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Ci sono persone che vivono vite sotto stretta custodia, timorose d'incontrare
qualcuno o qualcosa che possa scuotere le loro traballanti fondamenta spirituali.
Quest'atteggiamento, tuttavia, non è imputabile alla religione, ma alla
loro comprensione limitata. Il vero Dharma va esattamente nella direzione
opposta: aiuta a integrare tutte le varie e molteplici esperienze della
vita in un insieme significativo e coerente, e quindi di bandire completamente
il timore e l'insicurezza.
Lama Thubten Yeshe, "Energia di saggezza"
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Le leggi di natura fanno sì che, per sopravvivere, le api debbano cooperare,
di conseguenza possiedono istintivamente un senso di responsabilità sociale.
Non hanno costituzione, né leggi, né polizia, né religione, né morale, ma
a causa della loro natura lavorano fedelmente insieme. Di tanto in tanto
possono combattere, ma in generale, grazie alla cooperazione, l'intera colonia
sopravvive. Noi esseri umani abbiamo una costituzione, delle leggi e una
forza di polizia. Abbiamo la religione, un'intelligenza notevole e un cuore
con una grande capacità d'amare. Abbiamo molte qualità straordinarie, ma
nella pratica effettiva penso che arranchiamo dietro a quei piccoli insetti.
Per certi versi ritengo che siamo più scarsi delle api.
Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama
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Come la pioggia penetra in una casa dal tetto sconnesso, così le passioni
entrano nel cuore non esercitato nella meditazione.
Dhammapada,
I, 13
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Saggezza non significa conoscenza, ma comprensione empirica. La saggezza
aiuta a cambiare radicalmente le proprie abitudini e percezioni man mano
che si scopre la natura costantemente mutevole e interdipendente dell'intera
esistenza.
Martine Batchelor, "Meditazione per la vita"
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Radici culturali e religiose d'Europa.
Una cultura provvida, fiorente, non può prescindere da comuni peculiari
radici. Ma quali? Un minimo di consapevolezza e le identificazioni selettive,
esclusive, svaniscono. La storia non lascia trasparire mai i propri veri
moventi. Ma gli uomini si. Il fluido eloquio di coloro che sanno mi rende
perplesso. Si tratta di vere certezze? Cos'è questa conclamata esigenza
di attribuire sempre nuove etichette? Che non sia che la proiezione di una
qualche, pur comprensibile e umana, titubanza interiore? Suppongo si tratti
della solita sfiducia nei propri gregari. Secondo tale antica visione gli
uomini avrebbero bisogno di indirizzi solenni e sicuri su cui basar preferenze,
operare scelte di vita, soddisfare ponderati e oculati bisogni.
Il webmaster
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Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti,
curiosità di provenienza eterogenea.
Le religioni? La loro matrice è univoca! Una continua ricerca alla risposta
di una domanda forse impossibile. Chi siamo? Da dove veniamo? Qual'è lo
scopo della vita? E quale sarà il nostro futuro?
Prima di esprimermi, una rapida necessaria precisazione. Io sono molto
propenso e favorevole agli insegnamenti del
Cristo.
Tuttavia ho la netta sensazione che nel corso della storia siano stati via
via, in qual certa misura, deviati e adattati a interessi secolari e profani.
Il fatto che le radici culturali d'Europa, o di qualunque altra parte del
mondo, siano o meno giudaico-cristane non è un problema religioso, spirituale,
bensì politico.
Vogliamo davvero parlare di radici, o l'attuale controversia è solo una
questione di potere?
Come dimenticare le tantissime guerre combattute in nome del Cristianesimo!
Fu forse religione?
I coercitivi ricatti psicologici perpetrati nei secoli, vale a dire, fomentazione
di paure inconsce quali, ad esempio, il timore d'incorrere in determinate
colpe, peccati! Fu forse religione?
Oppure preferiremmo parlare del fatto che chiunque dissentì non si dimostrò
persona "timorata", bensì empia! Fu forse religione?
Anomalie, ma la controversia non mi interessa. Per non infierire e per propositi
costruttivi direi: errori del passato per i quali non bisogna serbare più
alcun rancore; gli attori di tale remota farsesca commedia furono esseri
umani inconsapevoli, superficiali.
Qualche tempo fa ho ascoltato per radio
un dialogo tra due brave persone. Discutendo tra loro, suppongo fossero
clerici, dicevano che chi professa un credo religioso e ne abbia realizzato
la dimensione interiore ha poi ben diritto a dimostrarne pure il valore
sociale, raccogliendo così i frutti della propria fede.
Sarà, ma le leggi prodotte o promulgate sotto l'influsso politico di religioni
organizzate che pretendono di sapere cosa siano il bene, il giusto e il
bello, non nascono necessariamente da competenze scientifiche adeguate,
da libertà di opinioni, ampiezza di vedute, saggezza interiore. Invece,
un'autentica religiosità individuale genera una consapevolezza tale che
qualunque azione si compia sarà piuttosto cauta e, nel complesso, amorevole,
compassionevole, rispettosa.
Ma quelle care persone sono così poi tanto sicure di aver realizzato la
dimensione interiore del loro credo? A giudicare dai metodi di propaganda,
d'insegnamento, dai privilegi secolari di cui godono e che all'occorrenza
difendono con inaudito cipiglio, direi proprio di no, non mi sembra.
D'altra parte il problema non consiste in una maggiore o minore laicità
dello stato, bensì nel limitarsi ad attribuzioni e competenze inerenti al
ruolo esercitato. Enunciato in maniera più diretta: sarebbe più opportuno
che ciascuno si dedicasse alle proprie priorità, senza sconfinare in ambiti
che pur relativamente pertinenti risulteranno sempre secondari.
