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Amo camminare in solitudine per i sentieri di campagna, tra campi di
riso e erbe selvatiche che si estendono su ambi i lati. Poso un piede dopo
l'altro con presenza mentale, cosciente del fatto che sto camminando su
una terra meravigliosa. In quei momenti l'esistenza è una realtà miracolosa
e misteriosa. La gente, di solito, considera un miracolo camminare sull'acqua
o per aria, ma io credo che il vero miracolo sia camminare sulla terra.
Tutti i giorni ci imbattiamo in miracoli che non riconosciamo come tali:
un cielo azzurro, nuvole bianche, foglie verdi, gli occhi, neri e curiosi
di un bambino... i nostri stessi occhi. Tutto è un miracolo!
Thich
Nhat Hanh
Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti, curiosità
... Articolo di
Alessandro
Cordelli del (01-10-08).
Ci si domanda spesso se la distinzione tra ciò che è “buono” e “cattivo”
abbia radici profonde nell’uomo oppure sia dettata da convenienze nell’interesse
della stabilità sociale. In termini formali questa seconda posizione è espressa
dalla cosiddetta “legge di Hume”, secondo cui nessun aspetto normativo può
discendere dalla semplice osservazione dello stato di cose del mondo o,
detto in altri termini, non si può dedurre un precetto da un insieme di
premesse che non contenga a sua volta almeno un precetto. Questo perché
le cose non sono in sé né buone né cattive, accadono e basta; siamo noi
che diamo valori e significati etici a fatti che altrimenti non ne avrebbero
alcuno. Dopo tutto, cose che sono vietate in un’epoca o in un contesto culturale
sono ammesse e addirittura meritorie sotto diverse condizioni. L’esempio
classico è quello dell’omicidio, crimine gravissimo in tempo di pace ma
sommo atto di eroismo in guerra. E ciò è tanto più condiviso nell’epoca
attuale di relativismo etico, nella quale sembra che l’utilità pragmatica
sia l’unico metro per misurare il valore morale delle azioni umane.
Eppure, se guardiamo alla parte più profonda di noi stessi, ci rendiamo
conto di una luce che infallibilmente ci guida nella formazione dei giudizi
morali, una luce che non è frutto dei condizionamenti e delle convenzioni,
anche se molto spesso è da essi sepolta. Di fronte alla triste vicenda di
Antigone che sfida il decreto di Creonte (peraltro comprensibile nell’ottica
della legge della città) per la pietà verso il fratello morto Polinice,
in pochi hanno dubbi nello schierarsi dalla parte della sfortunata principessa.
Invero, quando la legge della città cancella quella del cuore l’orrore può
manifestarsi in ogni momento; al processo di Norimberga la difesa dei gerarchi
nazisti si basava invariabilmente sullo stesso principio: “abbiamo obbedito
agli ordini”.
Agostino di Ippona diceva invece: “ama, e fa ciò che
vuoi”, dichiarando con ciò una incrollabile fiducia nell’uomo, che ha la
possibilità di muoversi nel mondo sotto la guida non di vuoti precetti ma
della verità del suo essere. Quando tale verità viene persa di vista ecco
che si manifesta quello che genericamente chiamiamo “male” e, come in tutte
le manifestazioni del disagio umano, il problema è sempre una perdita di
equilibrio, uno smarrimento dell’essenza della realtà per cui, paradossalmente
(ma non tanto), la prima vittima di chi provoca dolore e disarmonia è egli
stesso.
Mi sembra che le radici di un tale squilibrio siano sostanzialmente
due. In primo luogo vi è l’illusione del frazionamento del mondo in una
moltitudine di esseri distinti, delimitati, stabili. Come conseguenza di
questa ingannevole prospettiva si ha la separazione io-mondo, con la mia
individualità che si stacca e si erge, e richiede di affermarsi e di essere
difesa a tutti i costi. Di qui, un perenne conflitto di interessi, in nome
del quale si manifesta anche la seconda radice dello squilibrio: il tradimento
della verità. Infatti, quando il fine delle mie azioni è l’affermazione
dell’ego, può accadere che io falsifichi la realtà (per quanto in mio potere)
o più semplicemente ignori ciò che è piano ed evidente di fronte ai miei
occhi per seguire qualche improbabile costruzione del pensiero ed impegnarmi
nella sua realizzazione. In quel momento l’armonia del mio mondo e del mondo
di quelli che stanno intorno a me si incrina irreversibilmente, poiché la
realtà diviene incomprensibile e minacciosa.
Ecco allora quale sarà
– secondo me – l’uomo virtuoso: consapevole dell’impermanenza dell’essere
proprio e di tutte le creature, legate alla totalità in una sublime danza
senza requie; distaccato al punto da agire secondo verità anche quando ciò
è di ostacolo ai propri personali interessi. Di un tale uomo si può solo
dire che è giusto, e non gli serviranno leggi e precetti, poiché in ogni
frangente sarà la sua intuizione a suggerirgli la cosa migliore da fare.
Alessandro
Cordelli
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