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Meditazione nel web » Riflessioni » Articolo 053

Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti, curiosità di provenienza eterogenea.

Spigolature spirituali - 4°

Non avere paura del giudizio degli altri. Quello che senti tu e quello che pensi tu ha forse meno valore?

E' inutile ripetere a chicchessia di essere genuino, spontaneo e di non aver paura del giudizio degli altri se prima non si verifica una trasformazione interiore. Ho capito che il coraggio necessario per emergere si trova in se stessi, come negli altri, il nostro prossimo. Ciò perchè io so oramai che gli altri sono me, ma loro, gli altri, non lo sanno ancora. E se insistessi troppo a rimuoverli dalle loro ricorrenti illusioni, dai loro beati ed effimeri sogni? Forse sarebbero capaci persino di contestarmi. Ciò non toglie che di tanto in tanto lo ripeta ancora, ma forse più per convincere me stesso che la cosa sia in se possibile. In effetti dubito che qualcheduno possa davvero cambiare con un semplice discorso.

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Nello Zen esiste sempre questa caratteristica: da una parte sembra che tutto sia così semplice sino al punto che i benefici spirituali ti siano quasi dovuti senza che tu debba fare sforzo alcuno: dall'altra, più in là, cioè quando ti addentri, ti rendi conto che in effetti viene richiesta una disciplina piuttosto severa.
Ma in realtà, a ben vedere, non v'è contraddizione. Arrendersi all'esistenza, a ciò che è, diventa possibile solo se ci si è impegnati sino in fondo. Allora, quando meno te lo aspetti, sempre secondo lo Zen, può accadere l'evento, il satori ...

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A proposito di koan. Mi chiedo una cosa. Ma se ad un certo punto tutti i monaci sapevano che lo scopo era quello di superare la mente, metterla da parte, adoperarla solo quando necessario, smettere di verbalizzare in continuazione, ovvero di concettualizzare, ecc. ... l'esercizio si sminuiva, perdeva di valore?
Io ho fatto un esperimento. Ho chiesto ad un amico, completamente all'oscuro di tali argomenti, quale fosse il suono di una mano sola. Questo tizio ci ha provato con tutto se stesso per mesi. Evidentemente, pur senza rendersene conto, è una persona rara. Infine non mi ha proposto più nessuna risposta e l'ho visto "luminoso". Ora ha una vita comune, come quella di tanti, non saprei ... ma non gli dirò mai niente a meno che non lo scopra da sé.
Rimane il mio interrogativo ... che non sia anche questo un koan?

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Il satori è come un vivido lampo di chiarezza che ti consente di percepire le cose così come sono. In genere la sorpresa è così tanta che si rimane senza parole ... forse solo una bella risata zen può darne la misura.

Il samadhi o illuminazione è un satori (esperienza di percezione perfettamente cristallina) che perdura, a cui si si abitua, e che dopo qualche tempo non sembra più nulla. O circa nulla. Ciascuno si esprime secondo le proprie inclinazioni pregresse. Agli estremi ci saranno coloro con inguaribile tendenza mistica e quelli che preferiranno rimanere in silenzio e nell'ombra.

Quando incontri un chiaccherone come me stai pur certo che si tratta solo di un mezzo filosofo.

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Osservazione
Gli stati alterati di coscienza non sono il fine di niente, ma solo passaggi che taluni possono incontrare anche durante la meditazione profonda ... ma non sono il fine. Sono esperienze percettive, ma non la Realtà!
Questi stati non dovrebbero essere presi in considerazione.
La meditazione è un tramite, un mezzo per arrivare alla non-mente, per procedere poi verso l'unità, il Principio unificante ... il superamento della percezione dualistica soggetto-oggetto ... per procedere, infine, verso il tutto.

Replica
Bella spiegazione, bella perchè sintetica ed al tempo stesso esauriente.
Purtroppo la maggior parte delle persone, io per primo, non appena vediamo un luccichio, un balenio fatto di pochi infinitesimi piccoli nulla ci aggrappiamo come fossero una qualche panacea universale.