Sembrerebbe un vicolo cieco, ma anche questa volta confiderei in esiti favorevoli.
La differenza con i metodi di proselitismo del passato è così tanta che
ora gli auspici sono tutti propizi.
Un'altra stravaganza. Ho sentito in TV.
La mancanza di valori assoluti e verità di riferimento produce nichilismo,
regressione sociale, conflittualità.
Ebbene, mi dispiace per i tanti valenti esperti che sostenevano queste tesi.
Nulla di più falso. Semmai sono proprio le credenze in un Dio senza riscontri
soggettivi, personali, ad inasprire i rapporti interumani. Qualunque verità
spirituale non può essere imposta dall'alto di qualsivoglia sistema pseudo-educativo
che finge di sapere e conoscere, ma deve provenire dalla ri-scoperta della
propria interiorità, di un nuovo modo di rapportarsi a se stessi. Nuovo
per noi che, abbacinati e rassicurati dai tanti falsi idoli, abbiamo tralasciato
d'investigare interiormente per rimuovere la patina superficiale creata
da altrettante miserevoli approssimazioni dottrinali.
In un'altra occasione ho udito pure. Senza radici non avremmo identità.
L'affermazione è così ridicola che non mi dilungo. Colui che ha proferito
cotanta ingenua quisquilia farebbe bene a porsi dinanzi uno specchio e osservarsi
cercando di scoprire quanto di stabile e definitivo, oppure di transitorio
ed impermanente ci sia nella figura ivi riflessa. Chiedersi dunque quali
siano le radici culturali e religiose della propria anima, del suo più intimo
sé, oppure, ed è lo stesso, del suo non-sè.
Gli insegnamenti dei maestri spirituali sono innanzitutto vita vissuta e
non mera teoria. Le religioni sorte sulle illustri ceneri di Gautama Sidharta
o di Gesù il Nazareno ne operarono un progressivo ridimensionamento. Così
come il Buddha non fu mai buddista, Cristo non conobbe mai il Cristianesimo.
Le autorità civili e religiose d'allora non gliene diedero il tempo ...
Che ironia! E se il Cristo tornasse oggi esprimendosi con un linguaggio
attuale, moderno, scientifico, cosa mai gli accadrebbe?
Tutti gli indottrinamenti religiosi coatti sono fonte di caos, sofferenze,
soprusi, conflitti psicologici che si proiettano in quelli reali, incertezza,
inconcludenza, ipocrisia.
Al contrario, le conoscenze che derivano dall'esperire in prima persona
la propria interiorità, ovvero le istanze soggettive che trascendono la
mente e ci rapportano con l'origine, la quiete, il silenzio, l'incommensurabile,
l'indefinibile, tali conoscenze generano amorevolezza, compassione, ingegno,
vitalità, soddisfazione.
Pertanto il nostro vero scopo non dovrebbe essere quello di continuare a
credere supinamente nei cosiddetti
valori trascendentali assoluti, bensì nel perseguire l'equilibrio tra la
spiritualità, intesa come ricerca e realizzazione di una verità o certezza
soggettiva, e la ricerca scientifica e tecnologica.
I cosiddetti valori religiosi condivisi sono tali in quanto effettivamente
comuni e non per inconsistenti motivazioni ideologiche. Le certezze
ideali assolute vanno innanzitutto rinvenute in se stessi. Recitarle superficialmente
non basta, è solo autoipnosi diluita, un tiepido e lenitivo placebo. Per
quanto possa sembrare strano sono proprio le convinzioni e persuasioni spirituali
astratte e ipotetiche a generare ambiguità, oppure quel mero
relativismo così tanto esecrato
e paventato. A creare cioè un gap incolmabile, un dualismo irriducibile
tra ciò che si è veramente e quanto non si tenti di credere.
Non si diventa più buoni, santi, eroi, per una sorta di pusillanime e gratuita
credenza, ma in virtù del proprio intimo coraggio. Quanto emerge dalla propria
interiorità, la terra pura e incontaminata del pianeta "vita", è unicamente
compassione, amore.
La tesi che le radici culturali d'Europa siano, in primo luogo, giudaico-cristiane
mi sembra eccessiva. Nel corso dei secoli il clero si è evoluto, ha preso
atto del progresso scientifico. Quindi la richiesta di tale riconoscimento
non è un nostalgico rigurgito d'orgoglio medievale, ma il prosieguo d'interferenze
intellettuali esterne sulla sua parte più nobile. Oppure i residui di una
vetusta concezione guerresca della religione che ritenendosi unica e migliore
si sente autorizzata a dilagare, convertire ed imporsi.
Gesù, quello splendido maestro, già tanto amato dal suo popolo, rappresenta
ancora un serio pericolo per qualunque sistema sociale fondato sull'egocentrismo.
Ed il simbolo della croce, al di là delle benevole attribuzioni metaforiche,
un severo monito per chi osi minarne le fondamenta.
Le vere radici d'Europa, come quelle del mondo intero, consistono in altruismo,
tolleranza, ricerca dell'equilibrio, consapevolezza, reciprocità, autenticità,
amorevolezza, compassione, auto-responsabilità ... Utopie? Nient'affatto!
Esse discendono dall'interiorità di ciascuno individuo e sono il nucleo,
l'essenza della spiritualità. Compiutezza, universalità, chi non ambirebbe
tali radici? L'alchimista che divide e separa, fosse anche il miglior
tra gli eletti o l'ultimo degli oppressi sarà, comunque, in odor di cupidigia.
Ma pur sempre nulla di così serio da non poter essere rivisto, rivisitato.
Grazie per la cortese attenzione
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