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Meditazione nel web » Riflessioni
» Articolo 037
Riflessioni in prospettiva spirituale.
Le religioni? La loro matrice è univoca! Una continua ricerca alla
risposta di una domanda forse impossibile. Chi siamo? Da dove veniamo?
Qual'è lo scopo della vita? E quale sarà il nostro futuro?
Radici culturali e religiose
Prima di esprimermi, una rapida necessaria precisazione. Io sono
molto propenso e favorevole agli insegnamenti del
Cristo.
Tuttavia ho la netta sensazione che nel corso della storia siano stati
via via, in qual certa misura, deviati e adattati a interessi secolari
e profani.
Il fatto che le radici culturali d'Europa, o di qualunque altra parte
del mondo, siano o meno giudaico-cristane non è un problema religioso,
spirituale, bensì politico.
Vogliamo davvero parlare di radici, o l'attuale controversia è solo
una questione di potere?
Come dimenticare le tantissime guerre combattute in nome del Cristianesimo!
Fu forse religione?
I coercitivi ricatti psicologici perpetrati nei secoli, vale a dire,
fomentazione di paure inconsce quali, ad esempio, il timore d'incorrere
in determinate colpe, peccati! Fu forse religione?
Oppure preferiremmo parlare del fatto che chiunque dissentì non si dimostrò
persona "timorata", bensì empia! Fu forse religione?
Anomalie, ma la controversia non mi interessa. Per non infierire e per
propositi costruttivi direi: errori del passato per i quali non bisogna
serbare più alcun rancore; gli attori di tale remota farsesca commedia
furono esseri umani inconsapevoli, superficiali.
Qualche tempo fa ho ascoltato per radio
un dialogo tra due brave persone. Discutendo tra loro, suppongo fossero
clerici, dicevano che chi professa un credo religioso e ne abbia realizzato
la dimensione interiore ha poi ben diritto a dimostrarne pure il valore
sociale, raccogliendo così i frutti della propria fede.
Sarà, ma le leggi prodotte o promulgate sotto l'influsso politico di
religioni organizzate che pretendono di sapere cosa siano il bene, il
giusto e il bello, non nascono necessariamente da competenze scientifiche
adeguate, da libertà di opinioni, ampiezza di vedute, saggezza interiore.
Invece, un'autentica religiosità individuale genera una consapevolezza
tale che qualunque azione si compia sarà piuttosto cauta e, nel complesso,
amorevole, compassionevole, rispettosa.
Ma quelle care persone sono così poi tanto sicure di aver realizzato
la dimensione interiore del loro credo? A giudicare dai metodi di propaganda,
d'insegnamento, dai privilegi secolari di cui godono e che all'occorrenza
difendono con inaudito cipiglio, direi proprio di no, non mi sembra.
D'altra parte il problema non consiste in una maggiore o minore laicità
dello stato, bensì nel limitarsi ad attribuzioni e competenze inerenti
al ruolo esercitato. Enunciato in maniera più diretta: sarebbe più opportuno
che ciascuno si dedicasse alle proprie priorità, senza sconfinare in
ambiti che pur relativamente pertinenti risulteranno sempre secondari.
Sembrerebbe un vicolo cieco, ma anche questa volta confiderei in esiti
favorevoli. La differenza con i metodi di proselitismo del passato è
così tanta che ora gli auspici sono tutti propizi.
Un'altra stravaganza. Ho sentito in TV.
La mancanza di valori assoluti e verità di riferimento produce nichilismo,
regressione sociale, conflittualità.
Ebbene, mi dispiace per i tanti valenti esperti che sostenevano queste
tesi. Nulla di più falso. Semmai sono proprio le credenze in un Dio
senza riscontri soggettivi, personali, ad inasprire i rapporti interumani.
Qualunque verità spirituale non può essere imposta dall'alto di qualsivoglia
sistema pseudo-educativo che finge di sapere e conoscere, ma deve provenire
dalla ri-scoperta della propria interiorità, di un nuovo modo di rapportarsi
a se stessi. Nuovo per noi che, abbacinati e rassicurati dai tanti falsi
idoli, abbiamo tralasciato d'investigare interiormente per rimuovere
la patina superficiale creata da altrettante miserevoli approssimazioni
dottrinali.
In un'altra occasione ho udito pure. Senza radici non avremmo identità.
L'affermazione è così ridicola che non mi dilungo. Colui che ha proferito
cotanta ingenua quisquilia farebbe bene a porsi dinanzi uno specchio
e osservarsi cercando di scoprire quanto di stabile e definitivo, oppure
di transitorio ed impermanente ci sia nella figura ivi riflessa. Chiedersi
dunque quali siano le radici culturali e religiose della propria anima,
del suo più intimo sé, oppure, ed è lo stesso, del suo non-sè.
Gli insegnamenti dei maestri spirituali sono innanzitutto vita vissuta
e non mera teoria. Le religioni sorte sulle illustri ceneri di Gautama
Sidharta o di Gesù il Nazareno ne operarono un progressivo ridimensionamento.
Così come il Buddha non fu mai buddista, Cristo non conobbe mai il Cristianesimo.
Le autorità civili e religiose d'allora non gliene diedero il tempo
... Che ironia! E se il Cristo tornasse oggi esprimendosi con un linguaggio
attuale, moderno, scientifico, cosa mai gli accadrebbe?
Tutti gli indottrinamenti religiosi coatti sono fonte di caos, sofferenze,
soprusi, conflitti psicologici che si proiettano in quelli reali, incertezza,
inconcludenza, ipocrisia.
