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Archivio Riflessioni
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La cultura moderna vorrebbe che ci prostrassimo davanti all'altare dell'intelletto e della sua capacità infinita di produrre idee, fantasie e formule. Ci hanno fatto credere che l'intelletto possieda tutta la saggezza e così abbiamo dedicato gran parte della vita alla ricerca di conoscenze e informazioni. Vedendo il mondo e noi stessi attraverso il filtro di tutte le informazioni che abbiamo accumulato, possiamo perciò restare prigionieri delle idee e delle stesse immagini che abbiamo così ardentemente perseguito. Spesso pensiamo di conoscerci, quando ciò che conosciamo è solo ciò che pensiamo di noi. Quando pensiamo di conoscere il mondo che ci circonda, le immagini statiche introiettate ci impediscono di vedere il mistero che occhieggia dietro ogni mutevole istante. Che cos'è un'immagine se non una mera descrizione del mondo limitata dall'esperienza?

Christina Feldman e Jack Kornfield

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La rivoluzione del Buddha Shakyamuni non è stata una guerra; senza provocare alcuna violenta opposizione, sfidò le convenzioni dominanti della casta brahmanica per trasmettere il Dharma non solo ai governanti e ai ricchi commercianti, ma anche ai fuoricasta, ai diseredati, ai senza tetto; persino alle donne. Poi continuò a guidare i differenti seguaci sulla via della liberazione. Negli insegnamenti del Buddha, la fonte della liberazione assoluta è interiore, uno stato mentale che non dipende dalle circostanze esterne: né dalla razza, né dalla classe sociale, né dal sesso. Nel Dharma, la democrazia è il diritto di nascita della nostra natura di Buddha, la democrazia dell'essere che trascende tutta la cultura e tutti i concetti.

Helen Tworkov

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Quando siamo saldamente radicati nella nonviolenza, tutti gli esseri intorno noi cessano di provare ostilità;

quando siamo saldamente radicati nella veridicità, l'azione ottiene il risultato voluto;

quando siamo saldamente radicati nell'integrità, tutte le ricchezze si offrono spontaneamente;

quando siamo saldamente radicati nella castità, si genera la potenza sottile;

quando siamo saldamente radicati nel non-attaccamento, comprendiamo la natura e lo scopo dell'esistenza.

Patañjali, Yogasûtra II, 35-39

Meditazione nel web » Riflessioni » Lo yoga dell’insegnante - Alessandro Cordelli

Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti, curiosità ... Articolo di Alessandro Cordelli del (21-06-09).
 

Per sua stessa essenza e definizione la meditazione è senza scopo. Meditare con un fine è una contraddizione. Molte persone invece si rivolgono alla meditazione nella ricerca di un sollievo per il loro profondo "mal di vivere", o addirittura per guadagnare una calma e capacità di concentrazione che – ritengono – possa permetter loro di diventare più efficienti in tutte quelle attività il cui fine ultimo è il denaro e il successo personale. Niente come l’efficienza è più lontano dallo spirito della meditazione. Malgrado ciò, è innegabile che chi affronta il difficile cammino della ricerca dell’Assoluto nelle profondità del proprio essere cambi, e che gli si schiudano possibilità che prima non aveva. In fondo è proprio questo il più grande obiettivo che si raggiunge nell’attività meditativa: fare qualcosa senza un obiettivo, o meglio, non fare proprio, liberandosi dalla schiavitù dell’agire finalizzato, del competere, del dover dimostrare agli altri quanto si è bravi (“trovare l’inazione nell’azione e l’azione nell’inazione”, dice la Bhagavad Gita).

Dico questo perché anch’io ho potuto sperimentare un cambiamento interiore associato con la pratica, ma non si tratta di qualcosa di astratto e generico, bensì di strettamente legato all’esperienza personale quotidiana. Infatti, il miglioramento dell’essere all’interno della propria situazione esistenziale e la visione meno frammentata che conseguono ad un aumento della consapevolezza, ricadono come lievi gocce di balsamo profumato nei particolari contesti in cui ognuno vive e opera. Perciò, volendo raccontare la mia esperienza in merito, tutto quello che posso fare è portare una piccola testimonianza di come la meditazione abbia cambiato la mia attività, che nello specifico è l’insegnamento.

