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Meditazione nel web » Risposte » Quesiti 43

Modulo inviato il 18/04/2006
Name: Elisa
Subject: una parola


Quesito
Sono un po' stanca, stamane.
Mi chiedo come fare a dare un senso all'ingiustizia, alla fatica, al lavoro non retribuito, alla cattiveria, all'irresponsabilità.
Sei anni fa' mi sono sposata convinta dell'amore che provavo. Ho dovuto scontrarmi con l'egoismo e la debolezza della persona con cui pensavo di costruire qualcosa di bello per me e per il mondo.
Lotto tutti i giorni con i debiti, con le carte del divorzio, con l'incomprensione della gente. Da sola. Sempre da sola.
Vorrei chiederti come fare a dare il senso al dolore di un abbandono.
Come fare a perdonare l'irresponsabilità.
Ho 26 anni, ma mi sembra di averne 60.
Come posso ritrovare la giovinezza che mi pare perduta.
Grazie


Risposta
Ciao Elisa, in genere rispondo a brevi quesiti sulla meditazione. Tale orientamento implica il riuscire a ritagliarsi dei brevi lassi di tempo durante cui rilassarsi e ritemprarsi per giungere ad affrontare le continue sfide della vita con sempre nuova maggiore energia, indomito cipiglio, perseveranza ... La prima regola dovrebbe essere, facile a dirsi, un po' meno da realizzare, quella di non identificarsi eccessivamente con le situazioni ordinarie o quotidiane. Superare gli attaccamenti non appena nascono nella consapevolezza che noi, il nucleo della nostra vera personalità non consiste nella contingenza, ma è ingegnosa ricchezza, forza che deriva dallo spirito di sacrificio, sofferenza iniziale che diverrà, ma solo successivamente, spensierato sorriso di comprensione.

Sarò banale, ma quelle che ora ti appaiono come difficoltà penose o insormontabili potrebbero rivelarsi ottime opportunità meditative. Tali circostanze non sono un futuribile periodo propizio, ma rappresentano l'ora, il momento, dalla cui immediatezza è possibile trarne subitanei ed efficaci insegnamenti. Noi siamo i nostri stessi guai finché li consideriamo come tali. Non appena li osserviamo senza giudicare e agiamo, sia pur tra innumerevoli difficoltà, per superarli, si avvicendano sino a trasformarsi in trampolini di lancio per nuove e interessantissime scoperte, ovvero inattese realizzazioni interiori, manifestandosi, quindi, per ciò che sono, l'aspetto esteriore della ruota del tempo, il turbinio dei propri irriducibili sentimenti, ...

Come fare a dare il senso al dolore di un abbandono? Chi è che soffre, chi è che è ferito e perché? Fondamentalmente, ci si sente traditi nelle proprie aspettative. Ma la vita è impermanente, quindi il dolore del distacco è implicito nell'ordine naturale, non dipende da noi, non siamo noi ad averlo voluto o creato, è nello stato normale delle cose. Esiste un quid che partecipa e al tempo stesso trascende queste semplici evenienze. Taluni li considerano come un Dio ineffabile, per tal'altri è la sostanza stessa della vita, che è gioia, ma che talvolta andrebbe scoperta o riscoperta nel silenzio contemplativo della preghiera, della meditazione. Il suo conforto non è effimero, non si tratta di una soluzione ad hoc. Semmai è come la realizzazione di una comprensione talmente profonda da consentirci di attribuire giusto peso ed equo valore a qualunque occorrenza possa mai riproporsi.

Sono certo che un bel momento, così come accaduto a tanti e tanti tra coloro che hanno vissuto circostanze analoghe, ti accorgerai di essere stata prigioniera di un inutile, vano sogno di sofferenza. Un promettente, brioso, inatteso mattino è più che prospiciente, è prossimo, anzi, è già lì.

