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Subhuti chiese: "Tu dici, o Venerabile, che un seguace della via non
ha bisogno di sviluppare la bontà e la felicità. Perché mai?". Il Buddha
rispose: "Subhuti, un vero seguace esprimerà bontà e felicità, ma non sarà
impigliato nei concetti di bontà e felicità. Perciò dico che non ha bisogno
di sviluppare bontà e felicità, perché sarebbero solo trappole concettuali,
dato che la bontà e la felicità saranno presenti senza che di esse lui debba
farsi alcuna idea".
Sutra di Diamante
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In accordo con la tradizione buddista, tutti gli esseri possiedono, innata,
la natura di Buddha; ciò significa che, sono fondamentalmente ed intrinsecamente
buoni. Da questo punto di vista, la salute è innata. Cioè la salute viene
in primo luogo; la malattia è secondaria. La salute "è". Così essere sani
vuol dire essere fondamentalmente sani, con il corpo e la mente sincronizzati
in uno stato d'esistenza indistruttibile e buono. Questo atteggiamento non
viene suggerito esclusivamente ai pazienti, ma anche agli infermieri o ai
medici. Può essere reciprocamente adottato perché questa innata qualità
di base è sempre presente in tutte le interazioni di un essere umano con
un altro.
Chogyam Trungpa, "Becoming a Full Human Being"
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O che meraviglia! Io sono l'illimitata profondità in cui tutte le cose
viventi naturalmente sorgono, corrono veloci l'una verso l'altra giocosamente
e poi si placano.
Ashtavakra Gita 2:25
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Nessuna madre e nessun padre
né alcun altro congiunto
possono far
più bene
di una mente ben diretta.
(Dhammapada 43)
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Se squilibriamo la natura, il genere umano ne soffrirà. Inoltre dobbiamo
considerare le generazioni future: un ambiente pulito è un diritto dell'uomo
come qualsiasi altro. E' parte quindi della nostra responsabilità verso
gli altri accertarsi che il mondo su cui passiamo resti sano come lo abbiamo
trovato, se non di più.
Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama
Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti,
curiosità di provenienza eterogenea.
Chi è troppo occupato nel fare il bene non ha tempo per esserlo.
(Rabindrinath
Tagore)
Recentemente mi sono posto un quesito. Quali sono i risvolti religiosi
e fideistici del recente maremoto e di altre calamità analoghe? A proposito,
votate il sondaggio che è stato proposto nel sito: Dio, o Vita, o principio
assoluto dir si voglia, è responsabile delle recenti calamità, oppure si
tratta di
fenomeni naturali?
Pretendere di dare una risposta univoca e
certa sarebbe arrogante. Tuttavia, al di là delle proprie convinzioni e
della tragicità dell'evento, è emblematico come un'onda, sia pur anomala
o smisurata, abbia cancellato, d'improvviso, così tante esistenze. Le religioni
orientali paragonano, talvolta, la vita umana di un singolo individuo ad
un'onda che nasce, percorre un certo itinerario finché, esaurita la sua
peculiare e distintiva energia, l'impulso primevo che l'animò dandole dinamismo
e vigore, viene riassorbita dal suo medesimo contesto.
Idee, concetti,
frasi ad effetto che si rincorrono mestamente e affannosamente nel tentativo
di giustificare e comprendere l'episodio, per inseguire e interpretare il
temporaneo cordoglio di coloro che hanno vissuto la circostanza attraverso
il filtro mediatico, per tentare di lenire l'ansia, suscitare solidarietà
e compassione.
Ma quale potrebbe essere il punto cruciale, il nucleo
del dubbio che ha lacerato cotante coscienze, lasciandoci perplessi, suscitando
confusione, scetticismo, titubanza, così come volontà di sopperire, soccorrere,
aiutare? Ebbene, ricorrendo alle più antiche tra le consuetudini spirituali
dei medesimi luoghi in cui si è verificata la tragedia, mi riferisco all'Induismo
e al Buddhismo, ho rammentato un concetto imprescindibile dal tema di questa
riflessione, quello di responsabilità.
L'impegno, l'obbligo, l'onere,
e non il semplice scrupolo di coscienza, per adoperarsi affinché la natura
sia vissuta come amica, il mondo non sia più visto come risorsa inesauribile,
come mera opportunità di utilizzo o fruizione, nello specifico quale esclusivo
godimento turistico. Ancora una volta ci ritroviamo a rincorrere la soluzione
di un falso problema morale. Cos'è il bene, qual'è il male? A che genere
di dottrina potremmo ispirarci? Il problema etico di molti insegnamenti
religiosi è che non riescono - o non possono? - trasmettere alcun criterio
o senso di responsabilità.
Ma l'autoresponsabilità va in effetti
al di là di qualunque ambiguità ambivalente. Supera i sensi di colpa dovuti
al rimorso di un eventuale peccato scaturito dall'avere aderito al male
a discapito del bene - tutti concetti relativisti - per richiamare in causa
il dinamismo interdipendente del fenomeno Vita.
Tutto si evolve nel
suo esatto contrario, senza fatalismo, ma solo perché v'è crescita - o decrescita
- sviluppo - o inviluppo.
Sicché la distinzione stessa tra bene e
male, giusto e ingiusto, ecc., diventa la scelta ipocrita di chi pretende
di controllare senza essere, a sua volta, controllato, di manipolare senza
accettare, di converso, la possibilità di subire, di possedere senza per
questo comprendere che la gioia e l'amore richiedono, semplicemente, la
disponibilità ad aprirsi, a dare prima di ricevere.
Ma comprendo
che così le categorie si defilano. Quindi, per cercare di stabilire meglio
i capisaldi di determinati valori aggiungerei al rispetto della "Vita",
e agli ideali di chiarezza e "consapevolezza", anche il criterio di "responsabilità"
naturale verso se stessi e gli altri. O viceversa l'intuizione della vera
"responsabilità" come "consapevolezza" di "Vita". Oppure il valore di una
vita responsabile che favorisce, sicuramente, una rinnovata percezione di
consapevolezza spirituale.
Giochi, strani giochi verbali, come i
guizzi luminescenti e inafferrabili di mille stelle cadenti che illuminano,
ma non tracciano i sentieri dei nostri splendenti reciproci destini.
Grazie per la cortese attenzione
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