Più che risposte, ho trovato nuove domande, e nuovi dubbi hanno scalfito le certezze che avevo; lungi dal trasformarmi in un Buddha, quel minimo di chiara visione che posso avere acquisito in questi anni ha rivelato tutta la mia sconfortante insufficienza, cosa che comunque giudico positiva in quanto ausilio nella difficile opera di dissoluzione dell’ego, vero ostacolo in qualsiasi cammino di crescita spirituale. Un benefico ridimensionamento della propria immagine, un certo distacco nel guardare la realtà che mette impietosamente a nudo gli aspetti di inautenticità di un’esperienza, frantumando gli alibi dietro a cui usualmente ci si ripara per giustificare la propria attiva partecipazione a qualcosa che è comunque sentito come disarmonico.

Molte sono dunque le cose che vedo se rivolgo lo sguardo alla radice del mio essere e abbraccio in maniera non discorsiva la totalità della mia esperienza. Per esempio, è tutto sommato facile riempire le teste dei ragazzi di nozioni, concetti, interpretazioni, occupando ogni spazio disponibile; quanto più difficile è invece creare dei vuoti nelle loro menti, spazi di libertà nei quali possano muoversi costruendo visioni del mondo originali e rendendo manifeste le ricchezze che portano nascoste dentro. La “pedagogia del pieno” si fonda sull’ansia dell’accumulo di nozioni, del chiudere passaggi possibili per forzare lungo vie obbligate; un certo pragmatismo, neanche troppo nascosto, che – trionfo della contingenza sull’Assoluto! – sapientemente maschera e svela fatti, teorie, interpretazioni, per convincere tutti che quello in cui viviamo è – se non l’unico – almeno il migliore dei mondi possibili. Eppure per molte persone questo mondo non è il migliore, anzi, non è nemmeno buono. Magari l’azione appropriata sarebbe quella negativa del problematizzare e mettere in crisi le certezze, aprire la porta della gabbia interpretativa, tacere dopo aver denudato le contraddizioni e lasciare spazio ad un sano disorientamento, una benefica confusione dalla quale si può uscire senza dover necessariamente scegliere, ma superando in modo dialettico gli opposti che vengono compresi in una visione più alta, profonda e distaccata.

Come pure è facile sovrastare gli allievi con il proprio sapere, la propria autoritaria autorità; molto più difficile farsi da parte, piccolo più di loro e ascoltarli. Ascoltare qualcuno – nel senso più autentico della parola – significa lasciarlo libero di fissare i binari della comunicazione e seguirlo docilmente e passivamente lungo le linee che traccia e che per lui evidentemente sono importanti. Tutto l’opposto di “ascoltare” una risposta; nel domandare non c’è vero ascolto, la risposta dell’altro deve necessariamente adattarsi alla griglia che io ho costruito con la mia domanda. E d’altra parte, non necessariamente una domanda spenge l’ascolto; vi possono essere bellissime domande, domande liberanti, che lasciate vivere risuonerebbero indefinitamente nell’anima, ma che inesorabilmente vengono uccise da una risposta. La domanda infatti, finché rimane aperta, è un motore inarrestabile, produce ipotesi e considerazioni, spinge a riflettere, a vagliare anche le ipotesi più improbabili (che però possono essere l’inizio di altri fruttuosi percorsi), oppure semplicemente è strumento per conoscersi e vedere i propri limiti. Nel momento in cui arriva la risposta però, tutta questa dinamica cessa, un senso di gratificazione subentra, l’attenzione è autorizzata a rivolgersi altrove. Eppure sono le risposte che misurano il successo nelle nostre scuole!

