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Modulo inviato il 18/04/2006
Name: Elisa
Subject: una parola
Quesito
Sono un po' stanca,
stamane.
Mi chiedo come fare a dare un senso all'ingiustizia, alla fatica,
al lavoro non retribuito, alla cattiveria, all'irresponsabilità.
Sei
anni fa' mi sono sposata convinta dell'amore che provavo. Ho dovuto scontrarmi
con l'egoismo e la debolezza della persona con cui pensavo di costruire
qualcosa di bello per me e per il mondo.
Lotto tutti i giorni con i debiti,
con le carte del divorzio, con l'incomprensione della gente. Da sola. Sempre
da sola.
Vorrei chiederti come fare a dare il senso al dolore di un abbandono.
Come fare a perdonare l'irresponsabilità.
Ho 26 anni, ma mi sembra di
averne 60.
Come posso ritrovare la giovinezza che mi pare perduta.
Grazie
Risposta
Ciao Elisa, in genere rispondo a brevi
quesiti sulla meditazione. Tale orientamento implica il riuscire a ritagliarsi
dei brevi lassi di tempo durante cui rilassarsi e ritemprarsi per giungere
ad affrontare le continue sfide della vita con sempre nuova maggiore energia,
indomito cipiglio, perseveranza ... La prima regola dovrebbe essere, facile
a dirsi, un po' meno da realizzare, quella di non identificarsi eccessivamente
con le situazioni ordinarie o quotidiane. Superare gli attaccamenti non
appena nascono nella consapevolezza che noi, il nucleo della nostra vera
personalità non consiste nella contingenza, ma è ingegnosa ricchezza, forza
che deriva dallo spirito di sacrificio, sofferenza iniziale che diverrà,
ma solo successivamente, spensierato sorriso di comprensione.
Sarò
banale, ma quelle che ora ti appaiono come difficoltà penose o insormontabili
potrebbero rivelarsi ottime opportunità meditative. Tali circostanze non
sono un futuribile periodo propizio, ma rappresentano l'ora, il momento,
dalla cui immediatezza è possibile trarne subitanei ed efficaci insegnamenti.
Noi siamo i nostri stessi guai finché li consideriamo come tali. Non appena
li osserviamo senza giudicare e agiamo, sia pur tra innumerevoli difficoltà,
per superarli, si avvicendano sino a trasformarsi in trampolini di lancio
per nuove e interessantissime scoperte, ovvero inattese realizzazioni interiori,
manifestandosi, quindi, per ciò che sono, l'aspetto esteriore della ruota
del tempo, il turbinio dei propri irriducibili sentimenti, ...
Come
fare a dare il senso al dolore di un abbandono? Chi è che soffre, chi è
che è ferito e perché? Fondamentalmente, ci si sente traditi nelle proprie
aspettative. Ma la vita è impermanente, quindi il dolore del distacco è
implicito nell'ordine naturale, non dipende da noi, non siamo noi ad averlo
voluto o creato, è nello stato normale delle cose. Esiste un quid che partecipa
e al tempo stesso trascende queste semplici evenienze. Taluni li considerano
come un Dio ineffabile, per tal'altri è la sostanza stessa della vita, che
è gioia, ma che talvolta andrebbe scoperta o riscoperta nel silenzio contemplativo
della preghiera, della meditazione. Il suo conforto non è effimero, non
si tratta di una soluzione ad hoc. Semmai è come la realizzazione di una
comprensione talmente profonda da consentirci di attribuire giusto peso
ed equo valore a qualunque occorrenza possa mai riproporsi.
Sono
certo che un bel momento, così come accaduto a tanti e tanti tra coloro
che hanno vissuto circostanze analoghe, ti accorgerai di essere stata prigioniera
di un inutile, vano sogno di sofferenza. Un promettente, brioso, inatteso
mattino è più che prospiciente, è prossimo, anzi, è già lì.
Un
aforisma per la meditazione:
Lascia che ti dica che cosa insegniamo.
Quando un meditante vede una forma con l'occhio, di solito si presenta un
senso di gradimento o di sgradimento. Il meditante allora comprende che
il gradimento o lo sgradimento s'è presentato alla coscienza, ma non è inevitabile
bensì condizionato e dipendente da cause. Così si rivolge a uno stato in
cui vi sia equanimità e s'accorge che in questo modo il gradimento o lo
sgradimento sono spariti e può vedere le cose così come sono. Questo è il
modo in cui gestisce i suoi sensi. Questo è quel che insegniamo.
