|
Meditazione nel web » Riflessioni
» Lo yoga dell’insegnante - Alessandro Cordelli
Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti,
curiosità ... Articolo di
Alessandro
Cordelli del (21-06-09).
Per sua stessa essenza e definizione la meditazione è senza scopo.
Meditare con un fine è una contraddizione. Molte persone invece si rivolgono
alla meditazione nella ricerca di un sollievo per il loro profondo "mal
di vivere", o addirittura per guadagnare una calma e capacità di concentrazione
che – ritengono – possa permetter loro di diventare più efficienti in
tutte quelle attività il cui fine ultimo è il denaro e il successo personale.
Niente come l’efficienza è più lontano dallo spirito della meditazione.
Malgrado ciò, è innegabile che chi affronta il difficile cammino della
ricerca dell’Assoluto nelle profondità del proprio essere cambi, e che
gli si schiudano possibilità che prima non aveva. In fondo è proprio
questo il più grande obiettivo che si raggiunge nell’attività meditativa:
fare qualcosa senza un obiettivo, o meglio, non fare proprio, liberandosi
dalla schiavitù dell’agire finalizzato, del competere, del dover dimostrare
agli altri quanto si è bravi (“trovare l’inazione nell’azione e l’azione
nell’inazione”, dice la Bhagavad
Gita).
Dico questo perché anch’io ho potuto sperimentare un cambiamento interiore
associato con la pratica, ma non si tratta di qualcosa di astratto e
generico, bensì di strettamente legato all’esperienza personale quotidiana.
Infatti, il miglioramento dell’essere all’interno della propria situazione
esistenziale e la visione meno frammentata che conseguono ad un aumento
della consapevolezza, ricadono come lievi gocce di balsamo profumato
nei particolari contesti in cui ognuno vive e opera. Perciò, volendo
raccontare la mia esperienza in merito, tutto quello che posso fare
è portare una piccola testimonianza di come la meditazione abbia cambiato
la mia attività, che nello specifico è l’insegnamento.
Più che risposte, ho trovato nuove domande, e nuovi dubbi hanno scalfito
le certezze che avevo; lungi dal trasformarmi in un Buddha, quel minimo
di chiara visione che posso avere acquisito in questi anni ha rivelato
tutta la mia sconfortante insufficienza, cosa che comunque giudico positiva
in quanto ausilio nella difficile opera di dissoluzione dell’ego, vero
ostacolo in qualsiasi cammino di crescita spirituale. Un benefico ridimensionamento
della propria immagine, un certo distacco nel guardare la realtà che
mette impietosamente a nudo gli aspetti di inautenticità di un’esperienza,
frantumando gli alibi dietro a cui usualmente ci si ripara per giustificare
la propria attiva partecipazione a qualcosa che è comunque sentito come
disarmonico.
Molte sono dunque le cose che vedo se rivolgo lo sguardo alla radice
del mio essere e abbraccio in maniera non discorsiva la totalità della
mia esperienza. Per esempio, è tutto sommato facile riempire le teste
dei ragazzi di nozioni, concetti, interpretazioni, occupando ogni spazio
disponibile; quanto più difficile è invece creare dei vuoti nelle loro
menti, spazi di libertà nei quali possano muoversi costruendo visioni
del mondo originali e rendendo manifeste le ricchezze che portano nascoste
dentro. La “pedagogia del pieno” si fonda sull’ansia dell’accumulo di
nozioni, del chiudere passaggi possibili per forzare lungo vie obbligate;
un certo pragmatismo, neanche troppo nascosto, che – trionfo della contingenza
sull’Assoluto! – sapientemente maschera e svela fatti, teorie, interpretazioni,
per convincere tutti che quello in cui viviamo è – se non l’unico –
almeno il migliore dei mondi possibili. Eppure per molte persone questo
mondo non è il migliore, anzi, non è nemmeno buono. Magari l’azione
appropriata sarebbe quella negativa del problematizzare e mettere in
crisi le certezze, aprire la porta della gabbia interpretativa, tacere
dopo aver denudato le contraddizioni e lasciare spazio ad un sano disorientamento,
una benefica confusione dalla quale si può uscire senza dover necessariamente
scegliere, ma superando in modo dialettico gli opposti che vengono compresi
in una visione più alta, profonda e distaccata.