Vorrei che la scuola fosse il luogo privilegiato dell’infinito, nel senso di illimitato, apeiron, luogo in cui la discussione può spaziare, senza vincoli di tempo e di tema. Vorrei poter esercitare un’autorità non autoritaria. Autorità nel senso di augere, che vuol dire crescere, cioè auctor come colui che fa crescere. Così avrebbe senso il mio essere adulto, ricco di esperienze e conoscenze; un’opportunità e non un ostacolo sul cammino di crescita di tanti giovani. Non sarebbe infatti logico che gli studenti si aggirassero come tigrotti nella foresta e considerassero i loro insegnanti come prede ambite da agguantare e non lasciare fino ad averne tratto ogni goccia di conoscenza utile per la loro comprensione del mondo? E invece nelle aule si respira una fatica, una conflittualità, una diffidenza reciproca, un profondo senso di non-verità. I ragazzi ascoltano stancamente cose che considerano anni luce lontane dalla sostanza dei loro interessi e orientano i loro sforzi alla conquista – con ogni mezzo – di un risultato positivo nelle valutazioni. Gli insegnanti questo lo sanno bene e reagiscono spesso rifugiandosi nell’autoreferenzialità del loro sistema di conoscenze, nel linguaggio e nei metodi di una piccola regione del sapere; forti del potere che la struttura dà loro, affermano l’assolutezza di queste nozioni di fronte ad una classe che è costretta ad assentire e che comunque accetta il fatto di doversi sottoporre a tale poco comprensibile fastidio come tappa obbligata per acquisire un ruolo nella società: accettare oggi l’oppressione per poter opprimere domani.

Di fatto, la scuola è espressione della società, e la società è fatta di singoli. Ecco allora un perverso anello, che parte da uomini e donne che non conoscono più il silenzio, ubriachi di materialismo, e ad essi fa ritorno, passando per una rumorosa società fondata sulla menzogna e la strumentalizzazione delle persone e per un sistema scolastico che a tale società è pienamente funzionale. I ragazzi non sono migliori dei loro insegnanti, ma almeno la loro situazione esistenziale è quella del non-ancora-determinato, per cui il senso di libertà che – se vogliono – possono vivere corrisponde ad un reale ventaglio di possibilità (attività, amori, viaggi... che in linea di principio potrebbero realizzarsi prima o poi, a differenza della fasulla libertà degli adulti). Tra queste possibilità ci sono anche quelle che fanno migliore il mondo e l’individuo, e proprio questa è la grande ricchezza dei primi anni della vita. Purtroppo, quello che accade quasi sempre è che le strade che poi vengono scelte sono quelle dell’inconsapevolezza e della vuota affermazione dell’ego, del rumore e della mancanza di senso, un sottile filo ininterrotto di violenza che fa soffrire innanzitutto il soggetto e rende grigio il mondo. Sono scelte basate su valori che vengono già acquisiti in famiglia e poi rinforzati a scuola, tramite il meccanismo perverso della valutazione. Già, la valutazione; è sicuramente il momento più critico di tutto il processo didattico. Mi domando spesso che senso abbia valutare, misurare l’adeguamento degli strumenti interpretativi di una persona ai modelli proposti e imposti da un sistema di relazioni sociali e rapporti economici; e realizzo con sgomento come spesso la misura di questo adeguamento sfoci in un giudizio sulla persona. Carezze e applausi per chi ha capito come muoversi e gratifica i suoi insegnanti con una piena aderenza ai loro percorsi; biasimo ed espulsione per le menti fantasiose e libere che di quei percorsi vedono tutta la contingenza e non sono disposte a farne degli assoluti.

Per questo dico che la scuola dovrebbe incoraggiare e non reprimere le esplosioni di fantasia, i tentativi di esplorare nuove strade, e la disciplina dovrebbe sorgere spontaneamente come auto-organizzazione creativa dell’attività in classe. Per questo penso che se fossi un buon insegnante, (molto migliore di quanto non sia in realtà) dovrei comunicare più con i silenzi che con le parole: tacere e ascoltare in un quotidiano stare accanto, giorno dopo giorno sempre meno presente fino al completo dissolvimento quando gli allievi – diventati ormai uomini e donne liberi – camminano sicuri e non hanno più bisogno di appoggiarsi al loro professore.

Alessandro Cordelli

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