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Dal potere divino viene fuori tutto questo magico spettacolo di nome
e forma, di te e me, che getta l'incantesimo del dolore e del piacere; solo
quando penetreremo attraverso questo velo magico, potremo vedere l'Uno che
appare come molti.
Shvetashvatara Upanishad
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Proprio come se una giovane donna - o un uomo - di bell'aspetto, curata
nel vestire, guardando in uno specchio chiaro e limpido, oppure in una ciotola
d'acqua pura, contemplasse con possessività, e non senza, la propria immagine
riflessa, così con la possessività della forma c'è «io sono» e non senza.
Nello stesso modo con la possessività delle sensazioni, delle percezioni,
delle fabbricazioni mentali e della coscienza c'è «io sono» e non senza.
Samyutta Nikaya
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C'è un vecchio koan a proposito di un monaco che andò dal maestro e gli
disse: «Io sono un iracondo: aiutami». Il maestro rispose: «Mostrami la
tua ira». E il monaco: «Beh, adesso non sono adirato. Non posso mostrartelo».
Il maestro: «Allora ovviamente l'ira non sei tu, dato che certe volte non
c'è nemmeno». Ciò che siamo ha molte facce, ma queste facce non sono ciò
che siamo.
Charlotte Joko Beck
Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti, curiosità
di provenienza eterogenea. Articolo del (02-02-08).
La via percorsa da ciascun essere senziente che si proponga d'investigare
a fondo l'esistenza conduce inevitabilmente a percepire l'energia primeva
come un non luogo donde cui tutto scaturisce ed ogni cosa procede. Se di
primo acchito la sua caratteristica essenziale appare come impersonale,
successivamente ci s'avvede che può esser considerata anche peculiare, ovverosia
strettamente correlata al percipiente. Così come l'oceano non può esprimersi
altrimenti che per il tramite delle proprie onde, così i suoi flutti non
dovrebbero mai e poi mai dimenticare che la loro natura rimarrà comunque
connessa, se non subordinata, a ciò che taluni chiamano Dio, mentre tal'altri
designano come Brahman, la consapevolezza cosmica. Dalla divisione di tipo
"Cartesiano" tra spirito e materia, tra quel che è logico e quanto metafisico,
alla splendida realizzazione che tutto è uno.
Ma dove conduce questa
ricerca? Nulla di particolare. Come nel resto della vita si tratta d'un
gioco. Se da una parte le identificazioni s'attenuano - e te n'avvedi perché
rifuggi vieppiù da quelle che ti sembrano oramai banali frivolezze sensoriali
- dall'altra scorgi te stesso, il Suo riflesso dovunque. Sicché rimani individuo
nella misura in cui l'altro s'afferma. Quanto più ti conosci, tanto più
le qualità del divino intrinseco riemergono, il suo quid discende. La mappa
su cui ti orienti è una topologia del senza forma. Benché affermazione e
negazione si alternino, ne intuisci, comunque, una sintesi. ... Homo, non
ascoltarmi più, leggi invece quel che dice il nostro
autore.
Che cos’è, alla sua ultimissima radice, l’uomo? Una rete di convinzioni,
credenze, condizionamenti che forma per ogni individuo un sistema unico
di schemi di reazioni e di comportamento. La razionalità, come limitazione,
è obbedire a tale schema, cosicché ogni mio atto sia leggibile dagli altri.
Rompere uno schema è sempre adottare un altro schema; in questo senso la
razionalità è una gabbia dalla quale non si può fuggire. Anche il pazzo,
anche l’animale hanno i loro schemi. Dunque, se per fuggire da uno schema
devo cadere in un altro, allora non c’è speranza per l’uomo, perennemente
schiavo di quella materia da cui è fatto e delle sue leggi. Non esiste irrazionalità,
ma solo logiche diverse dalla nostra, schemi che non riusciamo a capire,
e dalla razionalità non si sfugge. Eppure l’implacabile razionalità limitante
dei comportamenti umani può essere trascesa. Sì, la negazione della necessità
razionale non è l’irrazionalità, ma la trascendenza. Con distacco e concentrazione,
educando il mio pensiero alla consapevolezza, posso giungere a riconoscere
i moti della mia mente e le sollecitazioni che li inducono e le radici delle
mie reazioni, proprio come vedo e capisco i movimenti del mio corpo.
E dunque, dire “io sono così”, oppure “in quest’altra maniera” è pura
illusione. Quello che a noi sembra immutabilmente stabile è fugace e impermanente
come i mulinelli nell’acqua di un ruscello. Io posso cambiare – e di fatto
cambio – continuamente nel tempo, e anche nel medesimo istante persone diverse
mi percepiscono diversamente, e il modo in cui io percepisco me stesso è
diverso da come un altro mi percepisce, e non c’è nulla che permetta di
stabilire chi dei due ha ragione.
Eppure vi è una profondissima radice
del mio essere, nel buio e nel silenzio, che rimane uguale a sé stessa nel
tempo, non perché sia perpetua, ma perché non appartiene al tempo. Un luogo/non-luogo
che è prima del mio corpo, dei sensi, del pensiero; indifferente alla vita
e alla morte, su di esso si appoggia ora tutta la mia esistenza, ma nulla
scalfirà la sua immutabilità quando la complessa rete di relazioni che sostiene
il mio corpo perderà irreversibilmente la propria correlazione. Questa profonda
radice è di ogni uomo, ma solo pochi la riconoscono e vi si appigliano per
innalzarsi al di sopra dei propri schemi ed esercitare la trascendenza.
È solo lì che va ricercata la verità dell’uomo; una verità che non è psicologica
né antropologica, ma pura e sublime verità metafisica. È solo lì che ogni
uomo dovrebbe trovare rifugio, e così magari anche la sua dimensione storica
e pragmatica sarebbe più soddisfacente. Lì, dove si può solo stare, perché
né il pensiero né tantomeno l’azione vi possono essere accolti.
Il
prezzo da pagare per essere individuo in questo mondo è distinguersi dal
tutto: per essere io, io devo negare tutto ciò che nell’universo non è io.
Ma in quella assoluta profondità una tale lacerazione non è richiesta, e
il mio essere e l’essere del tutto sono uno, e io sono persona allo stesso
modo in cui Dio è persona.
Alessandro
Cordelli
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