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Meditazione nel web » Riflessioni
» Articolo 039
Riflessioni in prospettiva spirituale.
- Le ragioni del cuore
- La solitudine del
vuoto interiore
- Clandestino
Una volta qualcuno adulò maliziosamente il millepiedi dicendogli:
sei un essere meraviglioso, come fai a muovere con tanta fantastica
sincronia i tuoi innumerevoli piccoli piedi?
Il mille piedi, che non ci aveva mai pensato, tentò di dimostrarlo in
pratica e ... ohibò ... non riuscì più a muoversi di un solo misero
passo.
Riflettere in prospettiva spirituale significa riflettere innanzitutto
con il cuore. Ovviamente la ragione ha pur sempre un suo ruolo, ma non
è l'artefice, bensì lo strumento. Esistono, allora, le ragioni del cuore
che ben lungi da qualsivoglia sentimentalismo qualunquista diventano,
nei limiti del possibile, conoscenza diretta.
Un cuore che non è in pace con se stesso proietterà il proprio eterno
conflitto interiore nel mondo esterno, sugli altri. Pretenderà di dirimere
ogni contingenza intervenendo secondo gli schemi aprioristici di principi,
valori, dottrine morali, presupposti ideali, ecc.
Così facendo il problema sembrerebbe risolto, una formula e via. Ma
al di là di qualunque ipocrita menzognera finzione è fondamentale stabilire
quali siano i giusti valori. Non quelli astratti, scontati o funzionali,
ma i più importanti, irrinunciabili, preliminari. E' una situazione
bizzarra. Ci si comporta come se l'umano, prima ancora di farne esperienza
ne fosse già edotto. Esperire l'amore, la compassione, è tutt'altro
che proclamarli.
Fintantoché insisteremo nell'anteporre il carro ai buoi, ovvero i valori
ausiliari alla consapevolezza, resteremo succubi, bloccati. Esistono
delle priorità indifferibili. Quando agisco in sintonia con me stesso
senza basarmi su alcun condizionamento pregresso, prevalgono la concretezza,
la spontaneità dell'immediatezza, che sono libertà e intelligenza.
La maggior parte di noi crede che la controparte dell'amore sia l'odio.
Invece è la consapevolezza. L'effettiva polarità è quella tra amore
e consapevolezza.
L'amore, i sentimenti ci sospingono verso il mondo esterno. Ma l'amore
ideale, compiuto, è impossibile da realizzare. Lo inseguiamo. Stiamo
quasi per coglierlo e ci sfugge. La delusione è inevitabile. Subentra
la consapevolezza della realtà. Saremo rigettati a noi stessi. La consapevolezza
dirige il flusso della nostra attenzione verso l'interiorità. Sembra
proprio che il fiume dell'essere proceda tra le rive di amore e consapevolezza.
Suppongo, pertanto, che i primi veri valori siano: l'amore, che anche
nelle sue più genuine e autentiche espressioni d'insostituibile dedizione
e purezza ci orienta inevitabilmente verso realizzazioni estrinseche;
la consapevolezza, ovvero
il movimento che nella presa d'atto empirica di "ciò che è", della propria
realtà complessiva, riconduce immancabilmente alla luce, verso se stessi;
seguono creatività, tolleranza; i valori più tradizionali, quali la
famiglia, ecc.
Eh si, ancora una volta parrebbe tutto eccellente, se non che rispunta
il solito tentennamento. Non abbiamo fiducia in noi stessi? Avvertiamo
l'imprescindibile esigenza d'ispirarci a specifici modelli ideali? Bene,
abbiamo bisogno di punti di riferimento sicuri, di certezze. Ben vengano,
quindi, principi, valori. Ma che i primi, essenziali, siano per lo meno
i più autentici, i giusti preludi: l'amore, la
consapevolezza. E la loro
incomparabile e ineffabile sintesi, la
compassione.
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Se il mio guscio interiore non è vuoto, ma strapieno, ricolmo e identificato
con le più assurde insulsaggini, non sarò mai più un essere umano, bensì
un automa, una macchina. Ciò che ci appare così terribile, la solitudine
del vuoto interiore, è invece preghiera, meditazione, energia vitale.
