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Una storia zen narra di un uomo che si gode una gita in barca su un fiume
al crepuscolo. A un certo punto vede un'altra barca venire verso di lui;
all'inizio gli sembra bello che qualcun altro si stia godendo il fiume in
quella piacevole sera d'estate, ma poi si rende conto che l'altra barca
sta puntando dritta verso la sua, sempre più velocemente. Comincia ad agitarsi
e a urlare: «Ehi, Ehi! Fa' attenzione! Per amor del cielo, cambia direzione!».
Ma la barca viene dritta verso di lui, ancora più veloce. Allora si alza
in piedi, gridando e agitando il pugno, finché l'altra barca non si scontra
con la sua. Ma a questo punto si accorge che è una barca vuota. Questa è
la classica storia dell'intera situazione della nostra vita.
Pema Chödron
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Un giorno un uomo andò da Ikkyu (*) e gli chiese:
«Maestro, scriveresti per me una massima della più alta saggezza?. Ikkyu
prese il pennello e scrisse: «Attenzione». «Tutto qui?» chiese l'uomo. Ikkyu
allora scrisse: «Attenzione. Attenzione». «Bene» disse l'uomo. «Ma non vedo
una gran profondità in quel che avete scritto». Allora Ikkyu scrisse la
stessa parola tre volte: «Attenzione. Attenzione. Attenzione». Un po' irritato,
l'uomo chiese: «Cosa significa quella parola "Attenzione"?». Ikkyu
gentilmente rispose: «Attenzione significa attenzione».
Charlotte Joko Beck: «Ad "attenzione" potremmo sostituire la parola "consapevolezza".
L'attenzione, o consapevolezza, è il segreto della vita e il cuore della
pratica... Ogni momento nella vita è assoluto in sé. È tutto ciò che c'è.
Non c'è nient'altro che questo momento presente; non c'è passato né futuro;
non c'è nient'altro che questo. Così, quando non prestiamo attenzione a
ogni piccolo momento, perdiamo la cosa intera. E il contenuto di questo
momento può essere qualunque cosa: sistemare la stuoia su cui ci sediamo,
tagliare a pezzi una cipolla, far visita a qualcuno che non si ha voglia
di vedere. Non importa quale sia il contenuto del momento; ogni momento
è assoluto. È tutto ciò che c'è e che mai ci sarà. Se riuscissimo a prestarvi
una completa attenzione, non saremmo mai turbati. Se siamo turbati, è assiomatico
che non stiamo prestando attenzione. E se perdiamo non un solo momento,
ma un momento dopo l'altro, allora siamo nei guai».
Charlotte Joko Beck
[*] Ikkyu Sojun, Nuvola Pazza (1394-1481) è una delle
figure più eccentriche nella storia dello Zen Rinzai e, grazie ai fumetti,
è divenuto una specie di eroe popolare nel Giappone moderno]
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Questa nascita-e-morte è la vita di Buddha. Se la rifiutate con disgusto,
allora perdete la vita di Buddha. Se vi permanete aggrappandovi alla nascita
ed alla morte, perdete comunque la vita di Buddha. Ma quando semplicemente
liberate e dimenticate sia il corpo che la mente e vi gettate nella casa
di Buddha, allora senza sforzo e senza spendere alcun pensiero, liberi da
nascita e morte, vi trasformerete in un Buddha. Allora non potrà più esserci
alcun ostacolo nella mente di nessuno.
Dogen, "Nascita e morte"
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Il buddha non è più un buddha quando lo includete nella vostra mente:
si trasforma in una mera nozione discriminativa.
Jae Woong Kim, "Lucidando il diamante"
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Che strana creatura l'essere umano: brancola nel buio con espressione
intelligente!
Kodo Sawaki
Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti,
curiosità di provenienza eterogenea. Articolo aggiunto il (16-03-07).
Un filosofo, a metà ottocento, così sentenziava: “La religione è l’oppio
dei popoli”; in seguito creò, forse suo malgrado, un nuovo credo con tutte
le carte in regola. È risaputo quanto ovvio che il filosofo barbuto intendeva
sottolineare, con questa metafora, il ruolo della religione nel giustificare
l’autoritarismo temporale e nel tenere a bada gli istinti ribelli delle
masse sfruttate.
A dirla tutta, col senno di oggi, la religione è tornata ad essere anche
“l’anfetamina dei popoli”, ovvero uno stimolante che provoca deliri di onnipotenza
e rende instancabili e infaticabili nella eterna lotta contro il “male”
o contro l’infedele.