[Majjhima
Nikaya - © copyleft
perle.risveglio.net]
From: Alessia
Sent: Saturday, April 22, 2006
Subject: Meditazione
Quesito
Salve, sono una ragazza,
vorrei accostarmi al mondo della meditazione ed è per questo che ho visitato
il sito www.meditare.it. Devo dire,
leggere ciò che è riportato sul sito mi ha trasmesso subito una certa tranquillità,
non so perchè o come e non credo sia suggestione.
Le scrivo per sapere
qualcosa di più sulla meditazione ... Potrebbe consigliarmi dei libri che
parlino di tale materia in modo semplice e chiaro così come fa lei nel suo
sito? ... E poi ... Da un po' di tempo soffro una tristezza opprimente,
è possibile che la meditazione mi aiuti in qualche modo a ritrovarmi? Cordiali
saluti, "Stella senza cielo".
Risposta
Ciao, "Stella
senza cielo". Sei proprio sicura di non avere alcun "cielo"? Certo che non
puoi scorgerlo, ci sei dentro! La metafora classica è la seguente: siamo
come pesci immersi nell'oceano (della vita) che cercano disperatamente l'acqua
(il loro cielo). Ci guardiamo tutt'intorno, chiediamo, preghiamo. Ci rechiamo,
in perenne pellegrinaggio virtuale, nei luoghi della memoria più insoliti,
ma l'acqua, il cielo, ci circondano, parimenti, dovunque. Anzi, ironia della
sorte, non v'è paese o contrada per sfuggirgli. Da qui tutta una serie di
perpetui travisamenti. Siamo già tutto ciò che cerchiamo, ovvero è a nostra
disposizione e basterebbe semplicemente aprir bene gli occhi per sintonizzarsi
su questa realtà onnipervadente ed onnipresente. Riconoscere tutto ciò è
meditazione.
Il libri sull'argomento sono davvero numerosi. Privilegiarne
uno sugli altri dipende molto dalle proprie preferenze, predisposizioni.
Sicché mi risulta difficile dare indicazioni generiche. Ma posso dirti come
ho iniziato. I primi libri che lessi in merito riguardavano lo Zen, successivamente
m'interessai di Buddhismo, ma pure di meditazione cristiana.
In quanto
alla tristezza opprimente di cui parli urge, indifferibilmente, un consulto
medico appropriato. Le cause potrebbero essere di natura psicologica come
biochimica. Tranquillizzarti in merito, con una buona visita sanitaria,
è il minimo che tu possa fare. La meditazione in quanto metodo spirituale
aiuta senz'altro a rilassarsi e ritrovarsi, ma non prima di aver privilegiato,
innanzitutto, le migliori risorse scientifiche.
From: Arci
Sent: Thursday, May 11, 2006
Subject:
Re: Newsletter di Meditare.it
Quesito
Ho 37 anni
ed attualmente vivo a Cagliari. Ho intrapreso il percorso spirituale-meditativo
un paio d'anni fa', forse un po' tardi per riuscire a distanziarmi appieno
dall'esistenza materiale di questa societa'.
Purtroppo non riesco
a vivere, totalmente e continuativamente, la mia interiorità spirituale.
Mi sento sempre "distratto" dalle cosiddette responsabilità della vita moderna.
Mia moglie non vuol sentire nemmeno parlare di queste cose. Pochi mesi
fa abbiamo avuto una figlia meravigliosa. Desidererei che intraprendesse
il percorso spirituale fin da piccola, ma probabilmente, distratta dalle
mille luci della civiltà moderna, non accadrà.
Pur non disperando
sono frustrato dalla mia incapacità di realizzazione interiore. Questa strada
è stata ormai imboccata, ma temo che le mie odierne intuizioni potrebbe
inevitabilmente sfuggirmi domani.
Cito da un tuo articolo: "Con
ciò non voglio dire che la via spirituale sia semplice, tutt'altro, ma se
riteniamo il suo percorso arduo allora lo sarà senz'altro".
Forse sto
cogliendone "troppo" i lati negativi?
Gradirei un tuo commento. Grazie.
