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Per stabilizzare la mente nella calma, dovete vincere la sonnolenza,
il torpore e la letargia. Non c'è posto per la pigrizia e nessun appello
per l'orgoglio.
(Sutta-nipata)
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In effetti, il vuoto mentale non è neppure una condizione della mente,
ma l'essenza originale della mente che il Buddha ed il sesto patriarca hanno
sperimentato. "Essenza della mente", "mente originaria", "vero volto", "natura
di buddha", "vacuità": tutte queste parole significano la calma assoluta
della mente.
(Saggezza buddista - Shunryu Suzuki, "Mente zen, mente di principiante")
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«Avrete visto nei film i cow-boy che cercano di domare i vitelli selvaggi
che scalciano, s'inarcano e lottano furiosamente senza stare fermi un solo
istante. Bene, la mente è come quei vitelli: non vuole mai stare ferma a
lungo su nessun oggetto particolare. Questo succede perché fin dalla nascita
le nostre menti sono state abituate a rincorrere gli oggetti esterni percepiti
dai sensi: visioni, suoni, odori, sensazioni tattili e pensieri. Nella meditazione
anapana ci si impegna a notare, a cogliere, ad osservare, ad essere coscienti
di ogni singola espirazione ed inspirazione. Ciò serve a fornire un mezzo
con cui la mente instabile può essere ricondotta a un particolare oggetto,
o base, ed essere così messa sotto controllo. Come un vitello selvaggio
dev'essere legato a un palo per impedirgli di scappare via, così la mente
dev'essere legata al palo della base del naso con la fune della consapevolezza
di ogni espirazione ed inspirazione per renderla calma e stabile».
(Sayagyi U Ba Khin - © copyleft perle.risveglio.net)
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Un piccione con una fava - Chogyam Trungpa Stabilisci un momento per
la pratica seduta che sia destinato solo a essa. Non dire tra te e te: «Devo
andare a trovare la mia ragazza e, dovendo guidare, farò della guida la
mia meditazione». È un approccio alla consapevolezza troppo utilitaristico,
troppo pragmatico; come prendere due piccioni con una fava: «In questo modo
medito e dopo posso anche vedere la mia ragazza». Bisogna lasciar andare
qualcosa da qualche parte. Una certa rinuncia ci vuole. Un piccione con
una fava.
(Chogyam Trungpa - © copyleft perle.risveglio.net)
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"Guarda, le cose stanno in questo modo: quando il pensiero di prima è
terminato e il pensiero futuro non è ancora sorto, non c'è forse un intervallo?".
"Si", disse Apa Pant. "Bene, prolungalo: questa è la meditazione".
(Maestro Jamyang Khyentse)
Meditazione e rilassamento sono quasi sinonimi. Non v'è
meditazione senza rilassamento. Il che non significa necessariamente abbandonarsi,
adagiarsi, distendersi, isolarsi, estraniarsi, ... Si può correre e ritrovarsi
in un leggero stato meditativo. Una situazione in cui il film della realtà
si sviluppa – per il momento indipendente dalla propria volontà – e che
si osserva da spettatori, relativamente coinvolti, ma sostanzialmente equanimi
e obiettivi.
Messaggio ricevuto il: 08/02/2009
Nome del mittente: Giorgio
Soggetto: rilassamento e meditazione
Vorrei un chiarimento su una questione che nessuno riesce a spiegarmi.
Sono mesi che tento di rilassarmi, ma dopo un primo momento di piacevole
abbandono non ho mai la sensazione di ricarica d'energia. Anzi, a volte
la stanchezza aumenta e si trasforma in una sonnolenza invincibile. Crollo
dal sonno.
Ho anche iniziato la classica
anapanasati.
Anche qui dopo un po' crollo dalla stanchezza e dal sonno. Non forzo mai
la concentrazione, tant'è che mi rilasso fin troppo.
So che c'è distinzione tra
samatha e
vipassana,
e per adesso il mio anapanasati vuol essere modestamente un principio di
samatha. Ma qui non riesco proprio a capire.
