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Meditazione nel web » Risposte
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Nome: Raffaele
Date: 8 luglio 2002
Time: 1.45
Quesito:
Caro autore o autrice avrei un problema e vorrei che tu mi aiutassi
a risolverlo. Pratico arti marziali fin da piccolo ma ormai lo sviluppo
fisico, l'agonismo e la futile corsa ai riconoscimenti non mi soddisfa
più e così ho cominciato a studiare ciò che è dietro una tecnica, il
messaggio del maestro, il comportamento del guerriero il suo abito mentale.
Leggendo un saggio di Thomas Cleary sull'arte del vantaggio in Giappone
ho capito che secondo autori Zen come Musashi, Yagyu Munenori, Takuan
o Suzuki Shosan, la condizione mentale ideale del guerriero è quella
del "pensiero normale". In tale stato la mente non dovrebbe occuparsi
di nulla, non dovrebbe soffermarsi a pensare niente, la fissità è malattia
e va estirpata.
Pensiero normale significa concentrazione, significa abbracciare la
realtà nel suo insieme appunto poiché non ci si fissa su un particolare.
Se ci si ferma ad osservare una foglia si perde di vista l'albero intero,
se ci si ferma a parare un colpo, il secondo ci colpirà sicuramente,
se ci si fissa su qualcosa quindi, si perde di vista la realtà nel suo
insieme.
Per raggiungere tale stato ci sono due vie: la prima si serve di tecniche
di meditazione come concentrarsi sull'addome, la pratica della serietà,
il controllo del respiro, o, seguendo il principio "chiodo schiaccia
chiodo", concentrarsi sul pensiero di svuotare la mente.
Questa prima via è detta inferiore e nociva perché è solo propedeutica
e serve al raggiungimento dello stato mentale normale. Da sole queste
pratiche sono dannose perché si basano sulla fissazione circa un preciso
oggetto del pensiero.
La seconda via è quella migliore poiché giunge a liberare la mente dal morbo
della fissità in questo modo: non avere preoccupazione di liberare la
mente. In questo che è lo stato ultimo di consapevolezza, il guerriero
agisce come un principiante, cioè istintivamente, senza pensare alle
tecniche, secondo la concezione orientale di ciclicità per cui l'inizio
è la fine e viceversa. Il fine di questa condizione mentale è abbracciare
la realtà nel suo intero.
Fin qui è tutto chiaro perché il fine è quello che dici anche tu, ma
come si rapporta questo discorso con la pratica? Come si pratica la
seconda via? Per pochi secondi riesco a non pensare a nulla ma poi mi
fermo a chiedere se ho raggiunto lo stato che volevo e quindi ricomincio
a pensare di nuovo. Come posso impiegare tutte le mie energie a vigilare
per tenere la mente libera? Per me vigilare implica pensare, come fare
altrimenti? Come mi rendo consapevole del mio stato senza fissare la
mente sull'analisi della mia condizione? Come faccio, senza pensare
a nulla, ad essere concentrato e non imbambolato? Infine mi puoi spiegare
secondo strutture logico-linguistiche occidentali che cosa è lo stato
della "mente normale"?
Risposta:
Pensiero normale non significa concentrazione, ma attenzione. Non puoi
svuotare la mente direttamente e/o intenzionalmente, ma solo per vie
indirette. La "mente normale" è una mente attenta, consapevole. Non
si tratta di uno stato da conseguire. E' qualcosa che accade. Siccome
pratichi arti marziali posso spiegartelo così: in genere i nostri riflessi
sono piuttosto sopiti, ma durante un combattimento (la mia esperienza
è relativa al Judo) è indispensabile una percezione globale della situazione.
Ogni azione (o risposta) deve essere immediata e non pre-meditata. Un
esempio classico. Se incontri un serpente sulla tua strada non puoi
star lì fermo a pensare cosa fare, altrimenti sei finito, ma devi saltare
immediatamente. Data l'emergenza il pensiero è "caduto" da se. Ma in
una situazione ordinaria? Dove troveremo l'energia necessaria per questo
tipo di attenzione? Jiddu Krishnamurti, che in effetti si rifaceva al
Ch'an, precursore cinese dello Zen giapponese, parlava di passione.
Dovremmo nutrire una passione tale, per la vita, da consentirci di percepire
la realtà istante per istante. Tuttavia questo slancio accade solo ad
una mente chiara, serena, non condizionata, ordinata, senza stress.
Mi sembra che per un individuo "normale" sia davvero difficile.
Personalmente prediligo certe tecniche. Gli esercizi in questione non
sono validi per chiunque. Ciascuno deve trovare il metodo che gli consente
di star meglio: lucido, attento, consapevole, rilassato e intimamente
soddisfatto. I benefici di un determinato esercizio non sono necessariamente
immediati. Tutt'altro. Non serve cercare dei segni per riconoscerne
il successo, accade. Come, perché? Sarebbe possibile spiegarlo in tanti
modi, ma tu sai già che le teorie sono pessimi amici. Se ti piace pensa
che la tecnica ti aiuterà ad esplorare la tua interiorità. Infatti ti
consentirà comunque di essere più consapevole, meno diviso, certamente
più indipendente. Considera la pratica come un seduta di allenamento.
