
Il percorso spirituale di un pellegrino sulla via della meditazione.
Questi articoli sulla meditazione saranno soggetti ad ulteriori revisioni.
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Poiché il seme non contiene altro che il seme, anche i fiori e i frutti
sono della stessa natura del seme: la sostanza del seme è anche la sostanza
degli effetti successivi. Nello stesso modo, la massa omogenea della coscienza
cosmica non dà origine a null'altro che essa non sia
già in essenza. Quando si realizza questa verità, la dualità cessa.
Yoga Vasishtha
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Monaci, noi che vediamo l'intero e non solo la parte, sappiamo che anche
noi siamo sistemi interdipendenti di sensazioni, percezioni, pensieri e
coscienza, tutti interconnessi. Esaminando in questo modo la mente, giungiamo
a comprendere che non c'è alcun io né alcun me in nessuna parte del nostro
essere, proprio come il suono non appartiene ad alcuna parte del liuto.
Samyutta Nikaya
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"Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo 'universo', una parte
limitata nel tempo e nello spazio.
Sperimenta se stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato
dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza.
Questa illusione è una sorta di prigione che ci limita ai nostri desideri
personali e all'affetto per le poche persone che ci sono più vicine.
Il nostro compito è quello di liberarci da questa prigione, allargando in
centri concentrici la nostra compassione per abbracciare tutte le creature
viventi e tutta la natura nella sua bellezza".
Albert Einstein
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Tu ti vedi nel mondo, mentre io vedo il mondo in me. Dal tuo punto di
vista, tu nasci e muori, mentre dal mio è il mondo ad apparire e a sparire.
Il nostro mondo è reale, ma il tuo punto di vista su di esso non lo è. Non
c'è un muro fra noi, a meno che non l'abbia costruito tu. Non c'è niente
di male nei sensi, è la tua immaginazione a fuorviarli. Essa ricopre il
mondo così com'è con ciò che immagini che sia: qualcosa che esiste indipendentemente
da te ma che, tuttavia ricalca con precisione i tuoi modelli ereditati o
acquisiti. Ciò dev'essere ben afferrato: il mondo è appeso al filo della
coscienza. Niente coscienza, niente mondo.
Nisargadatta Maharaj
Dio è la coscienza che pervade l'intero universo dei viventi
e dei non-viventi. (Ramakrishna)
Rispondo un po' a quelli che mi hanno raccontato qualche loro breve e
fugace episodio. La maggioranza ha sperimentato dei frammenti di silenzio.
Attimi di quiete, pace con se stessi, che sono diventati poi amorevolezza
e compassione. In genere questo non è accaduto durante i cosiddetti esercizi
propedeutici per favorire la meditazione, ma nei momenti più impensati.
Non si tratta di un rapporto meccanico tra ciò che fai e quello che sperimenti,
ma di come ti rapporti alla vita e quello che ne percepisci.
Un amico mi ha scritto:
... Il maestro divino e' realmente sempre accanto a noi. Puo' essere Gesu',
un Buddha o una semplice sfera di Luce ... ma c'e'. Egli emana una energia
a cui noi non siamo ricettivi se non dimoriamo in uno stato di profondo
silenzio interiore, che non e' solo silenzio della mente discorsiva ...
ma soprattutto del cuore, dell'anima.
Tento di rispondergli:
Beh, c'è la vita, tutto ciò che ti circonda e che puoi intravedere con gli
occhi della consapevolezza. Questa vita è già, di per sé, il maestro, l'essenza
divina. E' sufficiente che muti la prospettiva. Accade sempre in modo spontaneo.
Tu sai benissimo che le cosiddette tecniche non servono a nulla se non a
mollare la presa dei filtri mentali in modo da riuscire a percepire ciò
che è. Sembrano frasi fatte, quindi bisognerebbe sperimentare. Non si tratta
di richiamare alcunché, nessuna discesa, avvento, disposizione ricettiva
o di apertura, fede o credenza, che sono tutte circostanze emotive, ma riuscire
a vedere questa stessa esistenza per com'è realmente, con occhi innocenti
e non pervasi da una moltitudine accecante di aspettative e credenze.
Il fatto che non possiamo richiamare o provocare codesta visione a nostro
piacimento non significa che la cosiddetta divinità, di cui siamo parte
integrante e attiva, abbia una volontà autonoma. L'asserzione di alcuni
maestri, come ad esempio Aurobindo, che sostengono sia necessario abbandonarsi
alla Sua volontà, implica – a mio avviso – che bisognerebbe riconoscere,
innanzitutto, l'origine di questa volontà. Donde proviene? Non è in un luogo
lontano e metafisico. E non è nemmeno nascosta nei risvolti del proprio
discernimento, ma è la coscienza stessa. La volontà di Dio, o come dici
tu, del maestro divino, luminosa e gratificante sfera di luce, è, già di
per sé, l'apice della coscienza. Ovviamente non si tratta del ristretto
e limitato discernimento personale, ma di coscienza ominicomprensiva e omnipervadente,
collettiva. Uno stato di profondo silenzio interiore ne favorisce, sicuramente,
la percezione.