Il rilassamento e la meditazione sono due cose diverse o sono la stessa
cosa? O meglio, il rilassamento e samatha. Nel rilassamento io lascio vagare
la mente, in una sorta di consapevolezza diffusa sul corpo, sulla mente,
lasciandomi catturare da ciò che di volta in volta s'impone alla mia attenzione:
sensazioni, pensieri. In samatha invece mi concentro con pazienza sul respiro.
In entrambi i casi non ottengo risultati. Mi chiedo:
1) il rilassamento come lo pratico io è giusto? E' assenza di ogni tipo
di sforzo? E' qualcosa che piove dal cielo senza che tu possa farci nulla?
Se è così, pace. Ma io ne dubito, e più tempo passa più credo che sia la
concentrazione la chiave del rilassamento. Ci sono persone che evidentemente
hanno naturalmente una concentrazione maggiore, ed è per questo che riescono
a distendersi senza sforzo. Ma ciò non toglie che esista una tecnica per
rilassarsi, che il rilassamento può essere faticosamente conquistato (è
una fatica di pazienza, di tempo, come la samatha, non uno sforzo volitivo).
2) una persona come me che non trova ristoro nel rilassamento spontaneo,
può con anapanasati lentamente purificare la mente per arrivare un giorno
anche al rilassamento spontaneo? Insomma, le persone refrattarie al rilassamento
spontaneo (vedi training autogeno) possono applicarsi in una tecnica per
raggiungere un giorno quel rilassamento?
Il T. A. insiste sul fatto che il rilassamento non può essere ottenuto con
nessun atto volitivo, tensione, sforzo. Il T. A. insiste su questo programma
cerebrale di destressamento originario, su queste sensazioni originarie
che niente e nessuno può causare. Si deve solo "non fare", attendere. Ma
se non succede niente?
Anche la meditazione parla di pace naturale della mente. Ma la differenza
è che ritiene possibile ripulire questa pepita sporca piano piano, col tempo,
la pazienza, insomma con uno sforzo deliberato.
Che devo fare? Che mi consigli? Continuo a "non fare", ad attendere, o è
meglio concentrarmi in anapanasati?
Il mio cruccio è se il rilassamento porta alla concentrazione, o se è la
concentrazione che porta al rilassamento. Chi dei due viene prima?
Grazie mille. Scusa questo fiume di parole. Giorgio.
Ciao Giorgio, scusa il ritardo con cui ti rispondo. Stavo per replicare
quesito per quesito quando mi sono accorto che è meglio discutere subito
delle soluzioni che tentare di teorizzare ulteriormente. Non che questa
sia una regola generale. Riguardo ciò che attiene la
meditazione non vi sono ricette
vere e proprie. Quindi, se aggiungessi ulteriori specificazioni alle tue
già dotte conoscenze, ben lungi dal chiarirti alcunché, correrei il rischio
di procurarti ancora più dubbi.
Il formidabile sconcerto dinanzi cui ti ritrovi sceverando le teorie o i
vari approcci meditativi indica, tuttavia che hai cominciato a comprendere
come il pensiero che disserta tenti, in realtà, di procrastinare se stesso,
di autoalimentare la sua inesauribile autonomia. Sennonché la mente è proprio
ciò che si deve rasserenare. E' esattamente questo ciò che si dovrebbe intendere
come rilassamento. La mente che molla la presa, che smette, temporaneamente,
di etichettare, desiderare sempre, reinterpretare tutto senza attenersi
alla straordinaria semplicità di ciò che è. La vera concentrazione discende
innanzitutto da questo genere di rilassamento. L'energia non nasce dal nulla,
ma deriva dalla qualità della propria attenzione. Quanto più si è totali,
tanto più si ha la sensazione di attingere ad un universo di consapevolezza
che dona soprattutto tranquillità.
In termini più concreti, mi riferisco in particolar
modo alle difficoltà dei principianti. Esercizi come l'osservazione del
flusso naturale del respiro sono già, di per sé, forme di concentrazione.