Al contrario, le conoscenze che derivano dall'esperire in prima persona
la propria interiorità, ovvero le istanze soggettive che trascendono
la mente e ci rapportano con l'origine, la quiete, il silenzio, l'incommensurabile,
l'indefinibile, tali conoscenze generano amorevolezza, compassione,
ingegno, vitalità, soddisfazione.
Pertanto il nostro vero scopo non dovrebbe essere quello di continuare
a credere supinamente nei cosiddetti
valori trascendentali assoluti, bensì nel perseguire l'equilibrio tra
la spiritualità, intesa come ricerca e realizzazione di una verità o
certezza soggettiva, e la ricerca scientifica e tecnologica.
I cosiddetti valori religiosi condivisi sono tali in quanto effettivamente
comuni e non per inconsistenti motivazioni ideologiche. Le certezze
ideali assolute vanno innanzitutto rinvenute in se stessi. Recitarle
superficialmente non basta, è solo autoipnosi diluita, un tiepido e
lenitivo placebo. Per quanto possa sembrare strano sono proprio le convinzioni
e persuasioni spirituali astratte e ipotetiche a generare ambiguità,
oppure quel mero relativismo
così tanto esecrato e paventato. A creare cioè un gap incolmabile, un
dualismo irriducibile tra ciò che si è veramente e quanto non si tenti
di credere.
Non si diventa più buoni, santi, eroi, per una sorta di pusillanime
e gratuita credenza, ma in virtù del proprio intimo coraggio. Quanto
emerge dalla propria interiorità, la terra pura e incontaminata del
pianeta "vita", è unicamente compassione, amore.
Conclusione
La tesi che le radici culturali d'Europa siano, in primo luogo, giudaico-cristiane
mi sembra eccessiva. Nel corso dei secoli il clero si è evoluto, ha
preso atto del progresso scientifico. Quindi la richiesta di tale riconoscimento
non è un nostalgico rigurgito d'orgoglio medievale, ma il prosieguo
d'interferenze intellettuali esterne sulla sua parte più nobile. Oppure
i residui di una vetusta concezione guerresca della religione che ritenendosi
unica e migliore si sente autorizzata a dilagare, convertire ed imporsi.
Gesù, quello splendido maestro, già tanto amato dal suo popolo, rappresenta
ancora un serio pericolo per qualunque sistema sociale fondato sull'egocentrismo.
Ed il simbolo della croce, al di là delle benevole attribuzioni metaforiche,
un severo monito per chi osi minarne le fondamenta.
Le vere radici d'Europa, come quelle del mondo intero, consistono in
altruismo, tolleranza, ricerca dell'equilibrio, consapevolezza, reciprocità,
autenticità, amorevolezza, compassione, auto-responsabilità ... Utopie?
Nient'affatto! Esse discendono dall'interiorità di ciascuno individuo
e sono il nucleo, l'essenza della spiritualità. Compiutezza, universalità,
chi non ambirebbe tali radici? L'alchimista che divide e separa, fosse
anche il miglior tra gli eletti o l'ultimo degli oppressi sarà,
comunque, in odor di cupidigia. Ma pur sempre nulla di così serio da
non poter essere rivisto, rivisitato.
Grazie per la cortese attenzione
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Ci sono persone che vivono vite sotto stretta custodia, timorose
d'incontrare qualcuno o qualcosa che possa scuotere le loro traballanti
fondamenta spirituali. Quest'atteggiamento, tuttavia, non è imputabile
alla religione, ma alla loro comprensione limitata. Il vero Dharma va
esattamente nella direzione opposta: aiuta a integrare tutte le varie
e molteplici esperienze della vita in un insieme significativo e coerente,
e quindi di bandire completamente il timore e l'insicurezza.
Lama Thubten Yeshe, "Energia di saggezza"
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Le leggi di natura fanno sì che, per sopravvivere, le api debbano
cooperare, di conseguenza possiedono istintivamente un senso di responsabilità
sociale. Non hanno costituzione, né leggi, né polizia, né religione,
né morale, ma a causa della loro natura lavorano fedelmente insieme.
Di tanto in tanto possono combattere, ma in generale, grazie alla cooperazione,
l'intera colonia sopravvive. Noi esseri umani abbiamo una costituzione,
delle leggi e una forza di polizia. Abbiamo la religione, un'intelligenza
notevole e un cuore con una grande capacità d'amare. Abbiamo molte qualità
straordinarie, ma nella pratica effettiva penso che arranchiamo dietro
a quei piccoli insetti. Per certi versi ritengo che siamo più scarsi
delle api.
Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama
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Come la pioggia penetra in una casa dal tetto sconnesso, così le
passioni entrano nel cuore non esercitato nella meditazione.
Dhammapada,
I, 13
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Saggezza non significa conoscenza, ma comprensione empirica. La saggezza
aiuta a cambiare radicalmente le proprie abitudini e percezioni man
mano che si scopre la natura costantemente mutevole e interdipendente
dell'intera esistenza.
Martine Batchelor, "Meditazione per la vita"
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Radici culturali e religiose d'Europa.
Una cultura provvida, fiorente, non può prescindere da comuni peculiari
radici. Ma quali? Un minimo di consapevolezza e le identificazioni selettive,
esclusive, svaniscono. La storia non lascia trasparire mai i propri
veri moventi. Ma gli uomini si. Il fluido eloquio di coloro che sanno
mi rende perplesso. Si tratta di vere certezze? Cos'è questa conclamata
esigenza di attribuire sempre nuove etichette? Che non sia che la proiezione
di una qualche, pur comprensibile e umana, titubanza interiore? Suppongo
si tratti della solita sfiducia nei propri gregari. Secondo tale antica
visione gli uomini avrebbero bisogno di indirizzi solenni e sicuri su
cui basar preferenze, operare scelte di vita, soddisfare ponderati e
oculati bisogni.
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