Maestri come Jiddu krishnamurti
e Osho hanno tentato di spiegare gli
inganni perpetrati dalle varie tradizioni metafisiche, sia orientali che
occidentali. Ed è normale che si tenti in ogni modo di neutralizzare il
loro lavoro. Tuttavia la loro opera, che non è stata semplificazione, ma
soprattutto demistificazione, è già divenuta, che si voglia o no, patrimonio
pubblico, espandendo il livello di comprensione di molti più individui di
quanto apparentemente non sembri.
Per indicare qualcosa che non conosci ti devi servire per forza del noto.
Se qualcuno dice, sai ho intravisto un spiraglio di luce senza sorgente,
oppure, ho percepito per qualche attimo un amore incondizionato per tutti
gli esseri viventi e ne ho compreso la loro fondamentale interdipendenza,
quindi mi sono sentito "uno" con i tanti, sono tutte affermazioni simboliche
tese a rappresentare una realtà soggettiva essenziale che, se preferisci,
puoi anche chiamare Dio.
Dio, o vita o esistenza o coscienza, come prediligiamo chiamarla – penso
comunque che abbia qualità prevalentemente femminili – sussurra sempre.
La sua voce non è affatto flebile, ma noi, a causa frastuono esteriore,
non riusciamo a percepirla: gli affaccendamenti quotidiani, l'indispensabile
lotta per sopravvivere e quant'altro; oramai anche un ufficio può trasformarsi
in una specie di giungla.
Predisporsi in silenzio per cercare di scorgere la propria
natura essenziale o di ascoltare quella voce sommessa quanto persistente
è meditazione. E cos'è questa voce? Se sei presso un fiume che attraversa
un territorio impervio quel suono è la voce delle rapide, il ruggito della
cascata; se ti ritrovi sulla spiaggia del mare quella splendida voce è il
tramestio della risacca; se visiti un parco quella voce diventa il fruscio
del vento, lo stormir delle foglie ...; infine, ma solo per ora, se tutto
tace allora quella voce è il silenzio dell'incommensurabile, che non è mistero,
ma quel semplice quid chiamato divinità. Lo percepisci non appena smetti
di proiettare te stesso ...
Caro amico, non riesco a disquisire oltre perché non c'è nulla da dimostrare.
Giochi di parole, teorie e concetti sono la stessa cosa, tant'è che mente
ed ego sono sinonimi. Così come dubito esista il super-mentale se non nella
nostra fervida immaginazione, parimenti non v'è nulla che possa esser percepito
al di là, cioè al di fuori della mente. Si possono tacitare i pensieri,
il che non significa agire senza pensare, ovvero sopprimere i concetti,
ma sentire il proprio essere interiore come separato.
Tu dici che "Il Divino e' qualcosa di infinitamente piu' grande e Vivo che
la piccola e ristretta mente dove tu credi di lasciar cadere nel vuoto i
piccoli pensieri e osservare attraverso la pura presenza ...". Io penso
che se noi non potessimo usufruire dello strumento mente non riusciremmo
nemmeno a percepire il divino. Sono convinto, altresì, che non esiste nessuna
divinità separata.
Quante volte ci siamo chiesti se Dio, l'essenza divina, fosse personale
o impersonale? E' la vita stessa che ci parla. Quando riusciamo a percepirne
l'implicita voce non possiamo che considerarla come l'espressione di un'entità
trascendente. E ad essa, parimenti, ci rivolgeremo in modo consono: l'universo
ascolta, risponde, anche se sembra indifferente reagisce sempre in modo
adeguato. D'altro canto non ne siamo distaccati, ma in simbiosi. Talvolta
questa sua capacità di reagire ci sconcerta.
Se il suo sommesso gemito di sofferenza o lo stentoreo trillo di gioia ritarda,
o tace, vien detta sacralità immanente. I due aspetti, trascendenza e immanenza
coesistono. Il prevalere dell'uno o dell'altro dipende dal medium percettivo,
ovvero da colui che ascolta, vede e interpreta. Che piaccia o meno, nomi
simili per concetti pressoché identici.
La vita è tutta sacra, divina. Ciò che apparentemente la differenzia
sono solo i tanti livelli di consapevolezza manifesti. Tra l'umile pietra
e gli esseri animati c'è solo un differente grado di coscienza e auto-conoscenza.
La vita danza comunque. Se riuscissimo a risvegliarci quanto basta da aprire
gli occhi sul serio per ammirarne l'eterno gioco comprenderemmo come non
esiste nessuna sfida, ma solo balocchi, trastulli, gingilli con cui amiamo
distrarci in una sorta di svago fantastico che crea e ricrea da sé medesimo
le regole del suo stesso passatempo infinito.
nick.salius
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