Essendo stati così precocemente allontanati da quel contesto interiore,
non riusciamo più a riconoscerlo come naturale e lo temiamo. Se invece
sapessimo che è sufficiente un leggero e fugace ambientamento, per adattarsi,
entrare, uscire e trarne innumerevoli vantaggi e benefici, come la certezza
di comportamenti più tolleranti e consoni alle circostanze, ne saremmo
oltremodo sorpresi. Oppure delusi e dispiaciuti per tutti quei poveri
illusi, onestamente convinti di percorrere una via di pace. Mentre è
palese, è sotto gli occhi di tutti, non sopportano nemmeno un povero
affamato, indigente, bisognoso, un nullatenente.
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Lo definiscono clandestino. Si, perchè forse non riesce a nascondere
la sua sete, la fame. E se fosse pervenuto sotto mentite spoglie? Se
invece di un misero derelitto non fosse piuttosto quel Dio così tanto
osannato in tutti questi splendidi e nitidi templi?
Se fosse? Ma egli, quel desolato miserabile spiantato è già quel Dio.
Lo abbiamo dimenticato! Sicché allontanandolo, ricacciandolo indietro
come belva famelica sorpresa a rubare poche briciole disperate di compassionevole
soccorso, abbiamo allontanato un Buddha, il Cristo, Dio stesso.
Ciò che chiamiamo interventi per il benessere e la pace, contro la fame,
sono solo finzioni. Tranne che in pochi rari e ammirevoli casi non si
tratta d'interventi strutturali, cooperazioni organiche, ma di minuscoli
infimi oboli elargiti per tacitare qualche coscienza, rassicurare la
propria autostima, espandere talune influenze religiose settarie e avvantaggiarsi
di ricchezze territoriali, risorse.
Cosa rimane? L'amorevolezza, che non è un merito, ma un sorriso, una
mano tesa per aiutare a risolvere e non una prece melliflua, una ipocrita
simulata finzione. E infine nessun merito, alcun beneficio, proprio
nulla, non ci sarà nessuno a serbarne il ricordo, a ricompensarci. Tranne,
ovviamente, noi stessi.
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Proprio come lo splendore di tutte le stelle non ammonta a neanche
un sedicesimo dello splendore della luna, così nessuno dei mezzi impiegati
per acquistarsi merito religioso, o monaci, vale la sedicesima parte
dell'amorevolezza. L'amorevolezza, che è libertà di cuore, li assorbe
tutti; essa riluce, brilla, risplende.
(Itivuttaka, 27)
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Parole del Buddha
Cinque cose sono state ben insegnate da quel beato che sa e vede, da
quel puro, risvegliato perfettamente da se stesso, ovvero le cose che
tutte le persone, donne e uomini, monaci e laici, dovrebbero ricordare
ogni giorno. Quali cinque cose? 1) La mia natura è di decadere: io non
sono esente dalla decadenza. 2) La mia natura è d'essere soggetto a
malattia: io non sono immune dalle malattie. 3) La mia natura è di dover
morire: io non sono immune dalla morte. 4) Tutto quel che ho, che mi
è caro e fonte di piacere, cambierà e sparirà. 5) Io sono il padrone
delle mie azioni, l'erede delle mie azioni, originato dalle mie azioni,
dipendente dalle mie azioni, vivo sostentandomi con le mie azioni. Di
qualunque azione compia, buona o cattiva che sia, sarò io ad ereditare
il frutto.
(Anguttara Nikaya, V, 57)
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L'amore più grande
Attraversa con la mente tutte le direzioni dello spazio e non troverai
nessuno che ti sia più caro di te stesso. Poiché anche gli altri amano
se stessi, non far del male agli altri se te stesso ami.
(Udâna, V, 1)
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Il vero vincitore
Di coloro che in battaglia vincono mille volte mille nemici, colui che
vince se stesso è il più grande dei vincitori.
(Dhammapada, VIII, 103)
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Cerca di vedere tutti i problemi come sfide. Considera le negatività
che insorgono come occasioni per imparare e crescere. Non sfuggire i
problemi, non dartene la colpa, e non seppellire le tue difficoltà in
un silenzio santimonioso. Hai un problema? Bene! Più grano da macinare
per il mulino. Rallegrati, tuffatici dentro e studialo.
(Bhante Henepola Gunaratana, "Consapevolezza in parole semplici")
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