Un aforisma per la meditazione:
Lascia che ti dica che cosa insegniamo. Quando un meditante vede una forma con l'occhio, di solito si presenta un senso di gradimento o di sgradimento. Il meditante allora comprende che il gradimento o lo sgradimento s'è presentato alla coscienza, ma non è inevitabile bensì condizionato e dipendente da cause. Così si rivolge a uno stato in cui vi sia equanimità e s'accorge che in questo modo il gradimento o lo sgradimento sono spariti e può vedere le cose così come sono. Questo è il modo in cui gestisce i suoi sensi. Questo è quel che insegniamo.
[Majjhima Nikaya - © copyleft perle.risveglio.net]


From: Alessia
Sent: Saturday, April 22, 2006
Subject: Meditazione


Quesito
Salve, sono una ragazza, vorrei accostarmi al mondo della meditazione ed è per questo che ho visitato il sito www.meditare.it. Devo dire, leggere ciò che è riportato sul sito mi ha trasmesso subito una certa tranquillità, non so perchè o come e non credo sia suggestione.
Le scrivo per sapere qualcosa di più sulla meditazione ... Potrebbe consigliarmi dei libri che parlino di tale materia in modo semplice e chiaro così come fa lei nel suo sito? ... E poi ... Da un po' di tempo soffro una tristezza opprimente, è possibile che la meditazione mi aiuti in qualche modo a ritrovarmi? Cordiali saluti, "Stella senza cielo".


Risposta
Ciao, "Stella senza cielo". Sei proprio sicura di non avere alcun "cielo"? Certo che non puoi scorgerlo, ci sei dentro! La metafora classica è la seguente: siamo come pesci immersi nell'oceano (della vita) che cercano disperatamente l'acqua (il loro cielo). Ci guardiamo tutt'intorno, chiediamo, preghiamo. Ci rechiamo, in perenne pellegrinaggio virtuale, nei luoghi della memoria più insoliti, ma l'acqua, il cielo, ci circondano, parimenti, dovunque. Anzi, ironia della sorte, non v'è paese o contrada per sfuggirgli. Da qui tutta una serie di perpetui travisamenti. Siamo già tutto ciò che cerchiamo, ovvero è a nostra disposizione e basterebbe semplicemente aprir bene gli occhi per sintonizzarsi su questa realtà onnipervadente ed onnipresente. Riconoscere tutto ciò è meditazione.

Il libri sull'argomento sono davvero numerosi. Privilegiarne uno sugli altri dipende molto dalle proprie preferenze, predisposizioni. Sicché mi risulta difficile dare indicazioni generiche. Ma posso dirti come ho iniziato. I primi libri che lessi in merito riguardavano lo Zen, successivamente m'interessai di Buddhismo, ma pure di meditazione cristiana.

In quanto alla tristezza opprimente di cui parli urge, indifferibilmente, un consulto medico appropriato. Le cause potrebbero essere di natura psicologica come biochimica. Tranquillizzarti in merito, con una buona visita sanitaria, è il minimo che tu possa fare. La meditazione in quanto metodo spirituale aiuta senz'altro a rilassarsi e ritrovarsi, ma non prima di aver privilegiato, innanzitutto, le migliori risorse scientifiche.


From: Arci
Sent: Thursday, May 11, 2006
Subject: Re: Newsletter di Meditare.it


Quesito
Ho 37 anni ed attualmente vivo a Cagliari. Ho intrapreso il percorso spirituale-meditativo un paio d'anni fa', forse un po' tardi per riuscire a distanziarmi appieno dall'esistenza materiale di questa societa'.

Purtroppo non riesco a vivere, totalmente e continuativamente, la mia interiorità spirituale. Mi sento sempre "distratto" dalle cosiddette responsabilità della vita moderna.

Mia moglie non vuol sentire nemmeno parlare di queste cose. Pochi mesi fa abbiamo avuto una figlia meravigliosa. Desidererei che intraprendesse il percorso spirituale fin da piccola, ma probabilmente, distratta dalle mille luci della civiltà moderna, non accadrà.

Pur non disperando sono frustrato dalla mia incapacità di realizzazione interiore. Questa strada è stata ormai imboccata, ma temo che le mie odierne intuizioni potrebbe inevitabilmente sfuggirmi domani.

Cito da un tuo articolo: "Con ciò non voglio dire che la via spirituale sia semplice, tutt'altro, ma se riteniamo il suo percorso arduo allora lo sarà senz'altro".
Forse sto cogliendone "troppo" i lati negativi?

Gradirei un tuo commento. Grazie.


