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Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti, curiosità
... Articolo di
Alessandro
Cordelli del (10-11-08).
I due termini, “meditazione” e “tecnica”, compaiono spesso appaiati,
ma sempre nella locuzione “tecnica di meditazione”. La tecnica quindi, intesa
come insieme coordinato di operazioni (attenzione al respiro, mantra, ecc.)
volte al raggiungimento di quel particolare fine che è lo stato meditativo.
Non è però questo l’aspetto che voglio discutere. Mi interessa piuttosto
riferirmi al rapporto della meditazione con la tecnica intesa nella sua
accezione più comune, come tecnologia, cioè come sforzo dell’uomo per sfruttare,
indirizzare, possedere la natura.
A tutta prima, verrebbe da dire
che tra le due vi è opposizione di contraddizione; cosa può esservi infatti
in comune tra la pura contemplazione dell’essere precedente ad ogni determinazione
e la volontà di potenza che proprio sulle determinazioni intende agire?
Ciò è sicuramente corretto, anche se, a ben guardare, tale contrapposizione
è meno forte di quanto possa apparire, avendo forse più il carattere della
contrarietà che quello della contraddizione. Se infatti passiamo dalle categorie
astratte al soggetto meditante e al soggetto tecnologico, ci rendiamo conto
che molte volte questi due soggetti coincidono. Noi che non siamo santi
– e chi scrive certamente non lo è! – alterniamo nella nostra giornata (rari)
momenti di genuina quiete e puro distacco ad altri in cui le molte urgenze
del lavoro, della famiglia, dei contesti nei quali ci muoviamo ci portano
ad intervenire e a sforzarci per piegare il corso degli eventi a quello
che noi abbiamo deciso essere il complesso dei nostri fini.
Ma vi
è un altro aspetto, meno evidente, che lega tra loro meditazione e tecnica.
Il grande dramma della condizione umana è lo stridente contrasto tra l’infinito
contemplato, intuito, anelato, e il dato di fatto di una esistenza limitata
inesorabilmente dalla contingenza e dall’irreversibilità. Certo, si può
interpretare psicologicamente questa tensione verso l’infinito come una
sublimazione dell’istinto di sopravvivenza, ma può anche essere vero il
contrario, cioè che quella psicologica non sia una spiegazione ma una semplice
descrizione basata sulle categorie della scienza positiva di un fatto più
profondo, che ha radici metafisiche nel particolare modo di essere dell’ente-uomo.
Si può forse discutere sul fatto che questo anelito verso l’Assoluto sia
di tutta la creazione, ma se guardiamo all’insieme dei comportamenti umani,
di ogni tempo e di ogni cultura, non possiamo non riconoscere come questa
tendenza sia sempre stata presente, seppure in varie forme e modalità. Mi
spingerei addirittura ad avanzare l’ipotesi che la discontinuità tra un
primate evoluto e intelligente e l’uomo si sia avuta quando un certo nostro
sconosciuto e remoto antenato per la prima volta alzò gli occhi verso il
cielo stellato avvertendo il profondo mistero di una realtà trascendente
che sostiene il mondo nella sua esistenza.
Il tendere dell’uomo verso
l’Assoluto non è semplicemente cercare il dialogo con una persona o la conoscenza
di una realtà, quanto piuttosto voler convertire il suo modo di essere nel
modo di essere di Dio. Ma quali sono i modi che ha l’uomo per cercare di
“diventare Dio”? C’è una strada che passa per l’assolutizzazione del contingente,
il tentativo di rendere perfetto un mondo instabile e caduco; è la strada
della tecnica, della continua lotta contro effetti collaterali sempre nuovi
e mutate condizioni al contorno. Nel mito biblico della creazione l’irresistibile
tentazione del serpente è proprio quella che “sarete come Dio”. È una tentazione
oggi forte più che mai: la medicina fronteggia la morte stessa e promette
di sconfiggere ogni malattia, ogni disturbo, ogni minimo inestetismo; le
tecnologie industriali lasciano sperare in una crescita illimitata del benessere
materiale; i modelli teorici spingono la conoscenza umana fino agli estremi
limiti dell’universo nello spazio e nel tempo. Tutto questo però risulta
essere solo una dolorosa illusione. La sofferenza e la morte sono profondamente
inscritte nella carne dell’uomo e quando un organismo scivola verso la dissoluzione
tutti gli sforzi dell’arte medica sono come mani che cercano di stringere
la sabbia; alla crisi energetica, inquinamento ambientale, mutamenti climatici
dovuti all’azione dell’uomo si crede di poter dare altre risposte tecnologiche,
che però portano effetti collaterali più gravi dei problemi che si propongono
di risolvere; troppe teorie – tutte valide per certi aspetti e deficitarie
per altri – affollano la scena della ricerca di base, e così il livello
più fondamentale della realtà fisica rimane avvolto da una nebbia che non
si dissipa.
Vi è però un’altra strada che porta l’uomo verso il fine
supremo. Non scalzare Dio dal suo trono per prenderne il posto, ma cercare
un incontro, ben sapendo che incontrare Dio significa perdersi in Lui, dissolversi
in Lui. In maniera mirabile il concetto è espresso da Dante nel quarto canto
del Paradiso, laddove conia il termine “indiarsi”, ma in realtà tutte le
grandi tradizioni mistiche concordano nel suggerire che nella visione beatifica
dell’Assoluto il tutto è ridotto ad unità, cosicché crollano le barriere
e ogni distinzione. Il compimento della conoscenza è il dissolvimento della
conoscenza stessa nell’unione tra conoscente e conosciuto; il compimento
dell’amore è un abbraccio universale in cui non risalta più l’oggetto della
predilezione sullo sfondo del resto del mondo. Tutto è quiete perfetta,
luce pura, esistenza incondizionata e libera da ogni determinazione. Di
questo Nirvana ci parla il Buddha, ma anche i padri della chiesa orientale
dei primi secoli, o i mistici speculativi vissuti in Germania alla fine
del medioevo. È la via della meditazione, che richiede un paziente lavoro
di cambiamento interiore alla ricerca del distacco. È il ritorno costante
al respiro o a un mantra, non opponendo alcuna resistenza agli effimeri
pensieri dell’irrealtà. È lo sguardo imparziale su cose, fatti e persone,
riconoscendone l’impermanenza, come increspature sulla superficie di uno
stagno in un giorno di pioggia.
Ecco qual è – io credo – la stessa
molla che spinge l’uomo a costruire la torre di Babele e a ritirarsi nel
deserto in silenziosa preghiera; non un fatto psicologico né il desiderio
di star bene e neppure un istinto nascosto, ma il suo fondamentale modo
di essere sulla scena di questo mondo.
Alessandro
Cordelli
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