Come pure è facile sovrastare gli allievi con il proprio sapere, la
propria autoritaria autorità; molto più difficile farsi da parte, piccolo
più di loro e ascoltarli. Ascoltare qualcuno – nel senso più autentico
della parola – significa lasciarlo libero di fissare i binari della
comunicazione e seguirlo docilmente e passivamente lungo le linee che
traccia e che per lui evidentemente sono importanti. Tutto l’opposto
di “ascoltare” una risposta; nel domandare non c’è vero ascolto, la
risposta dell’altro deve necessariamente adattarsi alla griglia che
io ho costruito con la mia domanda. E d’altra parte, non necessariamente
una domanda spenge l’ascolto; vi possono essere bellissime domande,
domande liberanti, che lasciate vivere risuonerebbero indefinitamente
nell’anima, ma che inesorabilmente vengono uccise da una risposta. La
domanda infatti, finché rimane aperta, è un motore inarrestabile, produce
ipotesi e considerazioni, spinge a riflettere, a vagliare anche le ipotesi
più improbabili (che però possono essere l’inizio di altri fruttuosi
percorsi), oppure semplicemente è strumento per conoscersi e vedere
i propri limiti. Nel momento in cui arriva la risposta però, tutta questa
dinamica cessa, un senso di gratificazione subentra, l’attenzione è
autorizzata a rivolgersi altrove. Eppure sono le risposte che misurano
il successo nelle nostre scuole!
Vorrei che la scuola fosse il luogo privilegiato dell’infinito, nel
senso di illimitato,
apeiron,
luogo in cui la discussione può spaziare, senza vincoli di tempo e di
tema. Vorrei poter esercitare un’autorità non autoritaria. Autorità
nel senso di augere, che vuol dire crescere, cioè auctor come colui
che fa crescere. Così avrebbe senso il mio essere adulto, ricco di esperienze
e conoscenze; un’opportunità e non un ostacolo sul cammino di crescita
di tanti giovani. Non sarebbe infatti logico che gli studenti si aggirassero
come tigrotti nella foresta e considerassero i loro insegnanti come
prede ambite da agguantare e non lasciare fino ad averne tratto ogni
goccia di conoscenza utile per la loro comprensione del mondo? E invece
nelle aule si respira una fatica, una conflittualità, una diffidenza
reciproca, un profondo senso di non-verità. I ragazzi ascoltano stancamente
cose che considerano anni luce lontane dalla sostanza dei loro interessi
e orientano i loro sforzi alla conquista – con ogni mezzo – di un risultato
positivo nelle valutazioni. Gli insegnanti questo lo sanno bene e reagiscono
spesso rifugiandosi nell’autoreferenzialità del loro sistema di conoscenze,
nel linguaggio e nei metodi di una piccola regione del sapere; forti
del potere che la struttura dà loro, affermano l’assolutezza di queste
nozioni di fronte ad una classe che è costretta ad assentire e che comunque
accetta il fatto di doversi sottoporre a tale poco comprensibile fastidio
come tappa obbligata per acquisire un ruolo nella società: accettare
oggi l’oppressione per poter opprimere domani.
Di fatto, la scuola è espressione della società, e la società è fatta
di singoli. Ecco allora un perverso anello, che parte da uomini e donne
che non conoscono più il silenzio, ubriachi di materialismo, e ad essi
fa ritorno, passando per una rumorosa società fondata sulla menzogna
e la strumentalizzazione delle persone e per un sistema scolastico che
a tale società è pienamente funzionale. I ragazzi non sono migliori
dei loro insegnanti, ma almeno la loro situazione esistenziale è quella
del non-ancora-determinato, per cui il senso di libertà che – se vogliono
– possono vivere corrisponde ad un reale ventaglio di possibilità (attività,
amori, viaggi... che in linea di principio potrebbero realizzarsi prima
o poi, a differenza della fasulla libertà degli adulti). Tra queste
possibilità ci sono anche quelle che fanno migliore il mondo e l’individuo,
e proprio questa è la grande ricchezza dei primi anni della vita. Purtroppo,
quello che accade quasi sempre è che le strade che poi vengono scelte
sono quelle dell’inconsapevolezza e della vuota affermazione dell’ego,
del rumore e della mancanza di senso, un sottile filo ininterrotto di
violenza che fa soffrire innanzitutto il soggetto e rende grigio il
mondo. Sono scelte basate su valori che vengono già acquisiti in famiglia
e poi rinforzati a scuola, tramite il meccanismo perverso della valutazione.