Risposta
Arci, non esiste un presto o tardi. Quello spirituale non è un mondo avulso rispetto alla cosiddetta vita ordinaria. La vita è sacra nel suo complesso, su questo penso che possa convenirne chiunque. In effetti si tratta semplicemente di non identificarsi eccessivamente con i consueti accadimenti, evitando di sentirsi coinvolti in continuazione, anche mentre non si agisce, cioè durante i propri momenti di relax, allorquando ci si si svaga e ricarica spontaneamente. A tal proposito rassicurerei subito i tuoi cari perché è inutile differire o evitare le responsabilità "mondane" o "secolari" per favorire quelle spirituali. La propria comprensione - perchè di questo sostanzialmente si tratta anche quando l'afflato trascendentale sembra esser divenuto impellente - si amplia e diviene via via più profonda e pertinente proprio mediante lo specchio degli occhi di coloro che ci sembrano gli altri, ma che sono una vivida parte della nostra consapevolezza.

Per approssimarsi alla spiritualità bisognerebbe propendere, innanzitutto, per l'equilibrio. Quindi, favorirne le istanze in modo creativo e innovativo. Fissare un obbiettivo, una meta, e tentare di realizzarla momento per momento, secondo ritmi naturali. Ma senza cercare di continuo eventuali, quanto improbabili riscontri. Infatti, se il contadino dissotterrasse il seme per controllarne la germinazione, non ne favorirebbe certo lo sviluppo, semmai potrebbe accadere il contrario. Eppure un bel giorno, tutto in un attimo, ecco quel bocciolo di vita schiudersi e rivelare l'insondabile, l'inesplicabile. Fioriranno e si espanderanno, la contentezza quanto la gioia, ma senza che, apparentemente, si sia fatto nulla per favorirle. Sennonché l'assiduo ricercatore di verità, sentitosi finalmente risollevato, forse dirà: ecco, è accaduto, ma non c'ero ... Il piccolo io, che di fatto pensava sostanzialmente a se stesso, aveva finalmente riconosciuto la propria dimensione relativamente illusoria lasciando spazio all'essere compiuto, al testimone di cotanta, verosimilmente gratuita, armonica bellezza.

Adoperare ciò che ci sembra negativo come un trampolino, un'occasione, un'opportunità per osservare noi stessi può essere più che vantaggioso. Mentre taluni vivono adagiati, per altri reagire opportunamente è una circostanza obbligata. In linea di massima si può trarre sicuramente maggior profitto dalle situazioni apparentemente avverse che da un'esistenza piatta e monotona. Meditare è come osservare il fluire spontaneo e naturale della vita, ci s'immerge in quel fiume, se ne prende parte con dinamismo e vigore, ma senza immedesimarsi o uniformarsi oltremisura, ovvero più di quanto non strettamente necessario. A questo punto si alternano impegno e riposo, distrazione e consapevolezza. I cambiamenti sono continui, non v'è nulla di realmente stabile e definitivo se non "colui che osserva" l'illimitata sequenza di ondeggiamenti e oscillazioni. La sola costante è l'impermanenza, la mutevolezza medesima. E se proprio quella fosse la natura intrinseca della divinità?

Replica
Ti ringrazio per la risposta, effettivamente è come se tentassi di avere continui riscontri di un qualcosa che in realtà cresce ed è davanti a te, dentro te stesso. Vi e’ l’assurda convinzione che non si possa mai arrivare ad essere in completa comunione col divino perché troppo difficile. E’ l’"ego" con le sue continue "trappole"...

E’ proprio vero: "ciò che sembra negativo e’ una vera opportunità" per osservarsi. Propendo all’equilibrio, tuttavia spesso m’immedesimo troppo, mi faccio trascinare, non sono ancora riuscito a penetrare i meandri più profondi dell’origine del pensiero. Questo nostro “colloquio a distanza” e’ stato comunque molto utile, mi ha aiutato ad osservare, hai proprio ragione: "la sola costante e’ l’impermanenza, la mutevolezza medesima". La strada e’ ancora lunga, ciò nondimeno e’ comunque bello percorrerla. Grazie ancora per le tue considerazioni, sarò ben lieto di rileggerle ...

Cordiali saluti ...

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