In passato ti sarai certamente reso conto come quell'apprendimento ti
abbia influenzato complessivamente. Ebbene con la meditazione avverrà
lo stesso, ma con il tempo, senza pretendere nulla, fermamente convinto
che non si tratta di una cosa seria, ma di un gioco. Continua a praticare
le tue arti marziali perché la meditazione non può assolutamente prescindere
dall'esercizio fisico.
In questo sito sono stato volutamente dispersivo per indurre i visitatori
a "cercare". Sinora mi sono limitato a illustrare Anapana Sati Yoga,
l'attenzione spontanea al flusso naturale del respiro. Con il tempo
ne approfondirò via via l'esposizione che è incredibilmente estesa,
ricca e rilevante.
Replica dello stesso visitatore
Nome: Raffaele
Date: 06 settembre 2002
Time: 12.38 AM
Replica:
Caro Webmaster, sono il ragazzo che ti ha scritto un po' di tempo fa
chiedendoti consigli sulla meditazione, lo Zen e le arti marziali. Ti
volevo ringraziare per la risposta che mi hai dato. Ormai non ci speravo
più; grazie. Con i tuoi chiarimenti adesso non sono più così confuso.
Kodo Sawaki dice che aspettarsi qualcosa dallo zazen equivale ad essere
invischiati e trovarsi peggio di prima. Comunque desidero affiancare
la pratica di cui mi hai parlato agli esercizi per il conseguimento
del mushotoku, spirito del non profitto, e della coscienza hishiryo,
fusione di intuizione e azione.
La prima si spiega come il giusto atteggiamento nei confronti della
realtà. Concentrarsi sul presente lasciando stare ciò che è stato e
ciò che sarà ha una valenza essenziale nel Judo. Durante le dimostrazioni
vuol dire concentrarsi solo sulla tecnica avendo come fine la tecnica
stessa non la proiezione; durante lo shiai, il combattimento, vuol dire
eliminare dalla mente la paura di non riuscire (il passato) o l'ansia
di riuscire (il futuro). Questo atteggiamento è essenziale per il raggiungimento
della coscienza hishiryo: quando la mente è libera e concentrata, tra
pensare e agire non intercorre alcun intervallo di tempo. Questa pratica
è necessaria nel Judo, tuttavia non riesco a capire una frase, di un
Maestro, Deshimaru. Egli afferma che con la coscienza hishiryo "nella
presenza totale a se stessi, nella concentrazione senza limiti del corpo
e dello spirito, nella pienezza assoluta del qui e dell'ora, il tempo
dell'istante diventa eternità".
Mi potresti spiegare come ci si concentra sullo spirito? Fin quando
parla di presenza a se stessi, non ci sono problemi, quando dice concentrazione
del corpo, bene o male ho capito ma mi puoi spiegare che significa concentrarsi
sullo spirito?
Un ultima domanda: purtroppo la nostra lingua, o meglio le nostre lingue,
sono povere di parole, e con spirito in Oriente si intendono le cose
più disparate, in questo caso che significa esattamente? Anima, energia
vitale?
Grazie ancora di tutto. Ciao.
Risposta:
Ti rispondo subito. Innanzitutto, la meditazione non è concentrazione.
Prima leggi qui: F.A.Q. (domanda n°7).
Ora segui il ragionamento. Per quanto riguarda lo "spirito", è vero:
dapprincipio potrebbe, ma solo per ipotesi, essere inteso come "mente".
Tuttavia, in seguito, dopo un'attenta osservazione del problema, ci
renderemo chiaramente conto di come la mente sia davvero lo spirito,
la nostra interiorità. Per noi, semplici e occidentali è quasi impossibile
una "concentrazione" così diretta, mirata, sullo "spirito", sulla nostra
interiorità. Forse accadeva in passato, ma solo nel caso di certi monaci-atleti
che seguivano severe discipline o in circostanze analoghe. Una pratica
meditativa come lo zazen produce il sentimento di una pace interiore
granitica, la rivelazione del significato ultimo di amore e libertà.
Solo allora si manifesta lo "spirito", l'essere profondo. Solo allora
si dissolve la tensione per l'acquisizione di profitti illeciti dalle
proprie azioni. Tale processo viene percepito come un "ritorno a se
stessi", alle origini. A questo punto lo spirito non è più un'idea o
una speranza. Siamo noi stessi. Meditare, pertanto, osservando il proprio
corpo (la postura, il respiro), i pensieri, senza preoccuparsi dei risultati,
affrontando coraggiosamente la sensazione di vuoto interiore che talvolta
si palesa come un abisso senza fondo, ma che è effimera e sarà sostituita
da pienezza e soddisfazione. Procedendo verso l'insondabile, l'inconoscibile,
il mistero, ma che non è verità soprannaturale, bensì crepuscolo di
una nuova alba. Quella della conoscenza, della discriminazione, della
consapevolezza. Lo spirito è consapevolezza. Tuttavia fai attenzione,
tutto questo non è zen, solo teoria, E' inutile lambiccarsi il cervello
più di tanto. Hai parlato del qui e ora, vero? Nello zen concreto c'è
una regola ancora più importante, ripetuta sovente dai maestri buddisti:
principiare e perseverare.
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