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All'inizio la consapevolezza porta via preoccupazioni e timori del passato
e del futuro e ci tiene ancorati al presente. Alla fine indica la retta
visione sul sé.
Ayya Khema
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La persona che desidera solo il piacere e rifiuta il dolore consuma un'enorme
quantità di energia resistendo alla vita e, nello stesso tempo, va completamente
fuori bersaglio. È un'aspirazione destinata ad essere frustrata, dato che,
eludendo determinate forme di sofferenza, inevitabilmente cadiamo vittime
di altre. Al di sotto della nostra moderna cultura del'ostentato consumo
ci sono una malnutrizione e un malessere spirituali così profondi che si
manifestano con ogni genere di sintomo: malattie nervose, solitudine, alienazione,
mancanza di scopi. Così sopprimendo, sfuggendo, seppellendo la testa nella
sabbia o nel videotape, a lungo andare non arriviamo da nessuna parte. Se
desideriamo realmente risolvere i nostri problemi - e i problemi del mondo,
dato che provengono dalle stesse radici - dobbiamo aprirci e accettare la
realtà della sofferenza con piena consapevolezza quando ci colpisce, fisicamente,
emozionalmente, mentalmente, spiritualmente nel qui e ora. Allora, per quanto
possa sembrare strano, raccogliamo laute ricompense, perché la sofferenza
ha il suo lato positivo: da essa deriviamo l'esperienza della profondità
della pienezza della nostra umanità. Ciò ci mette completamente in contatto
con l'altra gente e il resto dell'universo.
John Snelling
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Ascolta i principi dello yoga. Mettendoli in pratica potrai spezzare
i legami del karma. Su questo sentiero nulla va sprecato e il fallimento
non esiste. Perfino un piccolo sforzo verzo la consapevolezza spirituale
ti proteggerà dalla più grande paura. Coloro che seguono questo sentiero,
fermamente risoluti nel profondo di loro stessi a cercare me soltanto, ottengono
l'unificazione dell'intenzione. Per coloro che difettano di risoluzione,
invece, le decisioni della vita si snodano per mille infinite diramazioni.
Bhagavad Gita 2:39-41
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Stando con te stesso... Osservandoti nella vita quotidiana con attento
interesse, con l'intenzione di capire piuttosto che di giudicare, nell'accettazione
completa di qualunque cosa possa emergere, per il solo fatto che è lì, tu
dai modo a ciò che è profondo di venire in superficie e di arricchire la
tua vita e la tua coscienza con le sue energie imprigionate. Questo è il
grande lavoro della consapevolezza: rimuove gli ostacoli e libera le energie
tramite la comprensione della natura della vita e della mente. L'intelligenza
è la porta della libertà e l'attenzione cosciente è la madre dell'intelligenza.
Nisargadatta Maharaj
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L'oceano dello Spirito è divenuto la bollicina dell'anima mia. Che galleggi
nascendo o scompaia morendo, nell'oceano della consapevolezza cosmica la
bollicina dell'anima mia non può perire. Sono coscienza indistruttibile,
custodita nel grembo immortale dello Spirito.
Paramahansa Yogananda
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Il più grande sostegno che si possa avere è l'attenzione cosciente, che
vuol dire essere completamente presenti in ogni singolo momento. Se la mente
rimane ben centrata, non può fabbricarsi storie sull'ingiustizia del mondo
o degli amici, o sui propri desideri o dispiaceri. Tutte queste storie potrebbero
riempire molti volumi, ma, quando siamo consapevoli, questo chiacchiericcio
si arresta. Essere attentamente coscienti vuol dire essere completamente
assorti nel momento presente, senza lasciare spazio a nient'altro. Ci lasciamo
riempire degli accadimenti momentanei, quali che siano - sia che siamo in
piedi, o seduti, o sdraiati; sia che proviamo piacere o dolore - e manteniamo
una consapevolezza senza giudizio, semplicemente "prendendo atto".
Ayya Khema, "Sii un'isola"
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La consapevolezza è talvolta descritta come riposante, spesso come rilassamento.
Ma in questo caso non si parla del rilassamento che precede l'ipnosi. Non
stiamo parlando in particolare del concetto ideale e convenzionale di rilassamento,
come quello che si raggiunge dopo una lezione di yoga, di quanto ci si sente
bene dopo un intensivo di hatha-yoga. Qui il rilassamento è essere privi
di meccanismi di difesa, o se i meccanismi di difesa si presentano, di lasciare
che siano. Lasciare che difendano se stessi invece di difendere voi. Allora
i meccanismi di difesa cadono da soli. Se siete tesi, per esempio, lasciate
che la tensione sia tesa. Allora la tensione non sarà alimentata e si trasformerà
in in rilassamento.