Risposta
Arci, non esiste un presto o tardi. Quello spirituale
non è un mondo avulso rispetto alla cosiddetta vita ordinaria. La vita è
sacra nel suo complesso, su questo penso che possa convenirne chiunque.
In effetti si tratta semplicemente di non identificarsi eccessivamente con
i consueti accadimenti, evitando di sentirsi coinvolti in continuazione,
anche mentre non si agisce, cioè durante i propri momenti di relax, allorquando
ci si si svaga e ricarica spontaneamente. A tal proposito rassicurerei subito
i tuoi cari perché è inutile differire o evitare le responsabilità "mondane"
o "secolari" per favorire quelle spirituali. La propria comprensione - perchè
di questo sostanzialmente si tratta anche quando l'afflato trascendentale
sembra esser divenuto impellente - si amplia e diviene via via più profonda
e pertinente proprio mediante lo specchio degli occhi di coloro che ci sembrano
gli altri, ma che sono una vivida parte della nostra consapevolezza.
Per approssimarsi alla spiritualità bisognerebbe propendere, innanzitutto,
per l'equilibrio. Quindi, favorirne le istanze in modo creativo e innovativo.
Fissare un obbiettivo, una meta, e tentare di realizzarla momento per momento,
secondo ritmi naturali. Ma senza cercare di continuo eventuali, quanto improbabili
riscontri. Infatti, se il contadino dissotterrasse il seme per controllarne
la germinazione, non ne favorirebbe certo lo sviluppo, semmai potrebbe accadere
il contrario. Eppure un bel giorno, tutto in un attimo, ecco quel bocciolo
di vita schiudersi e rivelare l'insondabile, l'inesplicabile. Fioriranno
e si espanderanno, la contentezza quanto la gioia, ma senza che, apparentemente,
si sia fatto nulla per favorirle. Sennonché l'assiduo ricercatore di verità,
sentitosi finalmente risollevato, forse dirà: ecco, è accaduto, ma non c'ero
... Il piccolo io, che di fatto pensava sostanzialmente a se stesso, aveva
finalmente riconosciuto la propria dimensione relativamente illusoria lasciando
spazio all'essere compiuto, al testimone di cotanta, verosimilmente gratuita,
armonica bellezza.
Adoperare ciò che ci sembra negativo come un trampolino,
un'occasione, un'opportunità per osservare noi stessi può essere più che
vantaggioso. Mentre taluni vivono adagiati, per altri reagire opportunamente
è una circostanza obbligata. In linea di massima si può trarre sicuramente
maggior profitto dalle situazioni apparentemente avverse che da un'esistenza
piatta e monotona. Meditare è come osservare il fluire spontaneo e naturale
della vita, ci s'immerge in quel fiume, se ne prende parte con dinamismo
e vigore, ma senza immedesimarsi o uniformarsi oltremisura, ovvero più di
quanto non strettamente necessario. A questo punto si alternano impegno
e riposo, distrazione e consapevolezza. I cambiamenti sono continui, non
v'è nulla di realmente stabile e definitivo se non "colui che osserva" l'illimitata
sequenza di ondeggiamenti e oscillazioni. La sola costante è l'impermanenza,
la mutevolezza medesima. E se proprio quella fosse la natura intrinseca
della divinità?
Replica
Ti ringrazio per la risposta, effettivamente
è come se tentassi di avere continui riscontri di un qualcosa che in realtà
cresce ed è davanti a te, dentro te stesso. Vi e’ l’assurda convinzione
che non si possa mai arrivare ad essere in completa comunione col divino
perché troppo difficile. E’ l’"ego" con le sue continue "trappole"...
E’ proprio vero: "ciò che sembra negativo e’ una vera opportunità"
per osservarsi. Propendo all’equilibrio, tuttavia spesso m’immedesimo troppo,
mi faccio trascinare, non sono ancora riuscito a penetrare i meandri più
profondi dell’origine del pensiero. Questo nostro “colloquio a distanza”
e’ stato comunque molto utile, mi ha aiutato ad osservare, hai proprio ragione:
"la sola costante e’ l’impermanenza, la mutevolezza medesima". La strada
e’ ancora lunga, ciò nondimeno e’ comunque bello percorrerla. Grazie ancora
per le tue considerazioni, sarò ben lieto di rileggerle ...
Cordiali
saluti ...
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