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Il paradosso di Epicuro (attribuito ad lui):

Se Dio può eliminare il male, ma non vuole farlo, allora è cattivo; (ma non è somma bontà?)
se Dio vuole eliminare il male, ma non può farlo, allora è impotente; (ma non è onnipotente?)
se Dio non può eliminare il male e non vuole farlo, allora è cattivo ed impotente.
In tutti i tre casi non è Dio.

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Ora parlo della differenza tra concentrazione e osservazione.

Si tratta di due metodi plausibili adoperati da scuole diverse, ma con la medesima finalità, il raggiungimento di uno stato meditativo (adotto la terminologia di questo sito perché devo riconoscere che è comoda).
Pertanto:

1) la concentrazione è un'attenzione esclusiva; si converge su di un solo oggetto, ecc., escludendo categoricamente tutto il resto;

2) l'osservazione è relativamente inclusiva; nel senso che anche se si stabilisce un oggetto primario dell'attenzione, tutto il resto, ovvero gli elementi che fanno da cornice, sono ammessi, ma senza essere presi in eccessiva considerazione; tipico l'esempio del falegname con la sua sega, egli osserva il punto di contatto tra i denti della sega con il legno senza escludere tutto il resto come inclinazione della sega, ecc.; infine può anche capitare che per una momentanea distrazione la nostra attenzione si rivolga in primis ai suddetti elementi di cornice, ma nulla di grave, anzi, la consapevolezza di quegli elementi di cornice sarà proprio l'opportunità per ritornare all'oggetto primario.

Magari è tutto un po' macchinoso. Spero di non avervi seccato. Cosa ne dite, è giusto o è solo il caldo?

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In parole semplici significa che, innanzitutto, non devi agire con disattenzione, distrazione, ecc. Ad esempio, se guidi, devi evitare quelle famose pause di estraniamento e automatismo, ma agire sempre consapevolmente.
Tutto questo ti sembrerà strano. Dirai, e dopo? La consapevolezza è una freccia a due punte. Da una parte ti facilita la vita ordinaria, cioè eviti di fare cose superflue del tipo adirarti quando non ce ne sia davvero bisogno, dall'altra ti dischiude piano piano la dimensione interiore.

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Non è che tu agisci da distratto. Invece capita spessissimo di eseguire mansioni ripetitive. Ed è proprio in tal caso che bisogna cercare di rimanere attenti senza perdersi nella meccanicità dei gesti, ecc. Anche durante il camminare ci si può distrarre e perdersi a inseguire chissà quali fantasticherie. Bisognerebbe, quindi, rimanere attenti a ciò che si sta compiendo, ma non tesi, bensì piacevolmente attenti e distesi. Altruismo, gentilezza e benevolenza aiutano pure moltissimo.

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Quesito
Nei pochissimi testi che ho letto sul buddhismo tibetano si incorre spesso nel concetto di attaccamento come fonte che crea sofferenza e dolore.
Una cosa non mi è chiara. Nei confronti degli affetti familiari, degli amori, degli amici, come si colloca questo discorso ?

Risposta
Vorrei farti notare una cosa molto semplice.
Se ami davvero non puoi essere attaccato a nulla. Se ami i familiari, gli amici, il mondo intero, desideri nel contempo la loro libertà, autodeterminazione, indipendenza emotiva. E naturalmente eviti il rischio di diventare possessivo, ecc., perchè altrimenti li faresti soffrire.
Quindi persino la paura di perdere i tuoi cari indica che non li ami abbastanza. Così come, d'altra parte, non ami abbastanza te stesso per trovare nella tua interiorità la fonte stessa dell'amore. Una realtà che da sola può sopperire a tutte le nostre consuete e, talvolta oppressive e angoscianti, identificazioni.
 