Chögyam Trungpa
Riflessioni in prospettiva spirituale, notizie, dati, aneddoti, curiosità
di provenienza eterogenea. Articolo del (04-07-08).
Quando la consapevolezza della propria natura essenziale è ancora lontana
predomina, incontrastato, l'io, ciò a cui Albert Einstein si riferiva parlando
di "un'illusione ottica della coscienza". In virtù del proprio percorso
di meditazione giungiamo, prima o poi, a riconoscerne la caducità, l'inesorabile
impermanenza. Comprendiamo come l'ego, ovverosia l'errata percezione di
chi siamo, sia solo un illusorio senso d'identità. Quando i pensieri rallentano
e la mente si calma subentra la chiarezza, ma pure un certo periodo di sofferenza.
Le antiche certezze vacillano. Smettiamo d'identificarci con nome e forma,
nonché con i ruoli finora impersonati, ma l'autentica armoniosità del creato
non è ancora trapelata. Sopraggiunge la sofferenza, la paura di perdersi.
Ma ciò che lasceremo è solo l'identificazione con una mera sovrastruttura
temporale che per una grave dimenticanza assurge da un ruolo giustamente
funzionale a quello di fattore preponderante. La "buona novella" consiste
quindi nel fatto che riconoscendo l'illusione come tale essa si dissolve.
L'articolo che segue esemplifica molto bene il percorso individuale
di un meditante alla riscoperta della propria identità essenziale, alle
prese (in senso metaforico) con la sofferenza dell'io che si rifiuta (ovviamente
accade a tutti) di accettare ciò che è, quindi riconoscere la propria improcrastinabile
caducità, superare ogni edonismo, ogni appiglio. In una notte tenebrosa,
nell'antica città di Gerusalemme, il Buddha (non è un nome personale, ma
un titolo) Gesù il Nazareno si rivolse ad uno dei più famosi intellettuali
del suo tempo e gli disse: "In verità, in verità ti dico che se uno non
è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio" (Giovanni 3:3). Parafrasando,
se non rinunceremo all'idea che ci siamo fatti del nostro passato, nonché
alle proiezioni immaginarie riguardanti il futuro, se non
ricuseremo l'ego, non entreremo nel regno
della nostra interiorità.
Vi è un momento in cui decidiamo di proteggere il nostro silenzio; sediamo
in una posizione stabile e comoda, oppure ci sdraiamo completamente rilassati,
o ancora iniziamo a camminare lentamente. L’attenzione è tutta sul flusso
calmo e regolare del respiro, sulla madre Terra che con amore gravitazionale
ci stringe a sé, su un mantra che risuona silenzioso nelle buie profondità
poste oltre la percezione. È la meditazione, la nostra meditazione. È l’attimo
senza tempo in cui ogni aspetto contingente si dissolve e la consapevolezza
tocca il puro esistere, scevro da ogni determinazione.
Per taluni
pratica quotidiana, per altri appuntamento saltuario, per tutti ostacolata
dall’insopprimibile disposizione della mente a produrre inarrestabili cascate
di pensieri. La consapevolezza non richiede alcuna razionalizzazione, lo
sfondo mentale dovrebbe quindi essere come il cielo di settembre: intensamente
azzurro e senza nuvole. Invece un continuo flusso di ricordi e anticipazioni
strappano via l’attenzione dalla sacralità del presente per rivolgerla all’irrealtà
di ciò che è accaduto diversamente o che non accadrà nel modo in cui vogliamo
o temiamo. Talvolta è la preoccupazione per qualche cosa che riguarda la
nostra situazione di vita, l’immaginare noi stessi vincitori o sconfitti,
altre volte è il dolore del passato che ritorna, altre ancora si tratta
di frammenti del nostro personalissimo mondo, schegge impazzite che occupano
il campo dell’attenzione con una danza vorticosa. E poi ansia, smania, sonnolenza,
nervosismo... chi può vantare una meditazione che non sia mai inquinata
da questi fattori?
Mi sono domandato spesso quale sia la radice profonda
di questi ostacoli, per quale motivo qualcosa che ha la sua origine dentro
di me interferisca con una scelta che io stesso – e solo io – ho compiuto.
Difficilmente si può risolvere questo problema con gli strumenti della comprensione
razionale, dato che ciò che capisce e ciò che deve essere capito sono la
stessa cosa. Allora, non potendo rimuovere gli ostacoli alla meditazione,
la cosa migliore da fare è portarli dentro la meditazione stessa; d’altra
parte «Le afflizioni mentali si superano non già in virtù di azioni e parole,
bensì vedendole con chiarezza molte volte» (Anguttara Nikāya; 5, 39). Accettare
quindi i pensieri, senza opporsi e senza giudicarli, cercando solo di cogliere
la loro verità con l’esercizio della trascendenza del sé.