Già, la valutazione; è sicuramente il momento più critico di tutto il
processo didattico. Mi domando spesso che senso abbia valutare, misurare
l’adeguamento degli strumenti interpretativi di una persona ai modelli
proposti e imposti da un sistema di relazioni sociali e rapporti economici;
e realizzo con sgomento come spesso la misura di questo adeguamento
sfoci in un giudizio sulla persona. Carezze e applausi per chi ha capito
come muoversi e gratifica i suoi insegnanti con una piena aderenza ai
loro percorsi; biasimo ed espulsione per le menti fantasiose e libere
che di quei percorsi vedono tutta la contingenza e non sono disposte
a farne degli assoluti.
Per questo dico che la scuola dovrebbe incoraggiare e non reprimere
le esplosioni di fantasia, i tentativi di esplorare nuove strade, e
la disciplina dovrebbe sorgere spontaneamente come
auto-organizzazione creativa dell’attività in classe. Per questo
penso che se fossi un buon insegnante, (molto migliore di quanto non
sia in realtà) dovrei comunicare più con i silenzi che con le parole:
tacere e ascoltare in un quotidiano stare accanto, giorno dopo giorno
sempre meno presente fino al completo dissolvimento quando gli allievi
– diventati ormai uomini e donne liberi – camminano sicuri e non hanno
più bisogno di appoggiarsi al loro professore.
Alessandro
Cordelli
|
Fate click sulla foto in alto per ritornare alla pagina iniziale della directory riflessioni. Le "riflessioni" di questa directory saranno soggette ad ulteriori revisioni.
§
§
La cultura moderna vorrebbe che ci prostrassimo davanti all'altare
dell'intelletto e della sua capacità infinita di produrre idee, fantasie
e formule. Ci hanno fatto credere che l'intelletto possieda tutta la
saggezza e così abbiamo dedicato gran parte della vita alla ricerca
di conoscenze e informazioni. Vedendo il mondo e noi stessi attraverso
il filtro di tutte le informazioni che abbiamo accumulato, possiamo
perciò restare prigionieri delle idee e delle stesse immagini che abbiamo
così ardentemente perseguito. Spesso pensiamo di conoscerci, quando
ciò che conosciamo è solo ciò che pensiamo di noi. Quando pensiamo di
conoscere il mondo che ci circonda, le immagini statiche introiettate
ci impediscono di vedere il mistero che occhieggia dietro ogni mutevole
istante. Che cos'è un'immagine se non una mera descrizione del mondo
limitata dall'esperienza?
Christina Feldman
e Jack Kornfield
§
La rivoluzione del Buddha Shakyamuni non è stata una guerra; senza
provocare alcuna violenta opposizione, sfidò le convenzioni dominanti
della casta brahmanica per trasmettere il Dharma non solo ai governanti
e ai ricchi commercianti, ma anche ai fuoricasta, ai diseredati, ai
senza tetto; persino alle donne. Poi continuò a guidare i differenti
seguaci sulla via della liberazione. Negli insegnamenti del Buddha,
la fonte della liberazione assoluta è interiore, uno stato mentale che
non dipende dalle circostanze esterne: né dalla razza, né dalla classe
sociale, né dal sesso. Nel Dharma, la democrazia è il diritto di nascita
della nostra natura di Buddha, la democrazia dell'essere che trascende
tutta la cultura e tutti i concetti.
Helen Tworkov
§
Quando siamo saldamente radicati nella nonviolenza, tutti gli esseri
intorno noi cessano di provare ostilità;
quando siamo saldamente radicati nella veridicità, l'azione ottiene
il risultato voluto;
quando siamo saldamente radicati nell'integrità, tutte le ricchezze
si offrono spontaneamente;
quando siamo saldamente radicati nella castità, si genera la potenza
sottile;
quando siamo saldamente radicati nel non-attaccamento, comprendiamo
la natura e lo scopo dell'esistenza.
Patañjali, Yogasûtra II, 35-39
|