Stabilita dunque la metafora che, soporifera o eccitante, la religione è
una droga, somministrata da pochi alle moltitudini e che giustifica, in
nome del Bene, il male della guerra, dell’attentato, dell’omicidio e più
in generale dell’intolleranza; viene da chiedersi: fuor di metafora, cos’è
la religione?
Neanche gli storici delle religioni lo sanno, in quanto non esiste una definizione
a priori di religione; il concetto stesso è un prodotto storico: nelle lingue
antiche o nelle lingue di popolazioni cosiddette primitive non esiste un
termine che possa equivalere all’accezione corrente di religione. A prescindere
dal significato letterale del termine latino religio (che letteralmente
significa rileggere-ripassare-riconsiderare), esso indicava una serie di
atteggiamenti superstiziosi e niente di più (cfr. Angelo Brelich – Introduzione
alla storia delle religioni).
Cosa sia la religione non è dunque dato saperlo, ma al giorno d’oggi il
termine religione può tranquillamente essere un sinonimo di fede (fede in
una o più divinità), e ciò comporta una serie di pratiche a cui il fedele
si sottopone sotto la guida di personale specializzato (sacerdoti) insieme
all’osservazione di certi precetti morali.
Non sarà sfuggito neanche ai più cretini che il famoso scontro di civiltà
che si vuole in atto tra occidente cristiano e vaste aree del cosiddetto
terzo mondo mussulmano è in realtà, a prescindere dai giochi di denaro e
potere che ci possono essere dietro, uno scontro tra due modi di intendere
la religione.
L’occidente opulento e liberale è da secoli in mano ai mercanti; e ai mercanti,
si sa, interessa il mercato; quindi, i rigidi precetti morali che escludono
il piacere dei sensi e dell’apparire non vanno certo d’accordo con il commercio
dei beni non essenziali su cui la suddetta opulenza si regge. Per questo
la religione è stata avversata, combattuta, ridimensionata e, infine, recuperata,
quasi come una mascotte o addirittura come nuovo terreno su cui fare commercio.
Per quanto si dica che la Chiesa si intromette negli affari dello stato,
specie in Italia, c’è da dire che gli unici che prendono la Chiesa sul serio
sono proprio gli anticlericali; mentre la maggior parte dei cattolici convive
serenamente quanto schizofrenicamente con gli anticoncezionali, il divorzio,
le unioni civili, il sesso pre ed extra matrimoniale, l’aborto, l’ambizione
ecc. ecc.
Dio, i santi e Gesù sono protagonisti di barzellette o di spot televisivi;
l’inferno è il nome di discoteche e pizze col peperoncino, i peccati capitali
sono anch’essi ottimi nomi per boutique, gelati, profumi…
Insomma, in occidente la religione e i suoi precetti di norma non vengono
presi sul serio, sono qualcosa di secondario; qualcosa da non accantonare,
certo, ma magari solo per superstizione o per tradizione; da conservare
anche in vista dei fallimenti dei cosiddetti culti dello stato, che si sono
rivelati incapaci di fare da collante sociale e da argine contro gli egoismi
umani. Neanche i politici cristiani sono ormai esempio di ciò che predicano:
divorziati ma contro il divorzio, conviventi ma contro le unioni civili…
per non indagare oltre nella loro vita privata, sono di certo una caricatura
di quelle virtù che predicano.
Viceversa, il mondo mussulmano prende la religione assai sul serio, la fede
è forte, i credenti non hanno dubbi e quindi sono pronti a tutto. Da noi
il nome Dio, oltre che essere nominato invano, viene spesso accompagnato
ad un nome animale (e ciò accade nei bar, per strada, negli uffici, nelle
scuole e con una certa periodicità anche in televisione); ai mussulmani
basta solo che un giornale danese pubblichi delle vignette su Maometto per
insorgere contro le ambasciate danesi e metterle a ferro e fuoco. Certo
si dirà, e si è detto, che dietro a tali manifestazioni “spontanee” c’è
qualche gioco politico (infatti, nei paesi in cui tali assalti sono accaduti
“non si muove foglia che il governo non voglia”); ma il punto è che se un
giornale, ad esempio algerino, afferma che Cristo non è morto sulla croce
e non è risorto, come la tradizione mussulmana tramanda, sarà impossibile
trovare solo venti persone in tutta Italia che assaltino convinte l’ambasciata
algerina. Siamo più civili? Più evoluti? Può darsi, di sicuro abbiamo altro
a cui pensare e non crediamo in Dio almeno quanto lo credono loro.
Ma chi è o cos’è questo Dio? Innanzitutto è una parola. E come tutte le
parole è “un dito che indica la luna”.