Io non
so se il barlume che ho intravisto nelle profondità della mente è qualcosa
che riguarda solo la mia personale situazione di vita o ha un carattere
più generale, ma voglio comunque condividere il frutto delle mie riflessioni
con altri cercatori, con l’auspicio che per qualcuno possa rivelarsi un’utile
traccia, ben sapendo tuttavia che nessuno può percorrere il cammino della
meditazione al posto di un altro, e che in tale cammino non esistono scorciatoie.
Dunque, mi sembra che la paura giochi un ruolo fondamentale nelle difficoltà
che incontriamo a liberarci dai pensieri vuoti e a mantenere l’attenzione
concentrata sulla pura consapevolezza. Non si tratta di una paura immediata,
cosciente, non ha un oggetto specifico; essa è piuttosto una nebbia densa
e uniforme che avvolge la parte più profonda della persona.
La paura
è in sé qualcosa di altamente positivo e fondamentale per la sopravvivenza.
Nell’approssimarsi di un pericolo tutte le energie fisiche e mentali devono
essere mobilitate per superare la situazione critica, ma qui stiamo parlando
di uno stato di costante insicurezza nel quale una minaccia indefinita fa
sentire i suoi effetti rimanendo al di fuori del campo della coscienza.
L’origine di questa forma di paura è da ricercarsi probabilmente nell’educazione
(tanto in famiglia che nella scuola è presente una buona dose di violenza,
anche se raramente viene esplicitata), in esperienze passate dolorose (e
più in generale nella scarsa qualità dei rapporti tra le persone), nell’immagine
distorta del mondo fornita dai mezzi di comunicazione di massa. Come risultato
di tutti questi fattori ci sentiamo genericamente più o meno insicuri. E
come reagisce la mente di fronte ad una insicurezza non consapevole?
Reagisce mantenendo il pensiero in costante attività, come una caserma
in stato di preallarme; ecco allora un sottile senso di colpa che ci blocca
quando chiediamo al pensiero di fermarsi, anche solo per pochi minuti. In
questi voli della mente non è infrequente immaginare situazioni critiche
di cui siamo i protagonisti, o comunque nelle quali ci identifichiamo; così
facendo ci tranquillizziamo convincendoci di essere in grado di superare
le difficoltà. Altre volte invece vediamo noi stessi vincenti e riconosciuti,
ma anche il senso di gratificazione che viene da questo genere di fantasie
ha la sua origine nella paura; infatti aumentare il credito di cui godiamo
nel tessuto sociale in cui siamo inseriti significa accrescere le difese
da molte tra le minacce che possono essere rivolte contro di noi. Ancora,
i ricordi dolorosi rinforzano la paura mostrando come l’ego possa realmente
essere negato; infine, il pensiero anticipatorio legato alla preoccupazione
per scadenze effettive si sviluppa vestendo gli eventi futuri con la paura
indistinta, riversandovi sopra l’ansia, trasfigurandoli. Insomma, il bisogno
di prefigurare, di ricordare, immaginare, o semplicemente di fuggire il
silenzio nasce dalla paura profonda e nascosta, sottile e inespressa, che
alberga nel nostro intimo. Naturalmente queste considerazioni non vanno
prese in maniera troppo categorica; esse sono solo commenti che non possono
né spiegare, né dimostrare, né convincere, essendo la via maestra alla comprensione
dei propri stati mentali quella che passa per il portare gli ostacoli alla
meditazione all’interno della meditazione stessa, nel tentativo di coglierne
la profonda verità.
Intravedere la paura è comunque il primo passo
per dissolverla. Qual è infatti la causa della paura se non una minaccia?
E come può sopravvivere la paura se ci rendiamo conto che non esistono minacce?
Quando sediamo tranquilli in meditazione non vi è alcun motivo di paura
perché non vi sono pericoli né minacce. Questo è quanto ci può dire la consapevolezza,
con uno specifico accento sulla sicurezza immediata. In altre parole, quando
ci immergiamo nella consapevolezza del momento presente osserviamo esplicitamente
la non ostilità di quanto ci circonda, avvertiamo il nostro essere al sicuro,
riconosciamo la totale assenza di qualsiasi minaccia per la nostra persona.
Al nostro pensiero, allora, verrà meno un’importante molla verso l’attività
compulsiva e sarà quindi più facile ottenere quel silenzio interiore che
ricerchiamo.
Consapevolezza e paura, dunque, si fronteggiano opponendosi
l’una all’altra. La paura è di ostacolo alla consapevolezza spingendo la
mente a generare una selva di pensieri che distraggono e stordiscono il
meditante, ma la consapevolezza del presente nella sua effettiva realtà,
sicura e protetta, dissolve la paura togliendole la stessa ragion d’essere.
Alessandro
Cordelli
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