammetta risposta non premia o giustifica nessuna soluzione irrazionale.
La bellezza e l'armonia possono dipendere dalla calma, dal silenzio; dal
consentire alla propria energia di fluire liberamente, alternativamente
o nel contempo, verso se stessi, in direzione del mondo; dal coraggio, mai
dal mistero. A meno che, per mistero, non s'intendano le origini del mito,
l'afflato poetico, una modalità di comunicazione sintetica, l'amore, la
compassione ...
nick.salius
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