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From: Benito
Sent: Wednesday, October 05, 2005
Subject: quesito
Quesito
Ciao Nik, ho letto qualche
quesito e le tue esaurienti risposte. Approfitto per chiederti se hai qualche
personale esperienza meditativa. Non solo quella di stare nella posizione
del loto, ect, ect, ma di ciò che avviene durante e dopo la meditazione.
Ti faccio alcune domande:
1 la tradizione vuole che ci si concentri
sul respiro
2 chiudere gli occhi
3 tenere il corpo eretto e rilassato
4 concentrarsi tra le sopracciglie
5 recitare un mantra: OM
6 visualizzare
qualche immagine, ect, ect.
Ma il corpo che cosa fa nel frattempo
?
Sai rispondere? Ciao a presto
Risposta
Ciao Benito,
tento di risponde secondo il tuo schema:
1 - Non bisognerebbe concentrarsi
sul respiro, nessuno sforzo, ma solo una semplice osservazione. Esattamente
così come avviene in numerose circostanze ordinarie, ma con la differenza
che sei presente a te stesso, a ciò che fai.
2 - Gli occhi non devono
rimanere necessariamente chiusi. E' preferibile seguire le proprie preferenze,
ciò che ci fa star meglio, altrimenti non riusciremo a rilassarci.
3 - Il corpo eretto e rilassato! Questo si, niente mollezze, un po'
di disciplina è indispensabile.
4 - Ci sono esercizi in cui viene
richiesta la recitazione di un mantra ed altri in cui non serve. E' importante
evitare di far da sé e seguire una determinata, equilibrata, tradizione
(ma non chiedermi quale).
5 - Non visualizzare mai nulla. Personalmente
intravedo un cielo limpido, ma non a seguito dell'immaginazione, che non
è meditazione, bensì come conseguenza di un certo benefico rilassamento.
A quanto pare ci vuol più tempo a sfatare determinati luoghi comuni
fuorvianti che farsi una bella, silente e consapevole passeggiata meditativa.
La meta? Nessuna! In genere si finalizza tutto. Ebbene la meditazione non
ha scopi. E' come un trucco per trascorrere qualche gradevole istante senza
mire o propositi impellenti. Ti ringrazio per i quesiti.
Modulo inviato il 11/11/2005
Name: Giacomo
Subject: percezioni
Quesito
Mi chiamo Giacomo e
ho 21 anni. Fin da piccolo ho sempre rivolto l'attenzione al respiro. Non
so perchè, ma mi chiedevo sempre cosa succedeva se ascoltavo il mio respiro,
o se mi concentravo sui suoni. Una volta, più o meno 5 anni fa, mi sono
svegliato nel cuore della notte e ho percepito un senso della realtà diverso,
tanto che provai una grande paura. Cercai di chiamare i miei genitori, ma
non riuscivo ad emettere suoni dalla bocca. Poi, d'un tratto mi sono calmato
e addormentato.
Tre o quattro mesi fa, invece, mi sono sdraiato sul letto.
Cercando di concentrarmi sul mio respiro mi devo essere addormentato e ho
avuto la stessa percezione, solo che questa volta riuscivo a vedere l'energia
che usciva dal mio corpo.
Adesso pratico la meditazione, ma esperienze
di quel genere non mi sono più capitate.
Vi chiedo se per favore potreste
darmi delle spiegazioni sui fatti accaduti.
Attendo vostre risposte e
vi ringrazio.
Risposta
Giacomo, hai già risposto da
te. Probabilmente eri in dormiveglia, ovvero in uno stato di transizione
tra il sonno e la veglia in cui è difficile distinguere tra immaginazione
e realtà.
Tieni presente, al contrario, che la meditazione è innanzitutto
attenzione. Certo, bisogna cercare e consentire il giusto rilassamento,
ma sempre assumendo una postura consona e senza lasciarsi fuorviare o assorbire
sia pur involontariamente da qualunque fantasticheria.
Ti faccio un esempio
più preciso. Meditazione non è necessariamente osservare il respiro. Se
hai un bel paesaggio dinanzi puoi rimirarlo silenziosamente senza etichettare
o verbalizzare alcunché, cercando di cogliere, nella magia dell'istante,
l'elemento imponderabile che consente a tutta quell'armonia di manifestarsi
...
Uno degli scopi della meditazione è star bene con se stessi come
con gli altri. Energie ed effetti mirabolanti sono elementi che, anche se
talvolta, molto raramente, relativamente realistici, appartengono pur sempre
al regno dell'immaginario.
Modulo inviato il 09/12/2005
Name: Davide
Subject: quesito
Quesito
Salve, sono un nuovo frequentatore
del vostro sito, tra l'altro molto dettagliato e alla portata di tutti i
praticanti sia esperti, che neofiti come me. Avrei due quesiti che a me
premono e che spero possiate risolvere.
Primo: come faccio a sapere se
la mia pratica è meditazione, e non training autogeno?
Secondo: quando,
generalmente, ci accorgiamo che la pratica meditativa è corretta e quindi
fruttuosa per la nostra mente di norma istintiva e non domata? Grazie anticipatamente,
vogliate rispondermi.
Risposta
Davide, è un fatto curioso,
con la seconda domanda hai quasi risposto alla prima. Evidentemente hai
già un'idea di come dovrebbe essere la meditazione. Invece sulla meditazione
si danno, preferibilmente, solo cenni. La meditazione è un mondo soggettivo
tutto da scoprire che spesso restituisce solo risposte contrastanti. Questo
succede perché si nutrono aspettative. Infatti, come la maggior parte di
questi approcci, ti fornisce esclusivamente ciò che stavi cercando. Quel
che prediligi inconsciamente. Ma allora, mi chiedo, bisognerebbe rinunciarvi
e andare oltre? E dove poi? Quindi la meditazione comincia esattamente laddove
termina ciò che si crede o si suppone o ci s'illude che sia meditazione.
Più esattamente nel momento presente, nell'istante vissuto con attenzione,
distensione e/o creatività. Da questo nasce una propensione amorevole, una
disponibilità compassionevole ... tutta una serie di situazioni distensive
che contribuiscono a creare tranquillità interiore.
Al contrario, il
training autogeno, che comunque è di per sé un approccio valido, cerca semplicemente
di rincondizionare e riequilibrare le proprie risposte emotive. Pertanto,
come accorgerci che la nostra pratica è corretta? Pur senza avere la pretesa
di essere necessariamente nel giusto, direi quando si trasforma da impegno
in gioco. E la sua sfera d'influenza cresce, vieppiù, dal semplice gesto
iniziale del predisporsi a meditare sino ad espandersi in ogni situazione
della vita quotidiana. Dal suo studio iniziale fino al sentire che la vita
stessa è divenuta una lunga e continua meditazione, il risultato spontaneo
di un'integrazione tra "ciò che è", e tutto quello che avremmo voluto essere
o divenire.
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