Guardare, amare, contestare, adorare, rapportarsi al dito non c’entra con
la luna. La parola Dio è un dito, l’esperienza di Dio è la luna.
Vivere questa “esperienza interiore” e comunicarla senza dover scendere
a compromessi col linguaggio, per sua natura limitato e limitante, è impossibile.
Entrare nel linguaggio comune, spiegarsi con metafore, raccontare di aver
parlato col “Padre” o Re (il Signore) degli esseri umani, del cielo e della
terra può essere, e probabilmente lo fu, un ottimo stratagemma per farsi
ascoltare da gente che ad altro non pensava se non al suo stomaco e alla
sua sopravvivenza. Ed è così che iniziano le religioni, e così che inizia
l’adorazione incondizionata del “dito”, utile semmai a inculcare modelli
di comportamento, facendo leva sempre sui soliti ed efficaci sentimenti
di paura (Dio ti punisce se fai questo e non quello), avidità (guadagnare
il paradiso o affini) e odio (gli infedeli o non meritano pietà o per pietà
vanno convertiti).
Così, proprio in nome di un’esperienza mistica (Dio) che trascende i sentimenti
di paura, avidità e odio, la religione va a risolversi in questi domini.
Se nelle scuole pre-universitarie si studiasse “Storia delle religioni”
invece di quella materia detta “ora di religione” (che altro non è che catechismo)
e che ora vorrebbero estendere per spirito di “tolleranza”(sic) anche alla
confessione “antagonista”, sarebbe più facile per tutti capire che Dio è
un concetto che muta nel tempo e nello spazio.
Infatti, alcune culture decisamente sofisticate riuscirono ad avvicinare
il concetto di Dio all’esperienza di Dio, proprio eliminando il termine
Dio, tanto che sono considerate religioni anomale in quanto atee (buddismo
e taoismo ad esempio). E tutto ciò accadeva mentre all’origine delle tre
religioni del Libro il concetto di Dio era ancora simile a quello di un
capo tribale geloso e vendicativo.
Buddismo e taoismo, per quanto poi nella loro istituzionalizzazione abbiano
dato comunque vita alla solita tragicommedia della fede religiosa (cfr.
Storia e storie di un'eresia chiamata Zen), partono dall’esperienza
interiore e la mantengono come fine e mezzo, riconoscendo sempre che la
radice di ogni problema è proprio lì dove si cerca di risolvere ogni problema:
nella mente.
Ne deriva dunque che non ci sono comandamenti da seguire, Lao Tzu svela
paradossi del tipo “Voler apparire belli rende brutti” e Buddha, pur stabilendo
delle regole per il suo ordine, non perde occasione per rivelare la verità
suprema, ovvero che “Di ogni verità è vero il contrario” e che la vita è
comunque un’illusione, una proiezione.
Il concetto di Dio proprio in Buddha subisce una radicale rivoluzione: nell’induismo
Brama (l’assoluto) si riversa nell’Atma (l’anima individuale) e viceversa,
per il principe Gautama, invece, l’amara realtà è che l’anima individuale
(Atman) non esiste ma è solo un'illusione, in quanto l’uomo è un incrocio
di elementi dharmici che nascono e si dissolvono, non c’è quindi nessuna
continuità, non c’è Atman ma Anatman (assenza). Si arriva quindi al concetto
di Vuoto. L’esperienza di Dio è l’esperienza del Vuoto.
“Nel vuoto del vaso sta il senso dell’uso” si legge anche nel Tao te ching
di Lao Tzu. Ecco allora che il linguaggio, nel buddismo e nel taoismo e
soprattutto nello Zen, che è il figlio di queste due culture, viene piegato
al servizio della sperimentazione di quella esperienza che altrove viene
nominalizzata col nome proprio, più o meno nominabile, di Dio. In questi
contesti il male e l’oscurità vengono integrati, o per meglio dire assorbiti,
in quel Vuoto, in quel nulla che è la vera Realtà; e nel linguaggio riappaiono
come giochi, per l’appunto di ombre, delle proiezioni mentali. Il male qui
non è come nella mentalità giudeo-cristiana-islamica qualcosa da combattere,
ma un’illusione da cui affrancarsi. Tolleranza e pacifismo sono dunque intrinseci
a queste religioni orientali e “atee” che, paragonate alla teologia delle
religioni del Libro, sono più che altro una sofisticata psicologia, a dirla
con Nietzsche: una forma di igiene (mentale).
Io le chiamo “non religioni”; esse sono spesso considerate eresie nei confronti
delle tradizioni religiose in cui si innestano, ma spesso ne sono l’esperienza
mistica originaria.
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