Grazie per la cortese attenzione

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La mente disunita è ben lungi dalla saggezza; come può meditare? Come può stare in pace? Se non trovate pace, come potete trovare la gioia? Quando lasciate che la mente obbedisca al richiamo dei sensi, questi vi portano via il giudizio, come le tempeste di mare portano la barca fuori rotta.

Bhagavad Gita 2:66-67

§

Un re chiese a un saggio di spiegargli la verità. Per tutta risposta, il saggio chiese al re come avrebbe potuto spiegare com'è il gusto del mango a una persona che non avesse mai mangiato nulla di dolce. Il re provò in ogni modo, ma non riuscì a descrivere adeguatamente il sapore del frutto e, nella frustrazione, chiese al saggio: "Ditemi, allora, come lo descrivereste voi!". Il saggio prese un mango e lo diede al re dicendo: "Questo è molto dolce. Provate a mangiarlo!".

Parabola indù

§

Daibai domandò a Baso: «Che cos'è il buddha?». Baso disse: «Questa mente è il buddha».
Un monaco domandò a Baso: «Che cos'è il buddha?». Baso disse: «Questa mente non è il buddha».
Commento di Mumon: "Se qualcuno capisce questo, è un laureato in zen".

Mumon

§

Un giorno Saraha chiese alla moglie di preparargli un piatto di ravanelli al curry. Ella preparò il cibo ma nel frattempo Saraha entrò in uno stato di profonda meditazione dal quale non riemerse per dodici anni. Appena risvegliatosi, Saraha per prima cosa chiese alla moglie i suoi ravanelli al curry. Sua moglie era incredula. - Sei stato in meditazione per dodici anni e adesso è estate e non è il tempo dei ravanelli - rispose, Saraha decise allora di recarsi sulle montagne per continuare la meditazione .- L'isolamento fisico non è la vera solitudine - replicò sua moglie. - La vera solitudine è l'abbandono dei preconcetti e dei pregiudizi di una mente rigida e limitata e ancor più l'abbandono di qualsiasi etichetta o concetto. Se ti risvegli da dodici anni di samadhi e sei ancora attaccato al tuo curry, che senso ha andare sulle montagne?- Saraha ascoltò le parole di sua moglie e dopo un po' di tempo ottenne le supreme realizzazioni della Mahamudra.

Kagyu Life International, No.4, 1995

§

Aggrapparsi alla visione di se stessi come Buddha, come Zen o come Via, facendone una comprensione, è detto attaccamento alla visione interiore. Il raggiungimento per mezzo di cause e condizioni, pratica e realizzazione, è detto attaccamento alla visione esteriore. Il maestro Pao-chih disse: "La visione interiore e la visione esteriore sono entrambe sbagliate".

Pai-chang

§

Uno studente chiese: «Per tutta la gente diversa venuta ad ascoltare le tue parole, ti prego di spiegarci il modo in cui hai trovato e compreso». Il Buddha rispose: «Quando prendete le cose, ciò accade a causa d'una sete, di un'inclinazione e di un afferrare. Dovreste, invece, lasciar andare e lasciar andare del tutto, sopra di voi, sotto di voi, intorno a voi e dentro di voi. La cosa afferrata na fa alcuna differenza. Quando vi aggrappate, perdete la vostra libertà. Rendetevene conto e non aggrappatevi a nulla. Allora cesserete d'essere una creatura dell'attaccamento, in potestà della morte».

Sutta Nipata

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Con le nostre menti piantiamo il merito e con le nostre menti commettiamo i crimini. Con le nostre menti imprimiamo le immagini. Questa mente è come un artista. Può disegnare qualunque cosa e ciò che disegna si realizza. Se cedete alle impressioni, alle idee, ai pensieri
e così via fin dal momento in cui si presentano, senza imprimervele nella mente, le vostre menti non ne saranno alterate, come il fiore di loto non è alterato dall'acqua fangosa in cui cresce.

Jae Woong Kim, "Lucidando Il Diamante"

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