O, per lo meno, non si può negare che respirare consapevolmente non sia
una sorta d'applicazione dell'attenzione che esige, almeno inizialmente,
un po' di perseveranza. Camminare o correre in scioltezza e senza distrarsi,
aderenti al proprio impegno, è anch'essa una specie di concentrazione. Ma
quando ti fermi, non appena il tuo mondo - interiore o esteriore che sia
- rallenta, allorquando la tua frenetica mente smette di congetturare, cessa
di ripensare al passo precedente o anticipare quello successivo, subentra
la distensione. Sennonché quando c'è calma è ovvio che subentri spontaneamente
una qualità dell'attenzione più consona, ovverosia una concentrazione naturale
ancora maggiore.
Il suggerimento pratico, mi attengo ovviamente alla tradizione. Pratica
la meditazione camminata. In archivio c'è un primo articolo orientativo,
il secondo, associato a un breve filmato, è in meditare.net:
- Meditazione
Camminata - Ven. Sujiva
-
Thich Nhat Hanh e la meditazione camminata
A suo tempo mi applicai scrupolosamente, ma mi resi conto che per il mio
temperamento era preferibile seguire tragitti estemporanei. Tale è il percorso
della meditazione, una stupefacente via della creatività.
***
Messaggio ricevuto il: 30/08/2009
Nome del mittente: Fernanda
Soggetto: informazione
Salve, da qualche anno mi sono avvicinata alla pratica del theta e del
reiki per motivi di salute. Queste tecniche non mi hanno guarito, ma migliorato
i sintomi, per cui proseguirò a farle.
Quello che volevo sapere - a cui nessuno ha mai saputo rispondermi - è come
mai praticando lo yoga ottengo un effetto contrario. Ciò mi fa innervosire
e diventare aggressiva. Volevo provare a farlo per trovare un aiuto ad entrare
nella meditazione in maniera ancora più profonda, ma dopo neanche un quarto
d'ora di lezione spaccherei tutto. Ho bisogno di "rilassare e scaricare"
e non di riattivare eventuali tensioni.
Forse ci sono vari tipi di yoga? Con lo Shiatsu mi sentivo benissimo. Cosa
non funziona in me? Grazie. Cordiali saluti. Fernanda
Gent.ma Fernanda, in te va tutto bene, ovviamente, ci mancherebbe, non
avere questi dubbi. Anzi, il fatto che tu rifletta, ponderi e valuti autonomamente
ciò che ti fa star meglio o risulti più utile è senz'altro un primo passo
positivo.
Forse le difficoltà che hai incontrato con lo Yoga dipendono dal tipo di
esercizi. Esistono approcci d'ogni genere. Sta a te provare, trovare, ...
nella spiritualità non ci sono formule predefinite. Dipende dalle circostanze,
dalle persone e persino dal momento. Senza contare che i veri frangenti
di silenzio, di calma, ci colgono proprio quando si è mollata la pratica,
diciamo l'intenzionalità meditativa, e ci si lascia cullare sull'onda della
spontaneità, della consapevolezza. Naturalmente non significa che non si
debba far nulla, che non ci si debba concentrare, applicare, ecc., ma è
indispensabile rammentare che esistono dei ritmi, una ciclicità intrinseca,
una successione di umori, stati d'animo.
La meditazione non è, come si tende a far credere, una tecnica progressiva.
Una volta mi chiedevo: come procedere ... devo cogliere i nessi, le relazioni,
o accettare la realtà di ciò che è, qui e ora, così com'è? Poi compresi
che non bisogna confidare eccessivamente nei metodi, bensì soprattutto sulle
risorse interiori. Donde nasce la calma? Cercane l'origine e ivi troverai
il tuo tesoro. Ma nel frattempo procedi, cammina consapevolmente, esperisci,
letteralmente, giacché al di là d'ogni apparenza, la sostanza di cui è fatta
la vita rimarrà comunque la gioia.
23-03-10 - nick.salius
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